Storia dell’arte al Museo Revoltella

Esiste ancora l’arte cristiana? Un’arte cristiana moderna, diffusa e penetrante, che pur con i nuovi linguaggi e stili nati dalla dissoluzione dell’arte classica attinga alle acque vive della nostra fede? Ci sono certamente singoli artisti che intingono il loro pennello nelle acque sacre dello Spirito, ma sono per lo più casi isolati, fiori di loto […]

Esiste ancora l’arte cristiana? Un’arte cristiana moderna, diffusa e penetrante, che pur con i nuovi linguaggi e stili nati dalla dissoluzione dell’arte classica attinga alle acque vive della nostra fede? Ci sono certamente singoli artisti che intingono il loro pennello nelle acque sacre dello Spirito, ma sono per lo più casi isolati, fiori di loto oscillanti su una vasta e tetra palude.

Dall’inizio di dicembre prenderanno il via due corsi di storia dell’arte all’Auditorium del Museo Revoltella (via Diaz 27) dal titolo “Archeologia e Storia dell’arte romana” (1° ciclo) e “Storia dell’arte contemporanea: il Novecento” (2° ciclo). Chi fosse interessato a seguire le lezioni e a iscriversi o ad avere ulteriori informazioni può rivolgersi alla biglietteria del Museo dalle ore 8.00 alle ore 14 (tel. 040-6754350).

Scorrendo il programma ci si imbatte, per quanto riguarda l’arte romana, in una serie di argomenti indubbiamente affascinanti e coinvolgenti, che vanno dall’arte funebre romana e dai mosaici alle ville imperiali con una sortita anche nell’universo civettuolo delle acconciature femminili. Non meno attraente la navigazione nel mondo dell’arte contemporanea che tocca le insenature e i “porti” più noti dell’inquieta ricerca novecentesca, tra psicoanalisi, costruttivismo, dadaismo, espressionismo, minimalismo e altri numerosi “ismi” testimoni di un’inesausta tensione al nuovo e al dissacratore.

Di arte cristiana, antica e contemporanea, non c’è traccia. Anche qui si ripropone quella dolorosa assenza che abbiamo inizialmente individuato all’interno dell’attuale produzione artistica. Sembra che l’interesse oggi si muova lungo due binari: da una parte l’“archeologismo”, ovvero un gusto freddamente erudito per cose antiche e spiritualmente neutre — un po’ come succede nei programmi seguitissimi di Piero Angela —; e dall’altra il progressivo svuotamento spirituale del gusto estetico contemporaneo di cui si indagano i linguaggi, le tecniche, le tensioni distruttive e la potenza annichilente, presentati in chiave positiva. A questo proposito ben si adatta a definire questo anelito artistico a suo modo iconoclasta, che domina tanto la storia e la critica quanto la creatività dei singoli artisti, il titolo della penultima lezione al Revoltella: “Postmoderno: il fallimento del progetto e il disordine del destino”.

Quale progetto è fallito? Quale destino è stato scompigliato e deragliato? Al di là di quella che sarà la trattazione specifica della lezione, le due parole “progetto” e “destino” sollecitano una serie di riflessioni su questi “tempi di povertà” che contagiano anche la creatività degli artisti. Avere un progetto significa gettare dei buoni semi nel presente e coltivarli in vista della loro fioritura, guardando al contempo al presente e al futuro, in una continuità di senso e di scopi. Se non semino nulla adesso non raccoglierò nulla in seguito e la mia vita diventerà una volontaria reclusione dentro l’attimo angusto dell’oggi, senza cura o interesse alcuno per ciò che sarà. Ma quando il presente e l’avvenire non comunicano più, si spezza lo stesso essere dell’uomo che è nella sua intima essenza un fascio di potenzialità che hanno bisogno del tempo per definirsi, rivelarsi ed esprimersi. Diverse possono essere queste potenzialità, secondo una gradazione che va dalle “frequenze” più opache e materiali a quelle più sottili e spirituali. Queste ultime — e non vi è civiltà, cultura e religione che non l’abbia riconosciuto, a parte la nostra che si ritiene per questo tanto “evoluta” — sono il grande tesoro dell’uomo, la scintilla divina che arde dentro di lui e che gli rende la vita degna di essere vissuta.

Questa temporalità significativa e orientata, che è al cuore dell’antropologia cristiana — la nostra grande matrice spirituale, culturale ed esistenziale —, è il principio generatore di un “destino”, cioè di una chiamata, di una vocazione che chiede di essere realizzata affinché l’uomo senta nello scorrere dei suoi giorni le acque scroscianti del fiume della Verità e della pienezza.

L’arte occidentale, un tempo percorsa dai mille affluenti luminosi della fede, ha espresso tutta la sua grandezza per secoli e secoli. Essa ha avuto a lungo un progetto e un destino, fondati sul progetto e il destino di coloro che l’hanno alimentata e resa magnifica. Ora questo fiume è stato interrato ed è rimasto solo un greto petroso e desolato ove l’artista si aggira raccogliendo fossili, sassi, ciuffi di erba secca e qualche pugno di terra umida da adoperare per narrare il nulla, la perdita, l’abbandono, l’emorragia dei giorni che non inseguono più il Giorno.

Credo che anche questa desertificazione dei linguaggi e dei contenuti abbia a volte, nei risultati più alti, la capacità di parlare ancora e sempre di Dio e della nostra vocazione spirituale, sia pure mostrando nella deformazione espressionista del reale o nello sfregio stesso di ogni manifestazione visibile (vedi il taglio netto sulla celebre tela di Lucio Fontana) la copia fedele di come il mondo appare quando Dio non lo abita più. Perfino tante creazioni “brutte” secondo i canoni del passato possono esprimere la sete inappagata di un Dio che si ritiene assente, sordo, lontano, perennemente in fuga dall’uomo che lo ha tradito.

Il problema non è tanto quello della frantumazione dei linguaggi tradizionali e dello sperimentalismo, che se perseguiti con rispetto ed intelligenza possono parlare di Dio anche con più forza di mille opere apertamente celebrative. Tra le opere dell’arte contemporanea si posso certamente selezionare alcune che assomigliano per la gran parte a dei paesaggi bruciati dall’arsura e cosparsi di rovine, senza più fonti d’acqua e figure umane, senza più alcun segno di vita, ma in cui rimangono, sia pure ben nascosti, dei piccoli semi di vita e tratti minimi di colore che evocano l’immagine del fiorente e vivo paesaggio che fu un tempo, quando l’acqua scorreva e spesso traboccava rendendo fertile la terra e più speranzosi gli uomini. Anche nell’assenza a volte si annida una presenza. La tristezza di ciò che rimane di un tempo colmo di luce e bellezza, per contrasto, può risvegliare con potenza la nostalgia di ritrovare ancora il Dio perduto e taciuto.

Tanta arte contemporanea può essere letta secondo questo codice. Il guaio è che la critica lo fa sempre più di rado, rimanendo all’interno di un discorso tecnico e immanente, che non scava più dentro l’opera d’arte per bucarne la superficie e riportarne alla luce tutto quegli strati sepolti in cui si è rifugiata l’anima assetata di Dio. Là vibra ancora questa nostalgia e di là si sente levarsi sempre e di nuovo l’eterno lamento della creatura che non può mai bastare a se stessa. Ciò che preoccupa è la volontaria esclusione di qualsiasi discorso che faccia riferimento al divino, allo spirituale, al sacro, in particolare a ciò che queste parole significano nella nostra fede, culla del mondo in cui viviamo. E questa negligenza non di rado si trasforma in mancanza di rispetto, in odio aperto, in bestemmia, come è accaduto a Lucca in una mostra che ha esposto accanto ad opere di ispirazione mussulmana altamente valorizzate e considerate, alcune opere che hanno ripreso dei soggetti e dei motivi cristiani, come la croce, per sfregiarli in un modo che non dovremmo permettere. A Firenze poi, dove è stata allestita una mostra il cui tema è proprio la croce del Cristo come è stata rappresentata dai grandi dell’arte novecentesca quali Picasso, Munch e Chagall, un gruppo di genitori non ha voluto che i loro figli venissero portati dai loro insegnanti a visitare la mostra.

Il vero rispetto e la vera tolleranza, parole per lo più ormai svuotate e con cui i tanti paladini della “democrazia” e i tanti cantori della “Marsigliese” si riempiono compiaciuti la bocca, sono stati spazzati via da questo ostinato, consapevole e fortemente voluto rifiuto delle nostre radici cristiane. Il paradosso e lo scandalo stanno nel fatto che è proprio grazie a queste radici che oggi l’uomo possiede uno spazio di vera libertà in cui operare le proprie scelte. Il guaio è che, come accade sempre nella storia, difficilmente questo uomo fallibile e tanto stolto è all’altezza di questa libertà donata. Non lo è stato sin dall’inizio e ha continuato a non esserlo, ripetendo sempre lo stesso errore delle origini che fu un errore nell’uso della libertà.

Si parla di tutto, si dà spazio a tutto, non si discrimina più, non si chiude più nessuno fuori dalle mura, i diritti individuali si moltiplicano di ora in ora, tutto si accetta, tutto si digerisce in nome della libertà. Come mai da questo “tutto” uno solo rischia sempre più di essere escluso? E proprio Colui che ci ha messo davanti “la vita e la morte” perché ciascuno potesse scegliere liberamente. Colui che ha portato la sola Verità che ci rende finalmente liberi. Forse è proprio questa la ragione dell’ostinato rifiuto di Dio che percorre il mondo attuale: l’uomo, per quanto assetato di libertà, ha in realtà paura di essere veramente liberato. Preferisce rimanere nelle sue piccole prigioni quotidiane, perché quella Verità che lo libera realmente è molto esigente e prima di essere raggiunta richiede una lunga ascesa spesso dolorosa e anche aspra, ma alla fine stupendamente generosa e magnifica. Per questo l’abitatore confuso e mediocre della realtà postmoderna teme più di ogni altra cosa quel Liberatore esigente ma elargitore di ogni vero bene che non si stanca mai di bussare alla porta del suo cuore. Ospitarlo e condividere con lui il desco fa paura. Chi mai può sostenere senza scosse e perturbamenti profondi il suo sguardo che scruta fin nelle pieghe più buie delle nostre viscere? Meglio sbarrare l’uscio e sommergere la sua voce con i mille fragori e rumori del proprio Io e delle proprie piccole consuetudini senza un “progetto” e senza un “destino”. Anche la mano dell’artista ha paura di Lui. Accoglierlo nella sua tela significa allora passare dalla cosiddetta arte della “domenica” in senso ludico e senza un vero arduo investimento esistenziale alla “domenica” dell’arte intesa in senso sacro e che invece vuole tutto perché senza questo tutto, perlomeno ricercato e atteso, ogni tela è solo un grumo di colori e di linee, uno spettacolo sontuoso ma vano, simile, riprendendo le parole di Shakespeare, a “una storia raccontata da un idiota, a una farsa piena di tanto clamore e che non significa nulla”.



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