Tarcento, la rivoluzione scolastica possibile

Immagina una scuola dove gli insegnati accolgono gli alunni come in una famiglia. Perché, in effetti, la scuola è anche la loro casa. Dove i ragazzi non mangiano in un’anonima “mensa”, ma aiutano ad apparecchiare la “sala da pranzo” e – perché no – anche a pelare le patate o tagliare il salame. Dove le […]

Immagina una scuola dove gli insegnati accolgono gli alunni come in una famiglia. Perché, in effetti, la scuola è anche la loro casa. Dove i ragazzi non mangiano in un’anonima “mensa”, ma aiutano ad apparecchiare la “sala da pranzo” e – perché no – anche a pelare le patate o tagliare il salame. Dove le mamme, si offrono a turno per dare una mano a rassettare le aule mentre, tra un battito di scopa e una spolverata, condividono gioie e preoccupazioni della giornata. Una scuola dove l’inizio di ogni nuovo giorno è un momento di accoglienza, per fare memoria di cosa si sta cominciando insieme e, la sera, ci si saluta con la musica che si diffonde nei corridoi, come fosse una gran festa. Una scuola completamente gratuita. Dove non esistono rette, ma i genitori – ognuno per come può – danno il loro contributo. C’è chi versa una parte del proprio stipendio, e chi porta uova fresche o zucchine biologiche. Roba d’altri tempi? Forse. Utopia? Niente affatto. Questa scuola, non solo è possibile, ma esiste davvero.

La curiosità di capire come sia possibile tutto questo, ci spinge ai confini dell’Italia. Su, su, fino all’estremo nord. Per l’esattezza, ci troviamo a Tarcento: un paesino di novemila abitanti nel friulano, venti chilometri sopra Udine. Ad attenderci su un muretto di pietra, c’è un omone vestito di nero: è don Antonio Villa, meglio noto come “il Villa”. Con i suoi ottant’anni suonati e una lucidità formidabile, il Villa da quelle parti è una sorta di “istituzione”. Senza di lui la scuola media Camillo di Gaspero oggi non potrebbe essere quello che è.  “Tutto è nato proprio qui. – ci spiega don Villa – Un giorno ero seduto su questo muretto e un signore mi dice “Villa oggi non fischietta?” Gli rispondo che sono triste perché un amico di Milano ci vuole regalare una scuola, ma non abbiamo il terreno. “Eccolo!”, mi fa lui e indica con il dito la sua proprietà. Ce la regalava per fare la scuola. Ma ai tempi qui c’erano solo macerie”.

C’erano solo macerie. E infatti, per comprendere la vicenda di questa “strana scuola”, dobbiamo riavvolgere il nastro della storia di circa quarant’anni. Era il maggio del1976 quando l’Orcolat si portò via un migliaio di vite lasciando dietro di sé un Friuli in rovine. Fu allora che il Villa, canonico di San Babila (Milano), partì con un gruppo di ragazzi: destinazione Tarcento. “Lo scopo – racconta divertito il don – era quello di stare qui una settimana per dare una mano ai terremotati”.  Se la ride il Villa che da quel paesino non se n’è più andato.

Ma se non c’era più nulla, tutto distrutto, perché fermarsi e costruire una scuola? “Roba da matti! Me lo domandavo anch’io! – mi fa eco il don che, portandosi le mani sulla faccia, ci fa rivivere la desolazione di quei giorni – Non avevamo nulla, nessun tipo di mezzo né capacità. Però capitò che alcune mamme ci implorarono di restare nonostante il commissario avesse ordinato l’esodo per iniziare la ricostruzione. “Don Villa non ci abbandonerete anche voi?” Mi dicevano piangendo. “Restate! Fate una scuola per i nostri bambini che non sanno dove andare!”. “Proviamo” è stata l’unica parola seria che abbiamo potuto dire, se la parola è seria” – ricorda il Villa con l’ironia tipica di chi ha fiducia nella vita. “Le cose poi sono andate avanti come solo Dio sa. Io so che abbiamo invocato un segno dal Padre Eterno che ci dicesse di abbandonare un’impresa che pareva irrealizzabile. Dopo quarant’anni questo segno non è ancora arrivato”.

Nel frattempo, varcato il muretto d’ingresso, abbiamo attraversato il cortile della Domus Mariae, l’edificio parrocchiale che oggi ospita gratuitamente la scuola, e siamo saliti in casa. Ad accoglierci, un profumo di gnocchi al ragù e carne arrostita: Eva e Luciana stanno preparando il pranzo. Anche loro vennero a Tarcento quarant’anni fa, come volontarie per una manciata di giorni…E poi? “Sono state disposte a dare tutta la vita per la libertà di educare”, spiega don Villa. Eva oggi è la preside e Luciana la presidente della scuola cooperativa “Camillo di Gaspero”. I piatti fumano, mentre iniziamo a mangiare arriva il quarto ed ultimo componente della “casa”. E’ don Enzo, un giovane sacerdote friulano, “Ecco il nostro prof di musica!”, gli fa festa Eva.

C’è qualcosa che non torna. Siamo venuti a visitare un istituto scolastico e ci troviamo in una casa. A tavola. Come in famiglia. E la scuola? “La scuola siamo noi!– spiega don Villa – E’ la nostra casa! E’ proprio questo il punto. Indovinato che la sostanza della scuola è la compresenza dell’adulto col piccolo, è da qui che poi discende il contenuto dell’educazione. Facciamo un esempio: alla mattina ci riuniamo in salone coi ragazzi per il cosiddetto “momento dell’accoglienza”. Che non vuol dire aprire le porte della scuola alla tal ora, ma significa che io, adulto, quando inizio la giornata, devo anche sapere cosa sto cominciando esattamente. Il bambino non lo sa, ma io lo devo sapere! Allora glielo dico, glielo spiego, lo aiuto a capire cosa stiamo iniziando insieme! Così vale per tutti gli altri momenti della giornata: la ricreazione, il mangiare, il preparare la tavola, il salutarci la sera. In questo modo, tutta la giornata diventa un tempo trascorso insieme nella casa degli insegnanti!”.

Oggi la scuola media paritaria Camillo di Gaspero è una cooperativa che conta 73 alunni e 12 professori.  Quattro sono volontari, gli altri regolarmente stipendiati. “Abbiamo una struttura aziendale anche noi, con una contabilità regolare e tutto quello che serve – spiega don Villa – non è che siamo una cosa fuori dall’ordinario”. E però, il fatto che alla Camillo di Gaspero, i ragazzi non paghino la retta, questo sì che è straordinario. Non per il Villa: “La logica è  molto semplice. E’ quella dei nonni di una volta che mantenevano dieci figli. Oggi dieci figli non sono in grado di mantenere un genitore. C’è una logica nella vita, c’è una logica della vita. Il problema è avere fede nella logica della vita e usarla come spina dorsale dell’operazione. La vera libertà di educazione non è a pagamento, non c’entra nulla con i soldi! Altrimenti anche noi cattolici ragioniamo esattamente con la logica diabolica dello Stato che ci dice: “Vuoi la scuola che ti piace? Benissimo! Te la paghi!”. Questa è stata l’intuizione diabolica di chi ha messo il senza oneri per lo Stato, con grande soddisfazione dei padri costituenti. Ma chi l’ha detto che se io genitore mando i miei figli ad una scuola che mi piace – e non in quei baracconi dello Stato – chi l’ha detto che per questo devo pagare?”. Per Don Villa la verità suona tutta un’altra musica: ad un’educazione veramente libera deve corrisponde una scuola che sia gratuita per tutti “altrimenti spiegatemi che libertà è?”. “ Ma se è così – incalza – allora il problema di recuperare i soldi è del gestore, cioè mio, non certo dell’alunno. Perché – sorride – sono capaci tutti di fare pagare la retta! Non mi bastano i soldi, alzo le rette. Non mi bastano ancora, chiudo. Ma la scuola non è mica un business! Certo, questo è un punto difficile da fare capire. A tutti.”

C’è stato un tempo in cui persino l’Inps e la Guardia di Finanza non capivano come potessero andare avanti le cose. Salvo poi arrendersi all’evidenza che fosse tutto in regola.

Il Villa racconta una realtà di fatto rivoluzionaria, con estrema semplicità.  Perché è semplice in questa scuola di Tarcento vedere come il risparmio e la collaborazione, la sobrietà e la gratuità diventano regola. Qui non esiste l’impresa di pulizia, sono le mamme ad essere responsabili delle faccende domestiche. Non esiste un cuoco da pagare, è lo stesso don Villa che da quarant’anni fa dà da mangiare ai ragazzi, le cui famiglie ritengono ragionevole corrispondere il costo del cibo. Alcuni pensionati, per esempio, si mettono a disposizione per la manutenzione ordinaria dei locali scolastici e molti nel paese offrono il loro aiuto per come possono. Anche la regione Friuli Venezia Giulia fa la sua parte attraverso un contributo concesso alle famiglie che frequentano le scuole paritarie.

“Ci vuole un bel po’ d’ingegno e un pizzico di astuzia, ma soprattutto la volontà e la determinazione di credere fino in fondo in ciò che si fa – spiega don Villa. Io dico che è una realizzazione possibile. Poi, che nessuno abbia voglia o che non si abbia la spinta necessaria per farlo, questo è un altro discorso! Però è possibile!”. Mentre afferra un pezzo di torrone, il Villa chiede a Eva di portare al tavolo due scatole. Quella più piccola contiene una sorta di agenda con i nomi degli alunni in corso e le cifre che versano liberamente, quando e come possono. “Qui dov’è la mia contabilità!” scherza il Villa, anche se non del tutto. L’altra, è una vecchia scatola di latta rettangolare, di quelle che le nonne tenevano nella credenzina, ma questa non contiene i biscotti per il The. “Ecco la cosiddetta ‘cassa comune’. E’ qui per esempio che, da quarant’anni, Eva e Luciana versano tutto il loro stipendio, ogni mese. Da quarant’anni, mi spiego?” le presenti lo interrompono: “Via, a noi non è mai mancato nulla!”.

Dalla casa scendiamo a visitare i locali scolastici. Le pareti coperte di cartelloni, foto, messaggi dei ragazzi, completano la testimonianza di questa esperienza possibile. Il Villa non ha dubbi: “All’origine di tutto questo c’è una concezione della vita, una concezione reale della vita. Possiamo così sognare la parità scolastica, ma è una solo una favola spaventosa e delinquenziale! Se il cambiamento non avviene dentro le coscienze, in Italia non cambierà mai nulla. Perché non è vero che i ‘cosiddetti cattolici’ – oggi purtroppo bisogna dire così – hanno voglia di difendere la libertà di educazione, non è vero! Rimane solo un discorso!”. E guai a replicare che, però, la storia di Tarcento è tutta particolare. Che oggi il livello di burocrazia si è gonfiato in modo incontrollabile. Che la crisi morde e i tagli stanno riducendo quanto di poco concesso alla scuola paritaria. “Tutto vero! Lo Stato può anche arrivare a togliermi la libertà, ma non potrà mai togliermi l’intelligenza. La libertà di educazione è una necessità reale o un pallino dei cattolici? Se è reale allora c’è dappertutto! Laddove c’è una famiglia che ha il desiderio di crescere i propri figli cristianamente, lì c’è anche l’urgenza di un’educazione libera. Del resto per un cattolico il cuore dell’educazione non può essere la regola imposta dello Stato”. E cosa deve essere don Villa? “Il Vangelo!”.

di Costanza Signorelli

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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