Se Beethoven è paragonato a Hitler

“L’inno alla gioia è stato usato da Hitler e dai più grandi killer della storia. La gioia non c’è più”. Qualche osservazione critica su questa frase di Beppe Grillo.

Questa settimana volevamo occuparci di cultura ma le ultime dall’attualità c’impongono una riflessione obbligata. Come molti sapranno, i nuovi deputati del Parlamento europeo si sono insediati nelle ultime ore e proprio l’altro giorno è iniziata ufficialmente la nuova legislatura, sotto la presidenza del tedesco Martin Schulz, rieletto. Come da tradizione, la prima sessione è stata inaugurata sotto le note dell’immortale Sinfonia numero 9 in Re minore di Ludwig van Beethoven, più popolarmente nota come “Inno alla gioia” per avere appunto ripreso le parole dell’omonima ode lirica (An die Freude) scritta da Friedrich Schiller nel 1786. Come pure dovrebbe essere noto, si tratta dell’ultima sinfonia composta dal genio tedesco prima di morire, a 54 anni, mentre era completamente sordo. Questo ‘dettaglio’ biografico non proprio marginale, oltre all’eccelsa e indubbia qualità artistica dell’opera in sé, la pone tra i capolavori assoluti di sempre della musica mondiale. Per dirne una, ricordiamo che anche Benedetto XVI – nel concerto tenuto durante l’Incontro Mondiale delle Famiglie al teatro alla Scala di Milano sotto la guida del maestro Daniel Barenboim in cui ne venne offerta un’interpretazione brillante – spese parole di genuina commozione a proposito. Proprio perché è uno dei vertici mai toccati dal genio musicale dell’umanità, si sa pure che nel corso della storia, recente e meno recente, è stata usata per varie manifestazioni, eventi e kermesse. Nulla di male, tutto sommato è anche comprensibile e giusto che sia così. Da ultimo, l’Unione Europea ne ha adottato la versione strumentale (cioè senza coro) per farne il proprio inno. Ora, questo accostamento può piacere o meno, vista soprattutto la piega che sta prendendo la UE ma non è che in sé sia uno scandalo. Per qualcuno invece, sì. Questo qualcuno è Beppe Grillo che ha voluto innescare una polemica enorme a partire dal fatto che i parlamentari inglesi dell’Ukip (il partito che con il movimento cinque stelle costituisce il gruppo Efdd [Europe of Freedom and Direct Democracy] nell’emiciclo di Strasburgo) si sono girati di spalle durante l’esecuzione dell’inno per protesta contro le attuali politiche dell’Unione. Onestamente, così su due piedi sfugge il collegamento. Ma il capo del partito di Casaleggio è andato ben oltre: “In Europa non c’è più gioia, perciò lui [Nigel Farage, leader dell’Ukip] si è girato […] L’inno alla gioia è stato usato da Hitler e dai più grandi killer della storia. La gioia non c’è più, qui dobbiamo sederci e ragionare”.

Testuale. Ma se il concetto non fosse ancora arrivato, eccovelo ripetuto ed esplicitato: “Basta con l’Inno alla gioia. L’ha usato Hitler per i compleanni, l’hanno usato Mao e Smith in Rhodesia. Basta!”. Ora, a memoria nostra nessuno era mai arrivato a tanto. Accostare un capolavoro assoluto dell’arte europea a criminali assassini e dittatori folli per denigrarlo volutamente è un’offesa barbara, indecente e, questa sì, veramente criminale. Si può fare politica in tanti modi ma quando si usano le parole in pubblico chiedendo ascolto e attenzione a quello che si sta dicendo non tutto è permesso. Non è così, ci dispiace. Se vuoi rispetto devi darlo a tua volta: si chiama educazione ed è alla base delle regole non scritte della comunicazione pubblica, anche quella più formale, istituzionale e politica. Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sull’humus intrinsecamente relativista e nichilista del ‘pensiero’ grillino quest’ultima uscita indegna ci pare che lo fughi definitivamente. Qui non c’entra l’Unione Europea, né Schulz o Pinco Pallino. In ballo c’è la memoria culturale continentale, le sue radici e il suo lascito. Dicendo quello che ha detto sbraitando come suo solito il leader populista ha dimostrato quello che istintivamente aveva già trasmesso in passato pur senza mai dirlo: un avversione totale e radicale per la nostra storia spirituale (che non è soltanto quella religiosa, sebbene, ovviamente, a sua volta la includa). O forse Grillo voleva sollevare a suo modo il tema spinoso dell’uso politico dell’arte? Lo escluderemmo all’istante perché, come si suol dire, in quel contesto c’entrava come i cavoli a merenda. E comunque, anche in quel caso, sarebbe insostenibile da ogni punto di vista. Non ci risulta che l’artista, cresciuto in Renania (ma culturalmente viennese di adozione), mezzo secolo prima di Bismarck e dell’unificazione tedesca, sia mai stato imputato in beghe del genere. Parliamoci chiaro: se qualcosa del genere (tutta da dimostrare) è mai avvenuta la responsabilità è di chi ha piegato l’opera artistica ai suoi scopi perversi, evidentemente, compiendo semmai una violenza anche ai danni dell’artista stesso. Non ci dovrebbe essere bisogno nemmeno di spiegarlo, ma è ovvio che se ad esempio qualche soldato inglese (per dirne una) in passato ha compiuto delle violenze sugli africani leggendo Shakespeare il problema non è certo del Padre della letteratura inglese ma della mente bacata del tizio criminale. O ancora: se oggi uno stupratore seriale lascia sul corpo delle vittime delle pagine di Delitto e castigo nessuno al mondo per queste derubricherebbe mai il genio di Dostoevskij nella spazzatura. Dovrebbe essere superfluo persino accennarle certe cose.

Non è un discorso tra dotti, né una polemica pretestuosa. Associare Beethoven a Hitler non fa ridere, neanche alla lontana. Forse fa piangere. Ma più ancora fa rabbia, soprattutto per chi si considera figlio ‘spirituale’ del grande compositore, sia questo Ratzinger, il Pontefice attuale o altri. Non vogliamo difendere nessuno, perché né il genio di Beethoven, né l’intelligenza di Benedetto XVI hanno bisogno di essere difesi. Figuriamoci. Vogliamo solo dire che da mitteleuropei ci sentiamo offesi e insultati da quelle parole. Anche e soprattutto chi il nazionalsocialismo l’ha visto per davvero e non al cinema. Quello che è successo passerà forse nel dimenticatoio come una delle tante provocazioni mass-mediatiche estemporanee del personaggio ma non dovrebbe essere così perché ogni parola di quel messaggio, considerata seriamente, in sé, è vergognosa. Grillo dovrebbe studiare, ma studiare per davvero. Studiare di brutto. Perché erano semmai i gerarchi del Terzo Reich che si ponevano altezzosamente sopra tutti gli altri, partiti e popoli indistintamente, bruciavano in piazza i libri vantandosene e disprezzavano pubblicamente l’arte europea come ‘Entartete Kunst’ (cioè degenerata). Se poi volessimo essere veramente ma veramente cattivi a nostra volta potremmo dire che anche quella era una forma di populismo volgare, rozzo e ignorante, paragonabile a qualche d’un altra che va per la maggiore di questi tempi, in Italia e all’estero. Giusto così, per giocare anche noi con le parole e sparare quello che ci passa in quel momento per il cervello. Ma immaginiamo che ai diretti interessati non piacerebbe, neanche un po’.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *