Se passasse la dottrina Kasper sull’eucarestia ai divorziati, bisognerebbe cambiare il Vangelo

Nel fervente dibattito sulla comunione ai divorziati risposati inaugurata dal cardinal Kasper nel sinodo 2014 si rischiano di perdere, anche da parte dei credenti, i termini del discorso. Che sono in verità più semplici di quanto sembra. Con l’avvento di Cristo, viene restaurato il disegno originario del Creatore: quello per cui uomo e donna, maschio […]

Nel fervente dibattito sulla comunione ai divorziati risposati inaugurata dal cardinal Kasper nel sinodo 2014 si rischiano di perdere, anche da parte dei credenti, i termini del discorso. Che sono in verità più semplici di quanto sembra. Con l’avvento di Cristo, viene restaurato il disegno originario del Creatore: quello per cui uomo e donna, maschio e femmina sono chiamati a divenire «un solo corpo e un solo spirito». Nell’Antico Testamento Dio permette la possibilità del ripudio, ma solo «per la durezza del vostro cuore». Nel Nuovo questa possibilità viene esclusa, e viene affermata senza indugi l’indissolubilità del matrimonio.

Così il cristianesimo propone, per la prima volta nella storia, l’idea che l’amore fedele di Cristo nei confronti degli uomini, l’amore di Cristo per la Chiesa, e l’Amore che unisce le tre persone della Trinità, abbia il suo corrispettivo, diciamo così, nella famiglia umana. Si tratta di un messaggio nuovo sia per gli ebrei, sia, ancora di più, per i pagani. Gli storici ci ricordano che all’epoca degli apostoli, e ancora di più nei tre secoli successivi, il divorzio era, nella Roma imperiale, diffusissimo. Anche in ragione del fatto che poteva essere richiesto non più solo dall’uomo, attraverso il ripudio, come nel passato, ma anche dalla donna. Il grande Seneca, pressoché contemporaneo di Gesù, scrive che ormai le persone «divorziano per sposarsi e si sposano per divorziare». Giovenale, nel I secolo dopo Cristo, ricorda il nome di una donna che si è sposata 8 volte in 5 anni, mentre Marziale descrive la crisi del matrimonio contemporaneo citando Telesilla, con i suoi 10 mariti.

Possiamo immaginare, alla luce di queste brevi considerazioni, quanto potesse essere difficile per i cristiani comunicare questa loro visione del matrimonio. Eppure, per costoro, essa era indissolubilmente legata al comandamento dell’amore portato da Cristo. Se, infatti, tutta l’antica legge si riassume nel comandamento dell’amore, questo il ragionamento, allora non è data altra possibilità che viverlo, anzitutto nella vita familiare: viverlo, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue soddisfazioni e le sue croci, come Cristo ha insegnato. Per questo per i primi cristiani rompere un matrimonio significava molto semplicemente non vivere l’amore, verso il coniuge e i figli; non vivere l’insegnamento di Cristo, pronto a morire per le persone amate.  Nei secoli questo concetto ha portato all’esclusione dei divorziati risposati dalla comunione eucaristica; esclusione che non è un giudizio definitivo, che nessuno può dare, sulle persone, ma un giudizio su un fatto: la rottura di una comunione voluta da Dio stesso e dagli sposi.

Per la Chiesa chi rompe la comunione con il suo prossimo, non può accedere alla comunione sacramentale. In qualunque modo lo faccia: un assassino, un ladro, anche un uomo che abbia insultato suo fratello, deve prima pentirsi, cambiare vita, per poi accedere all’unione sacramentale. Senza pentimento, dice san Paolo, la sua comunione è sacrilega, perché «non chi mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». Il succo del cristianesimo è questo: non si va a Dio, se non attraverso i fratelli; non si è in comunione con Lui, se non lo si è con il proprio prossimo.

Scrive l’evangelista Matteo: «Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa  contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono» (Matteo 5,23-24). Prima di accedere alla comunione eucaristica, dunque, la Chiesa vuole che il legame con il nostro prossimo sia ricostituito. Un padre che abbandoni la moglie e i figli, per andare con un’altra donna, lasciando moglie e figli nella disperazione,  rompe la comunione con le persone a lui più prossime. Viola il comandamento dell’amore, distaccandosi violentemente da Dio Amore. Per questo la Chiesa gli ricorda che, senza pentimento e cambiamento di vita, non gli è lecito accedere al sacramento dell’unità, all’incontro con il Dio che si è fatto prossimo all’uomo, perché l’uomo si facesse davvero prossimo ai suoi fratelli.

Se la tesi del cardinal Kasper passasse, non solo bisognerebbe cancellare dal Vangelo i passi sul matrimonio, ma bisognerebbe abolirne lo spirito: non si va a Dio, che è Amore e Unità, se non tramite i fratelli, quelli che ci sono accanto. Non si va all’altare del Dio fedele, dopo aver tradito la fedeltà promessa e dovuta a coloro che abbiamo di più prossimi, il coniuge e i propri figli. Ciò non significa che, non concedendo la comunione ai divorziati che vivono un rapporto anche carnale con una persona che non sia il coniuge, la Chiesa li abbandona o li considera, cristianamente parlando, “persi”. Anche questo sarebbe in contrasto con l’insegnamento evangelico. E allora fare cosa? Ci pensino pure, i padri sinodali, senza scorciatoie, ché la strada intrapresa da Cristo, la strada della croce, non è stata quella di dire che il peccato non esiste, ma quella di morire per noi peccatori.

di Francesco Agnoli

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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