Settimana di terrore in Germania

Prima Würzburg, dove un afghano minorenne – rifugiato – ha aggredito i passeggeri di un treno regionale ferendone gravemente 4. Poi Monaco di Baviera, dove un ragazzo di origini iraniane ha sparato tra la folla in un centro commerciale uccidendo 9 persone e ferendone altre 27. Quindi Ansbach, dove un uomo-bomba, siriano, anch’egli accolto come […]

Prima Würzburg, dove un afghano minorenne – rifugiato – ha aggredito i passeggeri di un treno regionale ferendone gravemente 4. Poi Monaco di Baviera, dove un ragazzo di origini iraniane ha sparato tra la folla in un centro commerciale uccidendo 9 persone e ferendone altre 27. Quindi Ansbach, dove un uomo-bomba, siriano, anch’egli accolto come rifugiato, ha cercato di fare una strage tra il pubblico di un festival musicale, ferendo 12 persone e rimanendo ucciso lui stesso. Se a questo si aggiungono le violenze di massa dei mesi scorsi – pure perpetrate da immigrati – anche se in quel caso senza vittime mortali (qui: http://www.vitanuovatrieste.it/ancora-su-colonia-e-lattualita/ e qui: http://www.vitanuovatrieste.it/ancora-violenze-di-gruppo-sulle-donne-in-germania-dopo-colonia-berlino/), l’impressione è che la Germania oggi si trovi in guerra. Contro un nemico straniero, nelle origini, nelle credenze e nei costumi, ma allo stesso tempo interno, nel senso che in tutti e tre i casi era già residente stabilmente nelle sue città, usufruendo di servizi pubblici, istruzione e tutto il resto. Una situazione anomala in questi termini mai avvenuta prima nel corso della sua storia nazionale e quindi particolarmente complicata da ‘leggere’ e comprendere. Tuttavia, qualcosa, a partire dai fatti e dal buon senso, si può dire nonostante tutto. E la prima cosa è se i tre episodi siano legati, accomunati da qualche indizio. La risposta è sì: in tutti e tre i casi si tratta di persone per l’appunto straniere, anche se una cresciuta nelle scuole in loco, provenienti da aree geo-culturali simili, dominate dalla stessa mentalità totalitaria pseudo-religiosa e accomunate da un odio smisurato, spaventoso e illimitato verso il Paese che benevolmente li ha accolti, garantendogli assistenza e offrendogli un futuro. La causa, però, a ben vedere, non è tanto l’immigrazione in quanto tale. La Germania, infatti, come altri Paesi europei, ospita sul suo territorio centinaia e centinaia di immigrati provenienti da tutto il mondo, dal Sudamerica all’Oceania e numerosissimi sono anche gli asiatici, di varia estrazione. In tutti questi casi, che sono la maggioranza, non si registrano tuttavia episodi terroristici, né stragisti. Proprio mai. Esistono naturalmente fenomeni di realtà malavitose o delinquenziali, evidentemente, legati anche a qualcuna di questi gruppi ma in nessuno di questi casi si dà mai luogo al terrorismo. Avete mai sentito di un terrorismo filippino? o peruviano? messicano? ugandese? ivoriano? magari cambogiano? cinese? o forse vietnamita? No, perché in effetti non esiste, sebbene – altro fatto che dovrebbe far riflettere – in alcuni di questi casi si riscontrino situazioni di reale sfruttamento umano e di assoluta povertà al limite della decenza moralmente sopportabile. Ma nonostante la povertà data dai lavori di bassa e anche bassissima manovalanza a nessuno degli extracomunitari presenti sul territorio è venuto mai in mente di vendicarsi con la violenza verso tutti gli altri uccidendo chiunque capiti vicino. Questo per rispondere a chi sostiene ancora che il terrorismo sia causato dalla diseguaglianza, lo sfruttamento e cose del genere. Se così fosse, la più grande centrale terroristica dovrebbe essere oggi a Manila, Bogotà o a Lima ma chiarissimamente non è così, quindi il motivo – come confermano gli episodi dell’ultima settimana – deve essere da un’altra parte. A suo modo, il compianto Cardinale Biffi l’aveva detto a suo tempo, d’altra parte: esistono culture specifiche, particolari, che non s’integrano in nessun modo e anzi ci tengono orgogliosamente a non integrarsi. I problemi per la sicurezza e per l’ordine pubblico, oltre che per il dialogo interculturale, arrivano da queste ultime in effetti, tanto più in casi dove all’incompatibilità socioculturale di fondo si aggiungono l’ideologia, il fanatismo, le cattive frequentazioni o anche tutte e tre le cose messe insieme. Ora in Germania si comincia ad avere seriamente paura perché si comprende che le reti di questo tipo possono essere tante sul territorio e non tutte paiono essere adeguatamente sotto controllo. Esistono poi certamente anche i casi isolati dei singoli pazzi, folli a piede libero e squilibrati, ma siccome pochi giorni prima c’era stato anche l’episodio terribile di Nizza, non molto lontano, le casualità tragiche cominciano ad essere un po’ troppe di questi tempi. E, da ultimo, a rigor di logica, pare che non sia nemmeno vero che l’avversario simbolico sia sempre una certa immagine dell’Occidente europeo come qualcuno pure sostiene di tanto in tanto. A Würzburg a rischiare a morte sono state due persone di Hong Kong mentre a Monaco di Baviera diverse vittime erano dell’Europa dell’Est e armene, anch’esse immigrate: insomma, se proprio si vuole una spiegazione, ammesso che ci sia, è come se il nemico sia individuato – letteralmente – in tutto il resto del mondo, cristiano e non, bianco, giallo e nero, colpevole di chissà che cosa, forse di non pensarla come gli assassini e il loro fanatismo malato. Proprio qui potrebbe esserci probabilmente un’altra chiave-di-lettura: gli assassini protagonisti di questi episodi, come altri prima di loro, prima di tutto hanno – tra gli altri – un problema spaventoso, enorme, agghiacciante di accettazione del semplicemente diverso da loro. Non è detto che riguardi chissà quali massimi sistemi o particolari Weltanschauungen. Anzi, i massimi sistemi (se intendiamo le dispute filosofico-teologiche) non li hanno forse mai sfiorati, fermi al loro bestiale mondo cupo e delirante senza amore né carità, triste e solitario, dove nessuno sorride mai, né offre mai una parola buona o di speranza, tutto è bianco o nero e chiunque non mi appoggia è un mio nemico radicale personale da stanare: anche se è un bambino, una mamma o un passante. Qualcosa che solo nelle menti più diaboliche può essere considerato degno di un qualche senso o significato. Di certo non da tutti gli altri, indipendentemente dalla cultura o dal credo (eventuale) di appartenenza.



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