Sul prete deputato Šček e Mons.Santin le cose stanno diversamente

Mons. Ettore Malnati non concorda sulla versione dei rapporti tra il Vescovo Santin e il prete deputato Šček fornita sul quotidiano Il Piccolo del 16 dicembre.

Circa l’articolo apparso su Il Piccolo del 16 dicembre a pag 32 “Il prete deputato Šček lottava per gli sloveni ma finì sospeso a divinis”, sottolineo. La Chiesa tergestina negli anni del Ventennio non fu prona al fascismo, né con il vescovo Fogar né con il vescovo Santin. Ben lo sa chi ha firmato l’articolo per l’Archeografo triestino. Santin nel ’38 fermò Mussolini alle porte di S. Giusto, si adoperò per la tutela della lingua slovena nel catechismo e nella predicazione delle parrocchie dove vi era una presenza di Sloveni. Sono documentate le sue prese di posizione presso le autorità a partire da Mussolini sino a quelle locali, non solo per la città di Trieste ma per l’intero territorio della diocesi. Fu il primo Vescovo che nel Sinodo del 1959 diede normative giuridico-ecclesiastiche per l’uso in tutta la diocesi della lingua slovena nelle attività pastorali. Volle, concluso il Concilio, la traduzione e l’uso dei libri liturgici in lingua slovena per la sua diocesi. Fu il primo, per diversi anni, a volere e a nominare per gli sloveni un vicario episcopale nella persona di mons. Luigi Skerl. . Circa il sacerdote Šček la questione non è etnica. Vi è in primis una costante avversità all’opera di unificazione, pur nella distinzione, del clero diocesano delle due espressioni. Già l’arcivescovo Francesco Borgia Sedej si era mostrato contrario con la dichiarazione inviata alla Santa Sede sulla configurazione di diocesi etniche, come il movimento dei preti sloveni voleva per l’intera diocesi di Gorizia. Si tratta di questione complessa, collocata in contesti storici che richiedono una lettura di valutazione complessiva nell’insieme delle problematiche umane, religiose, etniche e sociali di quel tempo. Anche oggi vi è qualcosa di non adeguato nei confronti delle minoranze nella nuova legislazione civile, che penalizza non solo in regione l’adeguata rappresentanza della minoranza etnica. Chi ne parla? Chi fa correttamente qualche cosa? Nel nostro piccolo un esempio lo sta dando la diocesi di Trieste: in tutti i suoi documenti ufficiali e nelle sue attenzioni pastorali, non ultima l’apertura del Giubileo e il Sinodo diocesano. E’ giusto fare memoria di ciò che ha costituito il passato di queste Genti e di queste Terre, ma l’ottica deve essere quella che serva ad unire e guardi avanti concretamente per una vera convivenza di distinzione rispettosa, per una unità che favorisca la concordia, la pace e il vero bene comune. Nei provvedimenti disciplinari della Chiesa cattolica circa il clero degli ultimi due secoli, ciò che induce alla stigmatizzazione di azioni ed opere parte sempre da questi criteri: o il venir meno alle verità di fede o alla vita morale o all’unità della comunità cristiana. Forse la sospensione a divinis del prete-deputato Šček è da ricercarsi non nel legittimo impegno per la tutela giusta ed equa di un’etnia, ma nel suo opporsi a una comunione, sia pur nella distinzione, dei presbiteri delle varie etnie e del presbiterio con il Vescovo. Basterebbe consultare ciò che scrisse P. Blasina nel suo libro “Vescovo e clero nella diocesi di Trieste e Capodistria 1938-1945” ed. I.R.S.M.L.F.V.G. Trieste 1993 pp 11-13, dove viene riportato l’atteggiamento ostile di don Virgilio Šček, anche quando si prodigò per screditare presso i confratelli l’iniziativa di un convegno voluto dal vescovo Santin sulle problematiche pastorali della diocesi, convocando assieme il clero di lingua slava e di lingua italiana. Egli stigmatizzò questo metodo con il termine “pericoloso”. Il Vescovo rispose così, in data 10 marzo di quell’anno (1939) a don Šček: “Il clero italiano sarà lieto di ritrovarsi con i fratelli di altra lingua”. Poi continuava dicendo: “Il tema da trattarsi è puramente pastorale, religioso e sarà trattato in questa luce con molta libertà, portando ognuno la propria esperienza non per demolire ma per edificare”. Nel 1940 Santin offre di nuovo al clero un’opportunità in un convegno sull’argomento “Ministerium Verbi”, cioè una panoramica dell’istruzione religiosa nella diocesi. I temi affrontati in questo convegno, anch’esso contestato da Šček, erano: l’omelia domenicale, una relazione di mons. Marussi sunteggiata in sloveno da mons. Glažar; la predicazione straordinaria, relatore mons. Ukmar, che parlò in latino; il catechismo degli adulti, relatore don Marzari, sunteggiato in sloveno da don Kjuder (cfr E. Malnati, Antonio Santin. Un vescovo tra profezia e tradizione 1938-1975 ed. MGS Press 2003, p. 64). L’intento di Santin era quello di non mortificare nessuna parte linguistica del clero, ma di creare quella comunione indispensabile che, nel rispetto della diversità culturale, diviene sinergia pastorale dell’unica Chiesa particolare, nella quale afferiscono le Comunità di lingua e di cultura diversa, aventi però un unico impegno: quello dell’annuncio del Vangelo nell’inculturazione di cadauno. E’ dovere del Vescovo, lo dirà poi il Concilio Vaticano II, orientare ed edificare nella comunione. Santin questo tentò di fare con l’equità che i tempi gli permettevano, ma sempre con profezia evangelica che gli procurò certo, dagli estremismi, persecuzione e diffamazione. Di ciò dà testimonianza il card. Loris Capovilla, già segretario di papa Giovanni XXIII, che più volte ebbe l’occasione di sottolineare la stima di Papa Roncalli per l’opera di Santin a favore degli Ebrei e la sua equità umana e sacerdotale nei confronti dei suoi diocesani sia di lingua italiana, slovena e croata.



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