Società, tribunale, carcere: parla il Garante dei detenuti di Trieste

Dal di fuori potrà sembrare strano, soprattutto a Trieste, dove i due palazzi sono pressoché adiacenti: ma il mondo del Tribunale ignora completamente quello del carcere. Sono due vasi non comunicanti, dove gli unici a conoscere entrambe le realtà sono i detenuti. A raccontarlo è Elisabetta Burla, avvocato, nonché la nuova garante dei detenuti nominata […]

Dal di fuori potrà sembrare strano, soprattutto a Trieste, dove i due palazzi sono pressoché adiacenti: ma il mondo del Tribunale ignora completamente quello del carcere. Sono due vasi non comunicanti, dove gli unici a conoscere entrambe le realtà sono i detenuti. A raccontarlo è Elisabetta Burla, avvocato, nonché la nuova garante dei detenuti nominata dal Comune di Trieste a febbraio, dopo aver risposto al bando di fine novembre 2016. A qualche mese dalla sua entrata in carica, l’abbiamo intervistata.

Cosa l’ha spinta a candidarsi come garante?

È una figura che mi ha sempre interessato. Un po’ per motivi professionali, e quindi per capire meglio cosa succede alle persone dopo l’emissione della sentenza di colpevolezza. Un po’ per capire cos’è la vita in carcere dal punto di vista della funzione della pena, che non dovrebbe essere solo punitiva, ma anche rieducativa, in vista del successivo rilascio e reinserimento della persona nella società. Da questo punto di vista, ho deciso di candidarmi per cercare di dare, dove possibile, un mio contributo.

 

Sta dicendo che gli avvocati non conoscono il mondo del carcere?

Non solo gli avvocati. L’unico spazio a disposizione degli avvocati nelle carceri sono le sale colloqui e udienze. Di conseguenza, io e i miei colleghi non conosciamo gli ambienti, né abbiamo un’esatta percezione delle modalità e regole di vita all’interno degli istituti penitenziari — nel nostro caso della casa circondariale di Trieste —. Accade che si diano per scontate delle possibilità che in realtà non ci sono e non si ha una corretta conoscenza di quelli che sono i tempi e le criticità quotidiane delle persone private della libertà che non sono solo il sovraffollamento.

Ha già avuto modo di entrare nella casa circondariale triestina?

Ho fatto il mio primo ingresso il 3 marzo, assieme al vicesindaco Pierpaolo Roberti e al presidente del Consiglio Comunale Marco Gabrielli. Per quanto ho potuto appurare finora, la situazione del sovraffollamento non è di molto migliorata: su 139 posti letto, ad oggi l’istituto ospita 207 persone. Rispetto a situazioni precedenti, dunque, quando la popolazione carceraria era quasi raddoppiata, va meglio, tuttavia il problema persiste.

Ha avuto modo di rilevare già delle criticità?

Mi sono state evidenziate alcune situazioni che persistono da tempo, sia per i detenuti che per la polizia penitenziaria. Per quanto riguarda i primi, ad esempio, c’è ancora il problema del piazzale esterno, dove si sconta la cosiddetta “aria”: poiché in corrispondenza a uno dei suoi muri perimetrali in un secondo momento è stato costruito un parcheggio, lo spazio è stato interdetto per impedire occasioni di comunicazione improprie con l’esterno. Le duecento persone ospitate, dunque, sono costrette a ritrovarsi in un’area secondaria molto più piccola: va da sé che spazi ristretti possano condurre facilmente a situazioni di stress e creare motivi di scontro.

Altro argomento, emerso purtroppo anche dalle pagine della cronaca locale, riguarda la detenzione di persone fragili. A Trieste, così come in Italia, ci sono infatti casi di persone colpevoli di reati, magari non gravi, seguite dai servizi sociali e dall’azienda sanitaria, ma non così pericolose da dover essere rinchiuse in quelle che oggi vengono definite “Rems” (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), né la legge prevede l’esistenza di luoghi alternativi. Queste persone, tuttavia, sono incompatibili con la vita del carcere, perché non riescono a “comprenderne” le regole. Ne consegue che la loro detenzione non giova alla persona fragile, nè tanto meno ai compagni di cella, e rende complesso e difficile il lavoro del personale penitenziario, che si ritrova a gestire persone che dovrebbero essere curate altrove.

È questa la criticità individuata relativa al personale?

In parte, ma non solo. La più grossa problematica che investe il personale penitenziario è la grave crisi di organico. Se infatti sulla carta il numero di dipendenti può apparire discreto, in realtà, facendo bene i conti, il personale presente in pianta stabile è risicato, creando difficoltà nel controllo e nella gestione di tutte la attività che riguardano i detenuti nel corso della giornata. Capita ad esempio che ci sia un’unica guardia a controllare un braccio perché i colleghi sono occupati in un trasporto in ospedale. Ciò, purtroppo, non dipende da chi è chiamato a gestire giornalmente gli istituti, ma da chi stabilisce risorse materiali e umane a livello nazionale.

In quanto garante dei detenuti, ora lei avrà il compito di aprire un dialogo con i rappresentanti delle diverse aree della casa circondariale triestina per salvaguardare gli interessi dei detenuti. Come intende fare?

Al momento sono ancora in fase di studio: sto cercando di imparare il più possibile sulle regole e le modalità operative dell’ambiente, sui suoi rapporti con le reti esterne, il funzionamento dell’assistenza sanitaria, mi sono confrontata con chi mi ha preceduto… Al contempo sto cercando un dialogo con i detenuti per capire le difficoltà e le frustrazioni che impediscono loro di intraprendere un processo rieducativo e di reinserimento alla fine del loro percorso. Appena avrò delle idee più chiare, deciderò come intervenire. Ovviamente non si può cambiare tutto, ma se c’è la possibilità di migliorare qualche cosa… perché non farlo?



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