Se odiare le mamme fa tendenza

Si sente spesso dire che uno dei problemi ricorrenti della nostra società mitteleuropea sia la sua debolezza intrinseca verso le manifestazioni di odio sociale o razziale che ogni tanto trovano spazio nella pubblica piazza senza che ci sia mai nessuno ad opporvisi. Ma che cosa dire allora di quanto accaduto nelle scorse settimane in Germania […]

Si sente spesso dire che uno dei problemi ricorrenti della nostra società mitteleuropea sia la sua debolezza intrinseca verso le manifestazioni di odio sociale o razziale che ogni tanto trovano spazio nella pubblica piazza senza che ci sia mai nessuno ad opporvisi. Ma che cosa dire allora di quanto accaduto nelle scorse settimane in Germania con lo spettacolo teatrale di Falk Richter “Fear”? Nell’opera – che secondo le intenzioni del regista dovrebbe far riflettere sui pregiudizi diffusi nel Paese, e invitare a superarli – dopo alcuni slogan retorici e altre banalità a effetto si arriva anche a toccare l’attualità citando, con tanto di nomi e cognomi, persone reali che diffonderebbero appunto stereotipi e pericolosi pregiudizi da censurare, tra queste in particolare due donne che si stanno battendo contro il relativismo morale diffuso, per una sana educazione verso le giovani generazioni e il rispetto delle differenze sessuali naturali: la scrittrice Gabriele Kuby, già nota ai lettori anche per avere organizzato una partecipata manifestazione locale pro-family in cui è intervenuto il nostro Amedeo Rossetti (http://www.vitanuovatrieste.it/anche-un-triestino-alla-manifestazione-contro-il-gender-a-stoccarda/) e la giornalista Birgit Kelle, autrice del bestseller Dann mach doch die Bluse zu. Ein Aufschrei gegen den Gleichheitswahn (Chiuditi la camicetta. Un grido d’allarme contro la mania dell’eguaglianza). Entrambe sono mamme, la prima di tre, la seconda di quattro figli, ed entrambe si sono conquistate – ognuna nel loro campo – un profilo culturale di tutto rispetto (per inciso, qualche anno or sono, qualcuno forse lo ricorderà, la Kuby fu protagonista anche di un interessante carteggio con l’allora cardinale Joseph Ratzinger sulla letteratura giovanile contemporanea). E qual’è il messaggio rivolto a loro dal palco teatrale? Né più né meno che…un bell’augurio di morire ammazzate. Non stiamo scherzando. Gli attori infatti a un certo punto associano delle grandi fotografie in cui Kuby e Kelle sono ritratte in primo piano con dei mostri, o meglio degli spaventosi zombie, declamando strofe simpatiche come “spara agli zombie in faccia, solo così saranno morti”: non bastasse ancora, se qualcuno fosse ancora nonostante tutto un po’ esitante, oltre ai nomi e alle foto vengono resi noti gli indirizzi delle abitazioni private. Il tutto sta accadendo ovunque Richter sta portando il suo ‘spettacolo’ (?), a cominciare da Berlino. A parte l’ovvia solidarietà di rito che manifestiamo subito di cuore alle due, questa vicenda non può però certo finire qui né passare inosservata. Immaginate che la stessa cosa si fosse verificata con il Capo dello Stato in persona o, che ne so, qualsiasi altra autorità pubblica: in quale posto mai verrebbe autorizzata una follia del genere senza intervenire? Troviamo poi particolarmente allarmante il fatto che una simile manifestazione di incitamento alla violenza sulle donne non abbia – almeno finora – trovato nessuna reazione sdegnata da parte di chi si batte, o dice di battersi, tutti i giorni per il rispetto della dignità delle donne che viene calpestata a destra e a manca. Forse che in Germania esistono donne di serie A e donne di serie B? Con l’ulteriore aggravante, in questo caso, che non si tratta ‘solo’ di donne ma anche e soprattutto di mamme, per l’appunto, che difendono pubblicamente il ruolo sociale svolto anche da altre donne e da altre mamme.

Ora, in uno Stato normale, venuta alla luce la cosa, ci dovrebbe essere una sollevazione indignata di tutto l’arco costituzionale, trasmissioni in serie in prima serata sulla spazzatura raccapricciante che la cosiddetta ‘cultura’ drammaturgica nazionale produce ormai senza ritegno chiedendo persino soldi per produrla e un coro unanime di sdegnato sbigottimento. Ma chissà perché siamo sicuri che non avverrà niente di tutto questo e che Kuby e Kelle potranno contare solo sull’affetto, oltre che sulla preghiera, della comunità di fede a cui appartengono. Tutto questo, francamente, è, per dire il meno, triste, molto triste: con l’indottrinamento di massa del pensiero unico si sta creando anche in Germania un clima culturale e ambientale di odio rabbioso (ormai non parleremmo neanche più di velata ostilità) a chi dissente dal mainstream dominante, per qualsiasi motivo, che fa obiettivamente spavento. Ne avevamo parlato tempo addietro qui (.http://www.vitanuovatrieste.it/la-germania-di-benedetto-un-anno-dopo/) ma ora sembra che ci sia un ulteriore, drammatico salto accelerato in avanti. Con l’ultimo tassello che mancava: associare le ragioni dell’antropologia naturale portata avanti dalle due coraggiose donne ai deliri farneticanti niente-popo-dimeno-che del nazismo hitleriano, una delle ideologie più criminali e anticristiane – oltre che guerrafondaia, razzista, darwinista ed eutanasica – mai viste sulla faccia della terra. Peggio di questo non sappiamo proprio che cosa ci può essere ancora.



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