San Francesco non incontrò il Sultano per dialogare ma per evangelizzare cercando il martirio

San Francesco non ha mai temuto che il dialogo si potesse trasformare in disputa: «gli eretici si rendevano latitanti», perché «i segni della sua santità erano così evidenti, che nessun eretico osava disputare con lui» (Vita prima XXII).

Si è scritto molto, nell’ultimo decennio, dell’incontro che San Francesco d’Assisi ebbe con il Sultano di Babilonia. Il Poverello si recò in Terrasanta al seguito delle operazioni belliche legate alla Quinta Crociata (1217-1221) e si trovò a predicare il Vangelo alla presenza di Muhammad al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino. Molti commentatori hanno cercato di negare o di sminuire la portata della predicazione e di ridurre l’evento ad una sorta di dialogo informale, alla pari, dove il francescano avrebbe assunto il ruolo di ascoltatore delle ragioni altrui.

Questa lettura è però smentita dalle stesse fonti francescane. La Legenda Maior è molto esplicita, nel merito: «Ma l’ardore della carità  lo spingeva al martirio; sicché ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli, per diffondere, con l’effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità» (IX, 7). San Francesco «predica al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo», con «tanto coraggio», con «tanta forza e fervore di spirito» (IX, 8).

La Vita prima del Celano ha lo stesso tenore: «Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli [al Sultano] stava davanti e gli parlava, e la decisione e l’eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana?» (n. 57).

Schiettezza francescana

Non ha quindi fondamento l’ipotesi di un dialogo, tra il Santo e il Sultano, avvenuto con la caratteristica di un generico colloquio. Che poi il francescanesimo abbia assunto “da subito“ la forma letteraria dell’esortazione, appare chiaramente dalle fonti. Non si parla di dialogo, nei testi, ma di «predicazione», di «esortazione». I frati sono inviati per predicare, non per dialogare. E non si parla di dialogo, non perché assente, ma in quanto onnipresente in tutta la vicenda francescana. E’ invece assente, nelle fonti, qualsiasi retorica associata al dialogo: i frati e le suore non sono mai stati taciturni e richiamarli al dialogo sarebbe stato del tutto superfluo. Il problema, semplicemente, non si è mai posto.

Le fonti sono un florilegio della parola, scritta e pronunciata: prediche, esortazioni, domande, risposte, epistole, poesie, orazioni, ammonimenti, elogi. E, tuttavia, questa parola non è mai vaniloquio, non è mai ossequio mondano, ma rappresenta una testimonianza, che ha l’unico scopo di presentare la verità di Cristo, senza alcuna reticenza o soggezione umana.

L’intenzione di dare gloria a Dio e ricercare la salvezza delle anime è centrale. Nella Lettera ai reggitori dei popoli, San Francesco fa una supplica, nella quale è contenuto un avvertimento: «Vi supplico perciò […] di non dimenticare il Signore» e «di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di Lui, sono maledetti e saranno dimenticati da Lui». Non c’è la preoccupazione, nel Poverello, di ferire l’interlocutore o d’interrompere il dialogo. C’è semmai un’indole schietta, che nasce nella consapevolezza della propria identità  e appartenenza.

La verità è liberante

San Francesco, in particolare, «sapeva non lusingare le colpe, ma sferzarle». Egli, cioè, sapeva «non blandire la condotta dei peccatori, ma abbatterla con dure rampogne»: era un «predicatore della verità» di grande «fermezza di spirito» e fu proprio questa sua attitudine a catturare «gente di ogni età  e d’ogni sesso» (LM 12, 8). Lo accompagnavano prodigi e miracoli, poiché il Signore era con lui e lo sosteneva.

Da questa completa libertà di parola, da questa padronanza di dire la verità in ogni dove, sgorgava a fiumi la «laetitia» francescana. Letizia di amare, di sentirsi amato, di vedere realizzarsi l’opera di Gesù¹, «via, verità  e vita», di non preoccuparsi degli schiaffi ricevuti e delle persecuzioni. Più che aiutare i poveri, fu povero lui stesso. Più che amare la cavalleria, fu cavaliere lui stesso. Per questo motivo Pio XII ne ammirò l’«anima di cavaliere» (Discorso, 5 maggio 1940). Più che dare disposizioni, operava lui stesso, non ammettendo nulla tra il dire e il fare: “E’ da compiangere –  diceva il Poverello –  quel predicatore che con la malvagità della vita distrugge quanto ha edificato con la verità della dottrina» (LM VIII, 2).

San Francesco non ha mai temuto che il dialogo si potesse trasformare in disputa, anche se nessuno era tentato di correggerlo: «gli eretici si rendevano latitanti», perché «i segni della sua santità erano così evidenti, che nessun eretico osava disputare con lui» (Vita prima XXII).

 



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