Svizzero o protestante?

Tempo fa in televisione andava in onda ossessivamente una pubblicità di una nota azienda specializzata in prodotti dolciari (e cioccolato in particolare) dove una persona chiedeva all’altra “Svizzero?” e quello rispondeva subito “No”, aggiungendo tutto contento il nome della marca in questione. La cosa mi è tornata in mente leggendo quello che sta accadendo in […]

Tempo fa in televisione andava in onda ossessivamente una pubblicità di una nota azienda specializzata in prodotti dolciari (e cioccolato in particolare) dove una persona chiedeva all’altra “Svizzero?” e quello rispondeva subito “No”, aggiungendo tutto contento il nome della marca in questione. La cosa mi è tornata in mente leggendo quello che sta accadendo in questi giorni nella vicina terra elvetica dove vanno in scena film di fantascienza e ben pochi ci trovarono qualcosa da ridire, con riguardo alla vita interna della Chiesa ovviamente. Che cos’è successo di così incredibile? Sentite qua e giudicate voi stessi: un gruppo non foltissimo, ma neanche proprio  piccolo, di laici cristiani, si è radunato sotto il perentorio cartello (“Es reicht!”, ovvero“Basta!“, in tedesco) e, armato di fischietti e striscioni, ha marciato deciso verso la sede dell’arcivescovado dove risiede l’attuale presidente della conferenza elvetica: Markus Buechel. Che cosa c’era di così urgente da comunicare? I manifestanti volevano rendere chiaro al capo dei vescovi in persona che loro con certi strani figuri che parlano a nome della Chiesa e rivestono persino incarichi di guida nelle diocesi non ce la fanno proprio più. A chi si riferivano? E’ presto detto: a tutti quelli che – a cominciare per l’appunto da alcuni Vescovi locali – , così lamentano i manifestanti, prendono addirittura sul serio le encicliche sul matrimonio e la famiglia. Ancora insistono che castità e concubinato siano questioni importanti e che su queste ci si gioca anche l’ammissione ai sacramenti, i poveretti. Credono persino che l’indissolubilità matrimoniale sia da prendere sul serio e si aspettano così – addirittura! – che i loro fedeli facciano altrettanto e li prendano pure a loro volta sul serio. Avete capito bene. Il quadro è proprio questo. Ci sono poi anche delle lamentale secondarie su scelte di gestione economica e aspetti caratteriali ma la sostanza vera è questa. Ora, se non conoscessimo anche altri dettagli (che qui vi risparmiamo) della realtà svizzera ci sarebbe da trasecolare. Verrebbe da chiedersi in che mondo siano vissuti da quelle parti fino a oggi. Dov’erano quando fu pubblicata l’Humanae Vitae, dov’erano quando fu promulgata la Familiaris Consortio, dov’erano durante i tre anni di seguito di udienze generali che il Beato Giovanni Paolo II dedicò alla cosiddetta ‘teologia del corpo’. E dov’erano infine durante gli ultimi otto anni di pontificato in cui Benedetto XVI ha praticamente ri-toccato (ad abundantiam) tutti questi punti. Già, dov’erano? Di che si sono occupati, a che pensavano?

            Ma la questione, a ben vedere, è ancora più seria. Perchè tutti i pronunciamenti di cui sopra, pure importanti e necessari, non erano altro che l’approfondimento dottrinale – coerente e logico – della catechesi di sempre che deriva poi direttamente dalla luce della Rivelazione, dal Vangelo. D’altra parte, si tratta di questioni fondamentali che attraversano sia la teologia che l’etica passando per la dimensione sacramentale e persino l’educazione alla santità. Già, proprio la santità. Schiere di santi, anche giovanissimi, hanno testimoniato fino all’offerta della loro vita quale sia la verità cristiana ultima sull’amore e la sessualità. Da San Domenico Savio a Santa Maria Goretti, dalla Beata Laura Vicuna alla Beata Piera Morosini fino al Beato Piergiorgio Frassati, a Santa Gianna Beretta Molla e ai Beati Quattrocchi e Corsini l’orizzonte della vita affettiva e matrimoniale cristiana è stato sempre chiaro: in ogni caso, anche nei periodi di maggiore confusione e smarrimento, nessuno se ne era mai uscito andando dal Vescovo e tuonando che a lui i sacramenti spettano di diritto, indipendentemente dallo stato di colpa (anche grave) in cui si trova. Si può avere certo una sensibilità pastorale e anche liturgica diversa su alcuni profili ma non si può avere una diversa idea del concetto stesso di peccato all‘interno della stessa comunità, così almeno pare a noi. Perché allora, e qui è il punto, ci troveremmo non più entro i limiti di un’impostazione opinabile variabile ma proprio in un’altra idea religiosa, in un altro credo. Papa Francesco in una recente omelia ha detto: “Tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati e la tentazione è il pane nostro di ogni giorno. Se qualcuno di noi dicesse: ‘ma io mai ho avuto tentazioni’, o sei un cherubino o sei un po’ scemo, no? […] Quando il Regno di Dio viene meno, quando il Regno di Dio diminuisce, uno dei segni è che si perde il senso del peccato”. 

            Si potrebbe concludere a questo punto che, con ogni evidenza, né da noi né in Svizzera siamo esattamente dei cherubini….resterebbe allora soltanto quell’altra possibilità. Eh, fate un po’ voi.



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