Sculture su Pietra del Friuli Venezia Giulia

La pietra. Pietra da sgretolare, da smussare, da modellare e da scolpire. Pietra da levigare, da squadrare, da lucidare e incastonare. Pietra d’inciampo, testata d’angolo, roccia degli abissali dirupi negli orridi delle montagne, pietra che si slancia verso il cielo nelle guglie delle cattedrali. Quanti sono gli usi della pietra tante sono le forme d’espressione […]

La pietra. Pietra da sgretolare, da smussare, da modellare e da scolpire. Pietra da levigare, da squadrare, da lucidare e incastonare. Pietra d’inciampo, testata d’angolo, roccia degli abissali dirupi negli orridi delle montagne, pietra che si slancia verso il cielo nelle guglie delle cattedrali. Quanti sono gli usi della pietra tante sono le forme d’espressione ad essa legate e i rimandi simbolici in essa nascosti. Questa cornice di usi e significati inquadra alla perfezione il “18° Simposio internazionale di Scultura su Pietre del Friuli Venezia Giulia”, organizzato nel Parco Sculture di Vergnacco dal Circolo culturale “Il Faro” dal 12 al 28 giugno 2015. In questi giorni è uscito il catalogo della manifestazione che offre un ricchissimo corredo fotografico sia delle sculture realizzate en plein air nel Parco da artisti provenienti da ogni angolo del mondo, sia dei numerosi momenti conviviali e di scambio culturale (musica, poesia, etc.) che hanno impreziosito l’evento.

In ogni scultura si incrociano diverse matrici culturali, da quelle più antiche e classiche a quelle più moderne ed inquiete. Le forze elementari della vita e del cosmo si rapprendono in linee e curve che lasciano affiorare alla luce del sole le eterne costanti dell’universo, colte nella loro sacralità profonda. Nella pietra scolpita ascoltando il respiro intimo delle cose nulla è profano. Dal grembo germinante della vita emergono, trattenuti nella vigorosa pietra rosso Verzegnis, gli echi della civiltà mongola immortalati da Amgalan Tsevegmid: il vento sferzante, le cavalcate instancabili, il nomadismo materiale e spirituale vengono impressi e sigillati nelle figure di un cavallo e di un falco sovrapposti che un vento invisibile trascina. Dai climi impervi del deserto dei Gobi, la mano delicata e poetica di Sandra Lopez Ruiz (Colombia) ci immerge nelle profondità marine trapunte di splendenti coralli. Nella pietra grigio carnico lo scalpellino dell’artista ha scavato il suo “Coral Skeleton”, abile cesellatura di anse, di vuoti e di pieni che riecheggiano il moto perpetuo delle onde del mare. Il corallo brilla sottile come una filigrana nelle venature della pietra, simili ad un calco magico del sistema di circolazione del sangue e della linfa, segno di una vitalità rapita e trattenuta, ma pur sempre presente, a simboleggiare il minuzioso lavoro di ricamo e tessitura messo in atto dal Creatore nella sua creazione, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Dal grido ribelle ed esasperato di “Esa-sperare” scolpito in pietra di Aurisina da Nicola Monticelli (Abruzzi), richiamo più concreto e “politico” ad una nobile consapevolezza che anela a scrollarsi di dosso le ipocrite maschere di tutti i trafficanti di menzogne e di catene, si passa alla trasfigurata e spirituale “Womb” – Grembo”  di Odysseas Tosounidis (Georgia) che scava nella pietra grigio carnico la matrice originaria, il grembo primordiale da cui sono scaturiti e continuano a scaturire senza limite “infiniti universi e mondi”. Il movimento a spirale richiama un ciclone con il suo centro quieto e impassibile, modellato nella forma di una grande lente attraverso la quale filtrano spade di luce, forse simbolo dell’occhio divino che tutto scruta e custodisce.

Il principio materno, morbido e accogliente, rivestito di forme rotonde e sinuose, attraversa come un’onda anche le sculture “Big Mother” di Roberto Merotto (Veneto) realizzata in pietra di Aurisina e la forma ellittica, sempre in pietra di Aurisina, di “Empathie” che Ikram Kabbaj (Marocco) ha concepito quale simbolo dell’unione spirituale, profonda e vibrante di candida luce e femminea dolcezza. Un richiamo alla cultura antica e al fascino dei suoi miti si staglia solenne in “Delira” di Salvatore Dimasi (Calabria): la pietra fior di pesco carnico ben si presta ad un disegno avvolgente che rende quasi viva la materia, biancheggiante e fremente di palpiti misteriosi che riportano alla luce le melodie misteriche dell’imperscrutabile Apollo, divinità solare e benevola ma anche notturna e temibile. Classico anche il titolo della scultura in pietra d’Aurisina di Svetlana Melnichenko (Moldavia): “Destino”, la potenza imperscrutabile che governa il cosmo, incarnata nella forma di due figure umane stilizzate che tengono unita la fronte in un delicato e sommesso abbraccio, quasi a dire che il fato di ognuno passa attraverso la comunione armoniosa e sottile delle anime.

A chiudere la rassegna una scultura apertamente ispirata al sacro: “Santuario 386” del giapponese Isao Sugiyama che rappresenta in pietra piasentina l’ascesi dello spirito verso il divino. Su un basamento pesante e scosceso, volutamente lasciato alla propria ruvida e spigolosa materialità di nuda roccia da scalare, si incastona alla sommità, ben nascosto e protetto, un piccolo santuario squadrato, lindo e luminoso, di un biancore immacolato. Il messaggio evoca la spiritualità nipponica, con venature zen e buddiste: il cammino di ascesi interiore è impervio, lunga e faticosa è la salita, ma alla fine il premio è grande. Il tempietto liscio e candido è modellato sugli eremi sperduti tra le folte foreste del Giappone e tra anfratti montani pressoché irraggiungibili ove splendono immacolate le nevi eterne e ove vive nascosto il popolo degli spiriti eletti che protegge il pellegrino errante dalle insidie dei demoni e dei draghi. La sua lucentezza e il suo lindore ispirano un senso di leggerezza e di pura armonia, quasi a concludere, con questo balzo verso l’alto, l’ideale galleria di sculture con una illuminazione folgorante sul senso ultimo e più profondo dell’arte. Arte come penetrazione della realtà, ricerca dell’essenza e del fine ultimo. Dai livelli più esistenziali e legati al visibile, a quelli più sublimati e rarefatti.

La pietra. Pietra con cui parlare nelle arrampicate montane, pietra da gettare nello stagno nelle ore solitarie della sera contemplandone i cerchi radianti, pietra che potrebbe anche “mettersi ad urlare” qualora gli uomini non fossero più capaci di sentire la voce di Dio, pietra da cui Dio potrebbe trarre degli uomini di qualsiasi origine se mai qualcuno si ritenesse un privilegiato rispetto ai suoi simili. Per questa ricchezza la pietra ha dominato la simbologia dell’ascetica di tutte le religioni ed è stata la protagonista di innumerevoli miti, in particolare nel mondo greco. La statua di pietra di cui Pigmalione si invaghisce e dalla quale solo la forza di una passione ardente trae un essere vivente; la Medusa che con il suo sguardo trasforma ogni essere in pietra ma che Perseo riesce ad ingannare con uno specchio che fa cadere l’orrendo mostro nei propri stessi inganni; le pietre che Saturno crede suoi figli e che divora inconsapevole, firmando così la sua condanna a morte per mano dei figli divini salvati dalla sua ferocia e malvagità.

Per ogni mito, un sottofondo di significati che la nostra cultura, specie quella moderna, ha analizzato, penetrato, sviscerato, ma anche demitizzato. Particolarmente selvaggia è stata in questo campo di battaglia la psicoanalisi che ha spogliato ogni mito di qualsiasi significato spirituale — con la sola eccezione di Jung e dei suoi seguaci — e ne ha fatto la semplice raffigurazione esplicita e verbalizzata di profondi conflitti inconsci.

Eppure, se ci soffermiamo a meditare su questi miti solo apparentemente remoti e lontani dalla nostra sensibilità, scopriamo che dietro le loro fabulae accattivanti si celano verità umane e spirituali senza tempo. Il mito della Medusa ad esempio, che è quello più vicino al nostro discorso sull’arte e sulla scultura. Lo sguardo avvelenato del mostro dalla capigliatura fatta di serpenti è una potente raffigurazione del male che imprigiona e pietrifica chiunque vi punti troppo a lungo il proprio sguardo e la propria volontà. Lo specchio di Perseo, che rende inoffensivo lo sguardo della Medusa, che cosa può significare? Forse l’arte, che è specchio dell’essenza delle cose, di quelle buone ma anche di quelle non buone, cose che non ci è dato fissare faccia a faccia, per non rimanere accecati dalla troppa luce come dalla troppa tenebra? Oppure il simbolo, che riveste di una forma accessibile all’uomo le verità profonde dell’essere e del vivere, in tutte le loro gradazioni eccelse ma anche infere? L’arte è conoscenza e come tale non esclude nulla di ciò che è umanamente conoscibile e sperimentabile. E proprio perché conoscenza filtrata e meditata essa è anche salvifica e liberatrice, come ci ha dimostrato il Sommo Poeta, viaggiatore dei tre mondi ultraterreni. Dante nello specchio della sua altissima poesia ci ha reso possibile un viaggio nella notte senza fine dell’Inferno senza che le sue fiamme ci bruciassero, una scalata delle balze del Purgatorio senza che le sue aure malinconiche e dimesse ci intorpidissero e infine una radiosa ascesa del Paradiso, fino alla rosa mistica, fino al mistero trinitario, senza che la visione consumasse la nostra vista in quella luce che sola è vera luce, “luce eterna che sola in te sidi /, sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi”.

 

 



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