Sinodo sulla Famiglia: discernimento e misericordia sono veramente una novità?

La Relazione finale del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, conclusosi domenica 25 ottobre scorso, parla di discernimento e misericordia nei confronti dei divorziati risposati. Ma ne avevano già parlato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dove sta la novità?

La Relazione finale del Sinodo sulla famiglia, conclusosi domenica scorsa, ha parlato di misericordia e di discernimento nei confronti delle persone divorziate e risposate. Ha inoltre parlato di accoglienza per le coppie conviventi in vista del matrimonio cristiano. L’opinione pubblica potrebbe quindi pensare che finora la Chiesa non è stata misericordiosa, non ha attuato un discernimento e non ha accolto le coppie conviventi in vista del matrimonio cristiano. Può pensare che finora si sia applicata ciecamente una ferrea legge di esclusione. I divorziati risposati, si dice, non sono scomunicati. Ma nessuno, nella Chiesa, ha mai detto né praticato una cosa del genere. Nei confronti dei divorziati risposati, sia Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio sia Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis (due Esortazioni apostoliche post sinodali) hanno dato precisi indirizzi di misericordia. Ecco cosa dice San Giovanni Paolo II: «Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza» (n. 84). Quanto al discernimento, ossia nell’attenzione pastorale a non considerare tutte le situazioni in modo uguale, già Giovanni Paolo II, nello stesso paragrafo 84 della Familiaris consortio, aveva invitato a farlo: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». Questo discernimento, secondo Giovanni Paolo II, poteva anche arrivare al punto da non sollecitare in certi casi nei confronti dei divorziati risposati il ritorno con il coniuge, se la situazione era irreversibile per molti motivi, e di riconoscere la possibilità del divorziato risposato di accedere alla confessione e all’eucarestia se, nella nuova relazione, si fosse impegnato ad astenersi dagli atti propri dei coniugi. Il discernimento però aveva un chiaro limite: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati». Quanto all’accoglienza delle coppie conviventi in vista del matrimonio cristiano, io non ho mai visto una parrocchia che chiudesse loro le porte. Buona parte di chi frequenta i corsi di preparazione al matrimonio è fatta di coppie conviventi.



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