Senza realismo non si vince la battaglia di un Paese fragile come il nostro contro i suoi terremoti

Terremoto in Centro Italia: i politici non facciano promesse senza tenere conto della realtà delle cose.

La scampata che piange la casa semidistrutta e vuole riprendere l’attività del suo ristorante. Un paese – Amatrice – che “vive di turismo”. Renzi promette che rimarranno lì, tutti che dicono di andarsene non se ne parla. Ma l’inverno incipiente – a 1000 m. la notte fa già freddo – impone lo sgombero. Niente container, ovviamente. L’unica opzione valida sono le 250 casette prefabbricate “chiavi in mano” fatte realizzare alla periferia dell’Aquila dal duo Berlusconi-Bertolaso. Siamo ad una trentina di chilometri il che garantirebbe la conservazione dei legami col vecchio paese. Casette post-sismiche ci sarebbero anche a Bari, ma queste sono evidentemente troppo lontane.

La pevisione vista per quello che è

Con monotona regolarità, ogni catastrofe diventa l’occasione per gli esperti di farci conoscere le loro ricette. Adesso si sono convinti che la scienza non può prevedere i sismi e dunque questo argomento viene lasciato cadere. Anche se in realtà le cose non stanno esattamente così. La scienza può prevedere i sismi, il problema è che ce ne sono troppi e di diversa magnitudo. Difficile è prevedere il sisma molto forte, ancor più difficile è prevedere il sisma che butterà giù la nostra casa. Se si dovessero lanciare gli allarmi, almeno in certe zone la gente dovrebbe abituarsi a dormire in macchina per qualche settimana all’anno e a scappare a gambe levate da un momento all’altro. Difficile che lo si accetti.

Peraltro, in certe zone – come l’Abruzzo – la presenza  di faglie pericolose, per giunta tra loro intersecantisi, è così marcata da far venire voglia di evacuare l’intera regione. La gente ovviamente si rifiuterebbe di andarsene, come è già avvenuto a suo tempo in Friuli nella valle del Vajont.

La prevenzione vista per quello che è

Scartata l’illusione di prevedere il comportamento della natura, la parola d’ordine adesso è prevenzione. Ciò significa istruire le persone su come comportarsi in caso di calamità, ma soprattutto costruire secondo i dettami dell’ingegneria antisismica, che indica pure come mettere in sicurezza gli edifici già esistenti. Qui si apre il  problema dei costi, perchè costruire bene – accuratamente e con buoni materiali – riduce i margini per il costruttore e lascia poco spazio alle tangenti. Non dimentichiamo  che in  Abruzzo a suo tempo le amministrazioni comunali avevano insistito perché fosse abbassata la classificazione sismica del loro territorio, con ciò autorizzando la costruzione di edifici a rischio.

Nell’ultima classificazione l’intero territorio nazionale è stato considerato a rischio e questo dovrebbe alzare i costi di costruzione dappertutto; circostanza non piacevole in una congiuntura che vede l’edilizia in sofferenza a causa della crisi economica e del crescente carico fiscale.

a ricchezza della storia presenta il suo conto

I soliti esterofili amano puntare il dito sulla elevata percentuale di edifici insicuri nel nostro Paese. Ci si dimentica che l’Italia non è solo un Paese ad alta sismicità, è anche il territorio con il maggior patrimonio storico-artistico al mondo. Un vanto, certo, ma l’altro lato della medaglia è l’elevata percentuale di edifici vecchi (se non addirittura antichi), e nel passato il concetto di edifici antisismici era di là da venire. Buona parte del fascino che il nostro Paese esercita è legato proprio a questo peculiare  tessuto edificato, la cui fragilità è pari alla sua bellezza.

Relativamente agli edifici di valore artistico, che comprendono soprattutto l’intera Italia medievale e rinascimentale, il problema della tutela si presenta di particolare difficoltà. Occorrono interventi mirati sulla singola opera, ottimizzati dal punto di vista dell’effetto estetico e soprattutto rispettosi dei particolari anche minuti. Chi se la sentirebbe di forare un affresco per far passare le travature di sicurezza? Le opere da trattare sono poi innumerevoli, strutturalmente disomogenee e distribuite in ambienti morfologicamente diversissimi. Occorrerebbe un piano nazionale di interventi, supportato da piani di formazione del personale.

Non è solo una questione di soldi, quello che occorre è un’organizzazione diffusa a tutti i livelli. A titolo di esempio, in molti casi per eseguire i lavori di adeguamento bisognerebbe sfollare i residenti, ciò che comporterebbe pesanti limitazioni alla libertà personale ed un intralcio alle attività economiche. Quando si parla di tempi tecnici non bisogna pensare soltanto alle pubbliche amministrazioni ed alla loro mitica lentezza.

Ascoltare i geologi e i geografi

Se si ascoltano i politici, il mantra ripetuto è ricostruire com’era e dov’era: una stupidaggine, sotto tutti i profili. Così era stato fatto a L’Aquila in passato e come conseguenza gli edifici eretti sulle macerie sono venuti giù nove anni fa. Ascoltare i geologi (e anche i geografi) non sarà mai sbagliato.

Il vero scandalo nazionale è la perdurante volontà politica di non sottoporre il territorio nazionale a quella indagine capillare che, sola, può fornire le informazioni su dove e come costruire. Nel territorio più complesso – e più sismico – d’Europa lo Stato ha in servizio appena un pugno di geologi, un’inezia di fronte alle esigenze. Perché non basta conoscere le strutture geologiche a piccola scala, quello che occorre è un’indagine a livello di micro-zone, vale a dire quasi edificio per edificio. E ciò non esclude nessuno degli edifici esistenti.

Non ci sono i soldi, quindi …

Domanda semplice semplice: perché non si aumentano le forze? Risposta semplice semplice: non ci sono i soldi. Risposta meno semplice: in assenza di dati precisi, si può consentire l’edificazione di aree a rischio, in situazioni di frana, sul greto dei fiumi, su terreni incoerenti, ecc. In questo modo, tutti sono felici: il proprietario del terreno che può venderlo come edificabile, il costruttore che può massimizzare il profitto, l’amministratore locale che può massimizzare il suo tornaconto politico.

E’ la congiura degli innocenti, poi se ci scappano i morti pazienza, quanto alle case distrutte, la ricostruzione schiuderà semplicemente una nuova occasione di business. Chi muore tace e chi vive si da pace.

La ricostruzione? Dieci anni

Il business, per l’appunto. Dire alla gente ricostruiremo la cittadina dov’era e com’era rientra nella logica di cui sopra. Significa promettere che la vita non si arresterà a causa del sisma, che tutto riprenderà presto come prima. Ma questa è un’ingenuità, se non proprio una menzogna. Uno che se ne intende, come Bertolaso, parla di almeno dieci anni per la ricostruzione. Per un paese come Amatrice, che viveva di turismo, illudersi che basti ricostruire il ristorante per rimettersi in attività è umano ma non realistico.

Chi se la sentirà di passare le vacanze in un paesaggio di rovine, intervallate qua e là da qualche cantiere? Come se non bastasse, questi segni ricorderanno continuamente ai visitatori la pericolosità del sito, scoraggiandoli ulteriormente dal ritornarci. Purtroppo, le prime parole del sindaco – Amatrice non esiste più – suonano terribilmente profetiche.

 



Un commento su “Senza realismo non si vince la battaglia di un Paese fragile come il nostro contro i suoi terremoti

  1. Jesus Christ ha detto:

    “Uno che se ne intende come Bertolaso…” si in tangenti

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