Tatangelo, ragazza di periferia

“Sono libera come una nuvola al vento che si dondola. Unica, come la luce della luna quando illumina”   La carriera della giovane cantante, modella, conduttrice TV Anna Tatangelo ha avuto visibile riscontro quando al Festival di Sanremo del 2002 vinse, nella sezione Giovani, con il brano: “Doppiamente fragili”. La allora quindicenne di Sora aveva […]

“Sono libera come una nuvola al vento che si dondola. Unica, come la luce della luna quando illumina”

 

La carriera della giovane cantante, modella, conduttrice TV Anna Tatangelo ha avuto visibile riscontro quando al Festival di Sanremo del 2002 vinse, nella sezione Giovani, con il brano: “Doppiamente fragili”. La allora quindicenne di Sora aveva interpretato nella canzone la fragilità adolescenziale, le paure per il futuro, il desiderio di infinito: “Guardo il cielo che è lassù, sopra gli occhi miei, così doppiamente fragili…fragili per paura sì che domani, nonostante il mare, non si riesca più a sognare”. Anche l’anno successivo a Sanremo, la giovane frusinate con: “Volere volare”aveva interpretato i rischi dell’amore ed il potersi librare con le ali verso il cielo: “Sono mare nei tuoi occhi e sono mano, se mi tocchi, e sono naso sul tuo viso e sono quasi in paradiso…e nel tuo cuore così sincero c’è un meccanismo così strano, che se ci metto le mie dita suona il piano e suona senza far rumore e si confonde con il mio amore”. Questo sentimento dolce d’amore era espresso con un voler bene (volere) che permetteva di innalzare lo sguardo nel cielo (volare). Era il sentimento espresso da Anna Tatangelo, “ragazza di periferia” (titolo della canzone proposta a Sanremo del 2005 nonché secondo suo album): “La tua bugia a una ragazza di periferia e tu, ragazzo di città, mi racconterai, parlando con gli amici tuoi, magari per gioco sopra la mia storia riderai”. In quel tempo iniziava la relazione sentimentale con il celebre Gigi D’Alessio, da cui avrà un figlio ed in cui inizierà a maturare, poco più che maggiorenne, il suo “essere donna”, come presentato nel 2006 al Festival di Sanremo: “Ti sembro quasi una farfalla, un giocattolo, una palla sì da prendere. Dimmi il tuo amore cosa vale, so che mi vedi come il miele da mangiare…”. Il suo maturarsi di donna trovava così più completezza e diventava più esigente nella tenerezza esemplare di un abbraccio con il figlio: “Essere una donna è sentirsi viva, è la gioia di amore e di sentirsi consolare, stringere un bambino forte, forte sopra il seno…”. Nel 2008 in un singolo dal titolo inequivocabile: “Profumo di mamma”, la Tatangelo esprimeva ancora tutta la meraviglia e la sorpresa avvincente dell’essere madre: “Qui c’è qualcuno che bussa ma non alla porta, è dentro di me…Già sento battere il suo cuore, arriva il frutto dell’amore; è un principino da cullare e poi la notte coccolare, sarà bello come il sole…”. Cantando si impara con la Tatangelo a riscoprire la giovinezza e la maturità dell’essere pienamente donna e pienamente madre. Purtroppo, come sovente accade alle prese con la notorietà, la logica fallimentare del successo fa scivolare verso il “moralmente o politicamente corretto”, come attesta la banale e incline a favorire il consenso all’ideologia gender: “Il mio amico”, dedicata a un amico gay e presentata al Festival di Sanremo del 2008: “Dimmi che male c’è se ami un altro come te. L’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso o forse un po’ di più…”. Se da una parte è scorretto ridurre l’amore umano ad una mera emozione, dall’altra parte è contro il matrimonio e la famiglia equiparare superficialmente ed irresponsabilmente qualsiasi convivenza: “Tu non piangere su quello che non sei. Lui non sa che pure tu sei uguale a noi e che siamo figli dello stesso Dio…” Cantando si impara con la Tatangelo quindi a non voler, cavalcando il successo, cadere nel corto circuito dell’amore indistinto e dell’egualitarismo (che è ideologia dell’uguaglianza). In quanto persone, deve saperlo Anna Tatangelo, siamo tutti uguali dinanzi a Dio, in quanto Sue creature. L’appello fragile e ambiguo che la Tatangelo rivolge all’amico gay non può essere condivisibile, nel momento in cui si pone sullo stesso piano qualsivoglia orientamento sessuale, inneggiando addirittura alle rivendicazioni “legittime”: “Da’ vita a quella morte che vive dentro te”. Rimane quindi contradditorio, nel percorso artistico di Anna Tatangelo, questo doppio binario etico che valorizza giustamente il ruolo della madre e dell’amore umano e che sostiene l’inclinazione omosessuale. Potremmo dire che l’essere doppiamente fragili della fase adolescenziale: “Ho soltanto la mia età, tra le mani pochi amici…Scrivo favole a metà sopra i fiori, che nessuno legge mai…” si ripercuote nel disagio esistenzialista dell’ideologia gender. Affinché possa pienamente trasformare la sua vita, come nella sua autobiografia: “Ragazza di periferia. La mia favola”, mi permetto di suggerire ad Anna Tatangelo di non inseguire troppo il consenso e di non abbassare troppo quello sguardo che inizialmente sembrava rivolto a quella porzione di cielo, specchio dell’autentico desiderio umano.



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