Sogni al Castello di San Giusto

Le plaghe assolate della Grecia, inondate degli azzurri riflessi del cielo e del mare. Riflessi i cui riverberi brillano sulla capitale, Atene, colta nei colori fantastici del mito quando a governarla saggiamente era il vincitore dei mostri e della notte, l’eroico Teseo. E poi i boschi, profondi, misteriosi e incantati, ove a regnare sono le […]

Le plaghe assolate della Grecia, inondate degli azzurri riflessi del cielo e del mare. Riflessi i cui riverberi brillano sulla capitale, Atene, colta nei colori fantastici del mito quando a governarla saggiamente era il vincitore dei mostri e della notte, l’eroico Teseo. E poi i boschi, profondi, misteriosi e incantati, ove a regnare sono le fate, le ninfe, le silfidi, gli elfi e i folletti. Ad unire i due poli — la città, luogo della ragione e delle leggi, e la foresta, luogo della fantasticheria e del libero gioco dell’immaginazione —, un barocco intreccio di amori, inganni, seduzioni, equivoci e improvvisi scioglimenti di trame. L’arazzo della eterea e deliziosa commedia del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare (1564-1616) “Sogno di una notte di mezza estate” (1595) è intessuto dal primo all’ultimo atto con questi lievissimi fili bagnati nelle fragranze del sogno. Quest’opera, che è stata allestita nella versione in musica del compositore tedesco Felix Mendelssohn (1809-1847), venerdì 14 luglio nel Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto, è ideale viatico — come già annunciato nel suo titolo dal suono ondeggiante e “trasognato” —, alla sosta dei mesi estivi allietati dalla trasparenza dell’aria, dal riposo e dal cangiante verde e azzurro del mare.
Per tale ragione ho scelto questo idillio teatrale per salutare i miei lettori prima della pausa estiva. Anche la sola lettura del testo, per quanto privato della potenza espressiva della declamazione scenica o della trasfigurazione in musica, è un’esperienza deliziosa sia per gli occhi che per lo spirito. Gli occhi interiori, s’intende, quelli che, per uno dei tanti miracoli della nostra costituzione corporea e immateriale ad un tempo, sono capaci di vedere con smagliante vividezza le immagini dei sogni e della fantasia.
Siamo nella capitale greca, Atene, alla vigilia delle nozze di re Teseo con la regina delle Amazzoni Ippolita. Mentre a corte fervono i preparativi nuziali, nel bosco magico che cinge la capitale si dipana una complessa storia di amori corrisposti o respinti, di sortilegi, di creature fantastiche, di incantesimi e di sogni tutti convergenti verso il classico lieto fine. Protagonisti del gioco amoroso e fiabesco, Lisandro che ama Ermia a sua volta amata da Demetrio, Elena che ama non ricambiata quest’ultimo, Oberon il re delle fate che vuole riavere da Titania, regina delle fate, lo stupendo paggio indiano a lui rapito. Tra le fronde rigogliose e il fresco sottobosco, si svolge la vita libera e lieta del fatato popolo della foresta, mentre ai margini della selva — simbolica linea di confine tra il regno della realtà e il regno dell’immaginazione, nonché metafora estetica del “luogo” e dell’essenza dell’arte —, in deciso benché esilarante contrasto con l’elegiaca bellezza e armonia dell’intreccio amoroso e dello sfondo silvano, si muove la compagnia stordita dei goffi e maldestri artigiani-attori che provano la rappresentazione teatrale prevista il giorno delle nozze di Teseo e Ippolita.
Nella cinta silvana che abbraccia Atene, i giovani innamorati si perdono in un inseguimento amoroso che confonde e muta di continuo i loro sentimenti. In virtù di un elisir di violette selvatiche versato sugli occhi dei giovani immersi nel sonno dallo sfuggente ed etereo Puck, il folletto servitore di Oberon, Lisandro e Demetrio vengono colti da furiosa passione per Elena, mentre la idoleggiata e corteggiata Ermia, per l’intera durata dell’incantamento viene dimenticata e trascurata. A sua volta Oberon, per riavere da Titania il suo paggio e insieme punirla per l’oltraggio del furto, fa versare anche sui suoi occhi il fatato elisir rendendola schiava d’amore del tessitore-attore Bottom. Quest’ultimo cade nel gioco di incanti e si ritrova all’improvviso con una testa d’asino, mutazione provocata da Puck su ordine di Oberon che vuole prendersi gioco della regina delle Fate, comicamente travolta da insana passione per Bottom dalla ispida testa di asino, coccolato e vezzeggiato come un Ganimede aggraziato e leggiadro mentre spasima per una bella grattata tra le pelose orecchie e per un’abbondante manciata di biada. Ma all’alba tutto svanisce, Oberon ha raggiunto il suo scopo — la riconquista del bel paggio indiano — e con lo stesso incantesimo sovvertitore dei ruoli e dei fini, riporta ogni cosa al suo giusto e naturale corso. Bottom ritorna dai suoi compari, Lisandro ritrova l’amore per Ermia, Demetrio si scopre innamorato di Elena e, mentre il bosco chiude le sue verdi cortine sulle proprie magie e i propri alati sogni, a corte tutti convolano a giuste e felici nozze, allietate dalla commedia “drammatica” — o meglio dall’involontaria parodia del dramma mitologico di Piramo e Tisbe — messa in scena dalla compagnia di Bottom.
Ora e qui non ci interessano le critiche che hanno perlustrato, e spesso violato, questo piccolo miracolo di leggiadria, di spensieratezza e di lirica espressione in toni leggeri di temi profondi della vita. Temi come l’incostanza dei sentimenti, l’assurdità e i paradossi delle passioni, i giochi inafferrabili tra realtà e fantasia, tra veglia e sogno, tra ragione e follia, sullo sfondo di quella nostalgia per la fuga nella fantasia e nel mito immortalata dalla deliziosa “miniatura” rococò “Imbarco per Citera” (1717) di Jean Antoine Watteau, artefice dell’aristocratica e divagante maniera delle “Fêtes galantes”. Non ci interessano gli studi che esplorano il testo per isolarne e saccheggiarne i tanti piccoli nidi ove cantano gli uccelli paradisiaci del rinascimentale gusto per la fiaba, la follia, l’incanto e il fascino delle isole felici.
Come vele gonfiate da una brezza leggera, catturati nella malia dell’infinita mise en abyme — rivelatrice, con la sua prospettiva infinita, di orizzonti più piccoli chiusi dentro altri orizzonti più vasti, dell’inesauribile gioco tra apparenza e verità — di questo sogno elegiaco filigranato di antica sapienza e dipinto dal genio del bardo o cigno dell’Avon, a noi ora preme dolcemente abbandonarci ai suoi aliti ameni e navigare così, sganciati sia pur per breve dalle cure del giorno, tra le onde dei mari dell’antica Grecia e passeggiare la sera tra i boschi magici e freschi di Oberon e Titania. Sulla prua svettante e felice della lettura e del riposo, inseguendo ad occhi chiusi ciò che resta all’alba di un “sogno di una nozze di mezza estate” e raccogliendo qua e là, come fiori del giardino delle delizie, nell’ozio dei meriggi assonnati, i lembi leggeri delle vesti che la regina delle fate ha lasciato impigliati tra le felci e le viole del magico bosco durante le sue danze al chiaro di luna.



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