Sul matrimonio, a scuola dal professor Waldstein

Da queste colonne spesso ci troviamo a deplorare lo stato di salute della cultura morale e spirituale mitteleuropea, però – come pure osserviamo di tanto in tanto – anche di questi tempi fortunatamente esistono ancora delle eccezioni. Senza tornare di nuovo a Ratzinger/Benedetto XVI, le cui riflessioni a tutto campo restano comunque ineludibili per essersi […]

Da queste colonne spesso ci troviamo a deplorare lo stato di salute della cultura morale e spirituale mitteleuropea, però – come pure osserviamo di tanto in tanto – anche di questi tempi fortunatamente esistono ancora delle eccezioni. Senza tornare di nuovo a Ratzinger/Benedetto XVI, le cui riflessioni a tutto campo restano comunque ineludibili per essersi confrontate – nel tempo – con praticamente tutte le voci più autorevoli dell’agone culturale germanofono, da Jurgen Habermas a Ernst-Wolfgang Bőckenfőrde, in passato abbiamo citato ad esempio la produzione intellettuale del berlinese Robert Spaemann, per quanto in là con gli anni tuttora la mente pensante più cristallina del miglior pensiero teleologico contemporaneo cattolicamente ispirato. Passando invece al diritto, e scendendo questa volta nella vicina Austria, una menzione d’obbligo va sicuramente al professor Wolfgang Waldstein, accademico di lungo corso, prima docente a Innsbruck, poi rettore dell’Università di Salisburgo, dove per decenni è stato professore ordinario di diritto romano e filosofia del diritto, senza contare varie digressioni – e dotti excursus – nella storia plurisecolare del diritto europeo occidentale. Chiamato poi a Roma per insegnare presso la Pontificia Università Lateranense sotto Giovanni Paolo II, oggi è membro emerito della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), fine scrittore sui punti più dibattuti del rapporto tra la cultura giuridica continentale attuale e la migliore tradizione perenne dello ius naturale (o das Naturrecht, come suona nella sua lingua madre) e chissà quant’altro dimentichiamo. Ah sì, nel suo curriculum può vantare di essere stato ripetutamente citato in un discorso papale tra i più solenni e magistrali, ovvero quello di Benedetto XVI al Bundestag tedesco, tutto incentrato proprio sulla necessità di allargare le capacità conoscitive della ragione e ri-fondare le necessità teoretiche del diritto naturale per superare la crisi istituzionale dello Stato di diritto moderno e contemporaneo. Può bastare? Ecco, inquadrato il personaggio, l’occasione per soffermarci su di lui ci è data però da una fresca pubblicazione tematica a più voci sulla dimensione pubblica, pre-politica, unica, di per sé laica, ancorché rafforzata evangelicamente, monogamica e indissolubile dell’istituto matrimoniale in quanto tale curata dallo spagnolo Miguel Ayuso, presidente dell’UIJC, l’Unione Internazionale dei Giuristi Cattolici (cfr. M. Ayuso [a cura di], De Matrimonio, Marcial Pons Ediciones, Madrid 2015, Pp. 173, Euro 19,00 – http://www.marcialpons.es/libros/de-matrimonio/9788416402519/). Il contributo di Waldstein spicca infatti particolarmente per densità e qualità, nel solco di quella scuola gius-filosofica mitteleuropea che – per capirci – sotto i totalitarismi del ‘900 riscopre finalmente le più antiche fondamenta classiche del suo patrimonio vivente e si ricollega, tra gli altri, direttamente alla riflessione del giurista tirolese Johannes Messner e soprattutto del giurista e pensatore sociale renano Heinrich Rommen, l’indimenticabile autore del celebre e ineguagliato Die ewige Wiederkehr des Naturrechts.

Mutatis mutandis, anche in questa pubblicazione quello che preme a Waldstein – come agli altri autori – è ri-dire, in ordine a quella primissima cellula sociale da cui tutti nasciamo, la famiglia, e agli elementi principali che la costituiscono a ogni latitudine, sicchè come si suol dire lo Stato correttamente la ri-conosce, ma non la istituisce ex novo, ciò che nella sua definizione è assoluto, ciò che non è negoziabile, ciò che è accidentale e ciò che invece è convenzionale e quindi decisamente relativo perchè mutuato dai costumi dei tempi che passano. Muovendo da considerazioni capitali già illustrate nell’ultimo fortunato saggio sul diritto naturale, Ins Herz geschrieben. Das Naturrecht als Fundament einer menschlichen Gesellschaft, lo studioso austriaco torna qui alla tradizione romanistica, cominciando dall’autorità di Ulpiano e Cicerone fino ai loro discepoli più coerenti, per esempio Modestino, proprio per motivare contro ricorrenti obiezioni, oggi particolarmente diffuse, come le evidenze fondamentali che fanno materialmente il matrimonio come istituto giuridico riposino ultimamente sul diritto naturale che diventa quindi il vero garante dell’ordine civile rettamente inteso, quello che guarda sempre alla tutela della dignità complessiva della persona umana nella codificazione delle relazioni sociali. D’altra parte, fino a tempi relativamente recenti, persino alcune pronunce delle Supreme Magistrature nazionali, come la Corte Costituzionale tedesca, non mancavano di fare riferimento ai fondamenti non scritti (iurium fondamentalium) del Testo-primo dell’ordinamento giuridico, evidentemente per salvaguardarne precisamente le possibili interpretazioni più erronee e strumentali dettate quasi sempre dagli orientamenti ideologici delle culture dominanti del momento. E se ne andava del bene comune prima, non si comprende – sembra argomentare pacatamente Waldstein – perchè non dovrebbe andarne del bene comune adesso giacchè anche a fronte dei mutamenti nell’organizzazione pubblica della società l’oggetto di studio per il giurista resta esattamente lo stesso, ieri come oggi. Ma c’è di più: se il diritto che fonda il vivere comune e il patto di cittadinanza diventa improvvisamente manipolabile a piacimento dalle maggioranze di turno, comunque queste siano espresse, magari persino con il placet esplicito di qualche tribunale, esso finirà con il perdere progressivamente ogni valore nella sua cogenza tra gli stessi conosciati-cittadini fino a diventare la negazione di se stesso, non più uno strumento a servizio della verità ma un’arma come un’altra a disposizione dell’interesse discrezionale e arbitrario dei potenti, citando qui anche l’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II. Converebbe allora chiedersi se il termine ‘democrazia formale’ non sia diventato un comodo scudo per un totalitarismo morbido di fatto perchè solo i totalitarismi non prevedono limiti, nè barriere, all’espansione della loro azione politica di forza mirata ad addomesticare il corpo sociale. Come si vede, ce n’è abbastanza per rispondere opportunamente a tono – e riflettere con frutto – sui principali nodi contesi della diatriba politica attuale in corso in quasi tutti i Parlamenti d’Occidente (l’ultima parte, profeticamente, verrebbe da dire, è dedicata all‘innegabile diritto naturale dei genitori di educare i propri figli). Assolutamente da leggere, ri-leggere, e possibilmente meditare.



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