Stanislao Papczynski, un altro Santo per la Polonia mariana

Con la canonizzazione di Domenica un’altra medaglia si aggiunge al già ricco album polacco della santità nell’epoca moderna: questa volta va a padre Stanislao di Gesù Maria (1631-1701), fondatore dell’Ordine dei Mariani, dedicato a promuovere il culto dell’Immacolata in un momento storico in cui questo non era ancora dogma di fede. Come sempre, la storia […]

Con la canonizzazione di Domenica un’altra medaglia si aggiunge al già ricco album polacco della santità nell’epoca moderna: questa volta va a padre Stanislao di Gesù Maria (1631-1701), fondatore dell’Ordine dei Mariani, dedicato a promuovere il culto dell’Immacolata in un momento storico in cui questo non era ancora dogma di fede. Come sempre, la storia della vita del Santo che la Chiesa ufficialmente canonizza è già da sola istruttiva di fede e virtù cristiane (la fortezza e la speranza, in particolare, nel caso di specie) ma la figura di questa settimana dice anche dell’altro. Prima di tutto che – ancora una volta – la fedeltà alla devozione particolare a Maria nei tempi moderni è – sempre – per dirla con il Montfort, segno di sicura predestinazione celeste: mai come negli ultimi tempi, in effetti, la figura di Maria ha caratterizzato i profili più alti ed eccellenti della santità cristiana. E da questo punto di vista la missione mariana ha letteralmente salvato la conservazione della fede popolare, attaccata in Europa come non mai prima dei venti dell’Illuminismo, poi dal positivismo, quindi dalle ideologie politiche totalitarie assassine del secolo scorso. La Polonia, come noto, terra la cui devozione mariana vantava peraltro radici antiche è stata su questo aspetto privilegiata di una schiera di testimoni semplicemente eccezionali: era mariana la congregazione religiosa in cui Santa Faustina Kowalska spese la sua vita consacrata, era mariano il Papa che più di ogni altro nel ‘900 ha posto il pontificato sotto la protezione della Tutta Santa, Karol Wojtyla ‘il Grande’, era mariano il padre francescano che nel lager della morte offrì ai nazisti liberamente la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, Massimiliano Kolbe, era mariano pure a suo modo il sacerdote che per anni guidò l’unico sindacato al mondo dei lavoratori che aveva nel suo stemma di categoria non la pala, il martello o un altro attrezzo di lavoro, ma la Beata Vergine stessa, don Jerzy Popieluszko, la guida spirituale di Solidarnosc. E si potrebbe andare avanti ancora alle ‘figure minori’, ammesso che per una categoria così grandiosa come la santità si possa correttamente parlare di testimoni ‘minori’. Di certo padre Stanislao appena elevato alla gloria degli altari per la gran parte della cattolicità mondiale attualmente ancora lo è. Questo però ci dice anche un altro aspetto, per così dire teologale, della misteriosa storia soprannaturale dei popoli (giacché anche i singoli popoli, qui sulla terra, la profezia di Fatima ce lo ricorda, combattono le loro battaglie soprannaturali). Un altro di quelli che nella manualistica corrente non entrerà mai, e cioè l’impatto della santità, e della comunione dei santi, nelle vicende sociali e politiche del loro tempo che della teologia della storia resta parte primaria e anzi fondamentale. Per restare a Fatima: è vero naturalmente che sullo scacchiere geopolitico mondiale il comunismo era l’avversario ideologico e partitico principale rispetto alla libertas Ecclesiae e a quella dei popoli ma esso – a sua volta – non era altro che la versione temporale delle strutture di peccato organizzate, per stare al piano teologico. Infatti ai pastorelli la Vergine non chiese di mettersi a studiare l’evoluzione delle dottrine politiche, o le alchimie filosofiche del materialismo storico, ma di recitare il Rosario, offrire digiuni e sacrifici, praticando le virtù e pregando il più possibile. Non che le prime non servissero ma quello che commuove il cuore di Dio, ieri come oggi, è appunto anzitutto la pratica e la comunione dei Santi: per questo è letteralmente un peccato che anche nel nostro ambito spessissimo le letture politiche delle crisi valoriali o morali si fermino a trattati sociologico-intellettuali, anche interessanti, ma fondamentalmente privi del tutto della dimensione teologica del piano concreto dei fatti (peccato-espiazione-redenzione). Così non sapremo mai, forse, il ruolo giocato in dettaglio da padre Stanislao in questo senso, sappiamo però che il suo apostolato era apertamente interessato anche alla dimensione pubblica del governo della Nazione che giudicava allora moralmente corrotto e sappiamo che la cristianizzazione della società pubblica era al centro delle sue preoccupazioni spirituali.

L’altra cosa, infine, che l’eroica vicenda umana di padre Stanislao oggi c’insegna – essendo stato discepolo del carisma di San Giuseppe Calasanzio, lo scolopio spagnolo storico fondatore delle scuole popolari, le prime scuole pubbliche d’Europa – è la sua passione per l’educazione, soprattutto verso i ragazzi più poveri, cosa che negli ultimi decenni in Occidente è stata praticamente abbandonata quasi dappertutto ai maestri ‘laicissimi’ (con quali risultati pratici, lo si è ben visto), muovendo dall’idea che l’attività educativa cristianamente svolta dovesse generare dei Santi, e non solo o non tanto dei bravi studenti, culturalmente parlando (perché sì, le due cose possono anche essere in contraddizione l’una con l’altra a volte). Per questo scrisse, insegnò egli stesso e diresse anime, nella convinzione che salvare un’anima fosse il modo più efficace per salvare, in piccolo, la storia umana. E poi dicono che il Cristianesimo del Seicento non era ancora abbastanza moderno, i soliti noti della chiacchiera, dimentichi forse che l’unica vera modernità realmente ‘al passo con i tempi’ è data sempre dall’adesione personale all’autentica santità. Averne oggi di maestri così ragazzi, averne.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *