Sinodo. Nell’apparente dialettica tra verità e misericordia il “grande assente” è il peccato

Senza il riconoscimento del peccato non si può capire Gesù. Se con la sola ragione e la sola libertà avessimo potuto liberarci dal peccato e vivere nella verità, «mestier non era parturir Maria»

Non pochi degli interventi al Sinodo dei vescovi sulla famiglia e dei commenti provenienti dall’esterno appaiono ruotare attorno al binomio verità (dottrina) – misericordia (pastorale) così vorticosamente da generare un movimento centrifugo, e quindi dispersivo, rispetto alla realtà che è in gioco: la vita redenta in Gesù Cristo nella Chiesa, testimoniata e annunciata ai credenti e a tutti nel mondo. Il baricentro della fede è così dislocato e il confronto-dibattito ne risulta sbilanciato, eccentrico (etimologicamente, ex-centrico: fuori dal centro di gravità della questione). La ragione di questo vertiginoso squilibrio è un “grande assente”, almeno esplicitamente (ma ciò che è tacitato rischia di risultare non incisivo né decisivo): il peccato.

Eppure, al centro della “buona novella” che è il Vangelo non sta originalmente il binomio verità – misericordia, ma bensì quello di peccato – misericordia. «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati» (Mc 2,5). Il messaggio della remissione dei peccati è centrale nel Nuovo Testamento, «non esprime solo un aspetto secondario o parziale […], bensì esprime sotto determinati aspetti la totalità del messaggio cristiano della salvezza» (W. Kasper, Il messaggio della remissione dei peccati, in: “Communio” 103, 1989: 13-23, p. 15). La verità di Dio sull’uomo, che è Gesù di Nazareth, abbraccia tutti e due: il peccato dell’uomo e la misericordia di Dio, di cui la Chiesa è solo amministratrice. Non l’uno senza l’altra, né l’uno contro l’altra. Una verità che non includesse il peccato sarebbe falsa, e una verità senza misericordia risulterebbe disumana.

E neppure la verità si può sostituire ad uno dei due poli dell’uni-dualità soteriologica (peccato–misericordia). Non vi è verità “intera” sull’uomo (l’aggettivo è pleonastico, perché la verità è integrale) a fronte della sola misericordia, perché essa è la risposta dell’amore di Dio al peccato dell’uomo e, dunque, lo presuppone. E neppure dinnanzi al solo peccato, perché esso non è l’unica/ultima parola sull’uomo concreto, che vive nella storia della salvezza, quella scaturita dalla misericordia del Padre nella croce del Figlio. L’uomo cui si volge la misericordia di Dio (e deve piegarsi quella della Chiesa) è l’uomo-peccatore, non un altro uomo (che non esiste storicamente).

Se l’intento dell’assemblea sinodale, cum Petro et sub Petro, è quello di rafforzare la confidenza dell’uomo nella misericordia infinita di Dio e di richiamare la Chiesa ad essere umile, efficace e instancabile strumento di questa misericordia, tale scopo non potrà essere perseguito senza, al medesimo tempo e con uguale chiarezza, rafforzare la coscienza dell’uomo riguardo al proprio peccato e richiamare la Chiesa a formare efficacemente – attraverso la catechesi, la predicazione e il sacramento della confessione – una coscienza retta e certa del peccato nei fedeli.

Senza viva consapevolezza del peccato non vi è disposizione a cercare e ricevere la misericordia di Dio, ad accoglierla con frutto, convertendosi e abbracciando una vita di grazia. La misericordia è la risposta di Dio alla domanda dell’uomo sul proprio peccato. Ma, come ha acutamente osservato il teologo protestante americano Paul Reinhold Niebuhr, «non c’è risposta più incredibile di quella a una domanda che non si pone» (Il destino e la storia, Bur, Milano 1999, p. 66).

Se dal messaggio del Sinodo non trasparirà con evidenza che l’uomo e la donna di oggi (come quelli di sempre) – «rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2 Tm 4,4) – possono cadere in peccato nell’esercizio della propria sessualità, dell’affettività, delle relazioni coniugali, della vocazione matrimoniale all’amore casto e fecondo, dell’educazione dei figli, della cura dei genitori, dell’accoglienza dei bisognosi e della testimonianza cristiana, l’appello al ricorso alla misericordia e alla sua generosa elargizione attraverso i ministri della Chiesa corre il serio rischio di risuonare nel vuoto.

Un vuoto di domanda, o una richiesta dirottata non più verso l’autentica misericordia – che presuppone il pentimento e il sincero proposito del ravvedimento – ma a modalità normative di condono (cosa assai diversa dal perdono), di “sanatoria” del proprio status persistente non conforme alla vita cristiana, senza neppure desiderare e volere uscire da esso attraverso la penitenza, la preghiera e l’aiuto della Chiesa.

I fedeli e i pastori della Chiesa – e i non credenti che cercano con cuore sincero il senso della propria vita individuale, affettiva e generativa – attendono una parola di verità sull’uomo secondo ragione e alla luce della Rivelazione di Dio. Una verità che parla, al medesimo tempo e con la stessa limpidità, della realtà del peccato dell’uomo e di quella della misericordia di Dio, di cui la Chiesa è chiamata ad essere testimone e dispensatrice nel mondo. Una verità che è eterna, sull’uomo e per l’uomo di tutti i tempi, perché non è una parola umana, ma originariamente divina, inscritta nel cuore dell’uomo sin dalla sua creazione e svelata nell’incontro della sua libertà con la persona di Gesù Cristo.

Una verità che rende liberi (cf. Gv 8,32) da ogni ideologia del momento, pressione culturale, moda dominante o progetto sociale. Altre “parole senza verità” l’uomo contemporaneo non ha bisogno di sentirle dalla Chiesa: vengono predicate ogni giorno da pulpiti diversi e assai più attrattivi e pervasivi.

Rafforzare lo “stile della misericordia” nella Chiesa – come ci sta chiedendo con opportuna insistenza papa Francesco – esige che si rafforzi, di pari passo, la “coscienza del peccato” che della misericordia divina è il correlato umano. Laddove si affievolisce la consapevolezza di una condizione di peccato conseguente ad un pensiero, ad una parola, ad un’azione o ad una omissione oggettivamente disordinati – non corrispondenti alla verità dell’uomo e della donna, che non è impervia alla ragione ma dalla fede riceve una luce preziosa al cui servizio è la Chiesa – viene meno anche l’apprezzamento del valore della misericordia sia in chi la domanda e la riceve che in chi la dispensa in nome e su mandato di Dio. E, ultimamente, vanifica l’amore grazioso del Padre che ha inviato nel mondo il suo unico Figlio per liberarci dal male e renderci felici nella verità. Se con la sola ragione e la sola libertà avessimo potuto liberarci dal peccato e vivere nella verità, «mestier non era parturir Maria» (D. Alighieri, Purgatorio III, 39).

di Roberto Colombo

L’autore di questo articolo è sacerdote diocesano di Milano, professore di neurobiologia e genetica umana presso la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore del Centro per lo Studio delle malattie ereditarie rare dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda (Milano) e docente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia

Fonte: http://www.tempi.it



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