Spaemann e il cristianesimo come controcultura

Nei giorni scorsi l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân ha tradotto e diffuso in italiano l’ultimo contributo alla riflessione di Robert Spaemann apparso su First Things, l’organo ufficiale dell’“Institute on religion and public life”, uno dei principali think-tank internazionali che si occupano tematicamente di religione e spazio pubblico nella società occidentale con competenza e qualità. Per […]

Nei giorni scorsi l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân ha tradotto e diffuso in italiano l’ultimo contributo alla riflessione di Robert Spaemann apparso su First Things, l’organo ufficiale dell’“Institute on religion and public life”, uno dei principali think-tank internazionali che si occupano tematicamente di religione e spazio pubblico nella società occidentale con competenza e qualità. Per chi non lo conosce, il professor Spaemann è uno degli ultimi filosofi di razza del Vecchio Continente e uno dei fiori all’occhiello indiscussi dell’odierna cultura mitteleuropea. Nel mondo germanofono ha insegnato praticamente ovunque: da Stoccarda, a Heidelberg, a Monaco di Baviera. E’ uno dei pochi a potersi permettere di dare del ‘tu’, non solo metaforicamente ma proprio letteralmente, a Joseph Ratzinger, che in passato gli aveva pure dedicato un libro. E parimenti, naturalmente servata distantia, di lui si potrebbe dire forse quello che Marcello Veneziani disse una volta dello stesso Benedetto XVI: guardandolo, o sentendolo parlare, si ha l’impressione di essere di fronte alla Tradizione vivente che cammina per l’Europa. Citiamo più o meno a memoria, ma insomma ci siamo capiti. Spaemann infatti è una delle poche intelligenze enciclopediche ancora in circolazione che a qualsiasi domanda su una qualsiasi cosa (che so, dall’architettura barocca alla neocibernetica) potrebbe rispondere per le rime all’interlocutore di turno tenendo alta la soglia d’ascolto degli astanti senza fare una piega. Chiaro ora il personaggio? Bene, e che cosa ha detto questa volta Spaemann? L’intervento verteva sull’accesa disputa intorno al carattere della sacramentalità del matrimonio indissolubile, alle eventuali condizioni richieste per il suo annullamento e all’accesso alla comunione eucaristica per i divorziati risposati (si può leggere tutto qui: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=1963). Come si sa, infatti, soprattutto in terre di lingua tedesca (leggi quindi anche Austria e Svizzera) il ‘dibattito’ (parola già di per sé fuorviante, a ben pensarci) è tutt’altro che sereno: c’è chi non crede affatto all’indissolubilità del matrimonio (né sacramentale, né civile) e chi non riconosce alcuna validità a quella che una volta si chiamava legge naturale. Poi ci sono quelli che si attaccano ai cavilli, come sempre, per argomentare l’inargomentabile e avanti così a chi la spara più grossa. In questa situazione che dire ‘confusa’ è appena eufemistico, il contributo di Spaemann apporta una boccata d’aria fresca unendo alla rara chiarezza espositiva una persuasione immediata e particolarmente convincente (qualora ce ne fosse bisogno) dei contenuti.

E poi qua e là dice anche delle altre cose. Una delle più pregnanti di significato, secondo noi, è proprio all’inizio quando il filosofo berlinese scrive che il Cristianesimo “in Occidente sta diventando una controcultura” e il suo futuro prossimo dipenderà dalla capacità di essere in grado di restare fedeli a questa vocazione ‘controculturale’. Nell’arco del discorso complessivo questo a prima vista potrebbe forse sembrare un aspetto secondario e invece il punto è proprio qui se ci pensate. Infatti, da che cosa è stato scatenato tutto questo dibattito, peraltro molto amplificato dai mezzi di comunicazione? Dalle richieste della società mondana. E che cosa vuole oggi la società mondana? Che il Vangelo sia al suo livello, è chiaro. Cioè, detto in parole ancora più chiare, che possibilmente non ci siano assoluti, né cose definitive. Che il dubbio diventi dogma e quindi metro di giudizio. Al mio Paese, scendendo un po’ da queste altezze espressionistiche, la gente pratica diceva semplicemente ‘avere la botte piena e la moglie ubriaca’. Beh, dopotutto il concetto è quello. Oggi sul matrimonio in Occidente si sta giocando una battaglia epocale ma pare che non tutti l’abbiano capito realmente. Anche in questa disputa attuale la vera contesa è fra chi crede al matrimonio tanto da considerare oggettivamente, nella forma come nella sostanza, imparagonabile a quest’ultimo ogni altra situazione affettiva e chi non ci crede. I buoni teologi una volta dicevano una frase sintomatica: quando un peccato viene commesso, per quanto piccolo sia, volontario o meno, nemmeno Dio, neanche se lo volesse, può fare finta che non sia stato commesso e riportare la situazione indietro. Crudeltà, malvagità, durezza? No, è solo il rispetto vero della nostra libertà, perchè non siamo burattini. La libertà resta un autentico dramma umano e proprio per questo dice della grandezza di una persona. Poi, certamente, ogni situazione va valutata caso per caso perchè prendere le armi in guerra non è la stessa che prendere le armi per andare al circolo di tiro a segno. Ma resta il fatto che andiamo incontro a una situazione di minoranza sociale, dunque anche politica e culturale, e che per questo anche la pratica di fede diventerà automaticamente un fatto ‘controculturale’.

In Occidente non c’eravamo abituati da parecchio tempo, perchè in qualche modo, per prassi o per costume la nostra società era sempre stata cristiana. Persino in uno Stato laicissimo c’era un partito che si chiamava Democrazia Cristiana e in alcune tornate elettorali prendeva vagonate di voti. Ora, dice Spaemann rivolto anzitutto ai suoi e poi anche a noi, il Cristianesimo sta nuovamente diventando il grande sconosciuto dei nostri contemporanei. In futuro, come era un tempo in passato, i cristiani forse verranno chiamati come ‘quelli del matrimonio’ o ‘quelli che non divorziano’ perchè i valori naturali saranno rimasti patrimonio solo loro, e di pochi altri. E’ questa la ‘controcultura’ e bisognerà pure che, anzitutto dentro la comunità ecclesiale, si cominci a prenderne atto e ragionare di conseguenza. Per un semplice motivo: perchè vorrebbe finalmente dire che riconosciamo che quella che abbiamo davanti a noi non è la nostra cultura. E, quindi, che bisognerà fare qualcosa per cambiarla. Il sotto-testo naturalmente è che nel frattempo la luce – evangelicamente – dovrà restare accesa, non metterla sotto il moggio.



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