Supermercati che aprono, teatri che chiudono

Da qualche tempo il fenomeno si verifica ripetutamente, a Trieste e non solo. Ci riferiamo all’apertura crescente dei supermercati e alla chiusura altrettanto significativa dei teatri, famosi e meno famosi. La cosa accade anche in altre grandi città europee e ovunque pare assistere allo stesso disinteresse delle istituzioni come della società civile. Da parte loro, […]

Da qualche tempo il fenomeno si verifica ripetutamente, a Trieste e non solo. Ci riferiamo all’apertura crescente dei supermercati e alla chiusura altrettanto significativa dei teatri, famosi e meno famosi. La cosa accade anche in altre grandi città europee e ovunque pare assistere allo stesso disinteresse delle istituzioni come della società civile. Da parte loro, i nuovi custodi della verità della nostra epoca, gli economisti, sentenziano con il loro consueto distacco glaciale che se non ci sono profitti è normale che un’attività chiuda e – anzi – d’altronde nel caso specifico non ci sarebbe nemmeno di che rammaricarsi dal momento che i supermercati almeno forniscono il sostentamento quotidiano per la popolazione di un territorio, offrono insomma da mangiare e da bere, qualcosa di cui tutti abbiamo sempre bisogno, i teatri invece sarebbero una cosa un po’ astratta, persino elitaria, di cui spesso molte persone non capirebbero la reale utilità sociale concreta. Come si vede, è questo il tipico modo di pensare di chi misura la realtà secondo le categorie ‘mi serve/non mi serve’ inseguendo una logica evidentemente materialista: ciò che ha un’utilità visibile deve avere anche un prezzo e quindi un mercato condiviso, ciò che non lo ha uscirà prima o poi fuori dal mercato ri-calibrando così in modo naturale i bisogni realmente necessari di una società. Alla fine, gli economisti di cui sopra ragionano (e mai verbo fu più inopportuno) veramente in questo modo. Dal che si vede come si possa essere laureati e incredibilmente ignoranti allo stesso tempo. Quello che sfugge a chi asserisce simili idee è anzitutto il ruolo proprio educativo e civile che il teatro ha svolto dalla sua fondazione ad oggi in tutte le comunità del mondo. Era vero ai tempi di Eschilo ed Euripide, era vero ai tempi di Plauto e Ovidio, era vero ai tempi di Racine e Goldoni ed è vero anche oggi perché il teatro non è una forma speciale di una certa particolare cultura espressiva, ma un vero e proprio specchio dell’umanità che in essa si riflette a sua volta, oltre a riflettere su quel mistero enigmatico che è l’esistenza umana. Di più: il teatro (includendo anche il teatro dell’opera lirica, qui, e non solo la drammaturgia classica) ha in qualche modo offerto sempre uno straordinario ‘lasciapassare’ al mondo per chi non se lo poteva permettere. C’è stato ad esempio un tempo in cui chi non aveva studiato molto da giovane poteva comunque farsi valere in società dicendo che “però frequentava il teatro”. E l’affermazione in pubblico aveva un valore notevole: chi la diceva voleva intendere che anche se non aveva poi fatto molte scuole sapeva comunque quel che c’era da sapere, appunto perché “frequentava il teatro”. Il che voleva dire non tanto che passava il tempo andandosi a fare quattro risate ma che completava, andando a teatro, il cursus studiorum che non aveva fatto in tempo a concludere al liceo o anche all’università. Voleva cioè dire che durante l’anno aveva visto una serie non piccola di commedie e tragedie, opere liriche e balletti, concerti e allestimenti scenici di vario tipo dal che aveva avuto accesso al mondo della mitologia classica e ai suoi rifacimenti moderni, ai capolavori della cultura letteraria europea e alle sue interpretazioni nazionali, fino alle ultime novità della produzione contemporanea e alla più stretta attualità. A questi contenuti si veniva introdotti poi con un vero e proprio metodo pedagogico, insito nella logica del teatro stesso, fatto di silenzi prolungati, sviluppo delle capacità di concentrazione, osservazione e ascolto, e attenzione al contesto ambientale oltre che al testo rappresentato. Ma persino l’ingresso in sala, la convivialità e lo scambio di conversazioni durante l’intervallo, fino all’uscita finale, contribuivano a educare e formare lo spettatore. Dalla scelta del vestito da indossare, alla tonalità della voce e le parole da usare in quel luogo, si può dire – senza rischio di esagerazione – che chi frequentava abitualmente il teatro riceveva per l’appunto un bagaglio di civiltà, conoscenze culturali e costume (vogliamo parlare del gusto e dell’educazione estetica?) che valevano, letteralmente, una scuola vera e propria. Era, ed è ancora, in parte, un luogo in cui la cultura più autentica, i protocolli sociali e i riti civili si uniscono tutti insieme come forse da nessun’altra parte accade. In realtà è proprio così che per secoli e secoli abbiamo curato, fuori dall’ambito ecclesiale, tatto, educazione e sensibilità. Cose che, purtroppo, non hanno – se si vuole – una utilità materiale tanto da determinare un prezzo concreto, per tornare al discorso degli economisti in partenza. Solo che sarebbe forse la prima volta nella storia che una civiltà crede di potersi disfarsi liberamente dell’istituzione del teatro come se non fosse affatto un servizio educativo necessario perché tanto – comunque – al loro posto aprono i supermercati che danno da mangiare e fanno girare più soldi sul mercato. Da parte nostra, per quel che vale, crediamo che la Chiesa, proprio anche sulla base della sua Dottrina sociale e dei suoi compiti pastorali, non possa dirsi neutrale in questa disputa: perché potrebbe esistere certamente una comunità cristiana in una città con pochi teatri e molti supermercati ma abbiamo qualche dubbio che ciò si altrettanto possibile in una città piena di supermercati senza nessun teatro. Insomma, la perdita dei luoghi di bellezza dovrebbe essere sempre una sconfitta per chi crede che la bellezza abbia definitivamente qualcosa a che fare con l’invisibile: forse, su questo aspetto, varrebbe la pena di spendere qualche parolina apposita, prima o poi.



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