Ritrovarsi a Sarajevo

“Città-simbolo del XX secolo”, come la definì a suo tempo Papa Giovanni Paolo II, Sarajevo continua a essere anche oggi la cartina di tornasole della crisi identitaria della vecchia (ormai anche demograficamente) Europa. Papa Francesco ci andrà a giugno per confermare nella fede i pochi cattolici bosniaci rimasti e sottolineare una volta di più l’urgenza […]

Città-simbolo del XX secolo”, come la definì a suo tempo Papa Giovanni Paolo II, Sarajevo continua a essere anche oggi la cartina di tornasole della crisi identitaria della vecchia (ormai anche demograficamente) Europa. Papa Francesco ci andrà a giugno per confermare nella fede i pochi cattolici bosniaci rimasti e sottolineare una volta di più l’urgenza improcrastinabile del dialogo culturale e interreligioso: proprio qui, nella città da cui scaturì – giusto un secolo fa – l’immane conflitto mondiale che avrebbe decretato il crollo uno dopo l’altro di ben quattro imperi, tra cui in primis quello austro-ungarico. Uno storico ha scritto recentemente in proposito, con espressione anche drammaticamente pregnante, per quanto metaforica, che “le luci dell’Europa si sono spente a Sarajevo un secolo fa e da allora non si sono più riaccese”. Per più di un verso in effetti, il destino dell’Europa pare legato misteriosamente a questa città dal fascino antico quanto intrinsecamente contraddittorio.  E non solo perché qui iniziò la Grande Guerra ma anche perché sempre qui, appena vent’anni fa, ebbe luogo la prima guerra civile europea dopo il 1945. Ricordiamo tutti quello che accadde, era praticamente ieri, e lo vedemmo in diretta in mondovisione. Certo, quello che accadeva allora dall’altra parte dell’Adriatico era principalmente un conflitto etnico legato ai delicatissimi e fragili equilibri geopolitici della ‘questione jugoslava’ una volta che la Jugoslavia di Belgrado non c’era più, ma non era solo quello. Al di sotto, nascoste, si agitavano ancora le vecchie millenarie questioni culturali, nazionalistiche e confessionali in cui la religione in un modo o nell’altro c’entrava sempre. Cattolici, ortodossi e islamici all’improvviso si scoprirono nemici acerrimi dopo che per secoli avevano convissuto insieme. Realmente, da un giorno all’altro, il vicino di casa diventò un terrorista e le famiglie iniziarono a togliersi il saluto. Quello che accadde nei quattro anni della guerra fratricida da allora è stato fatto oggetto di libri e film, messinscene teatrali e documentari televisivi eppure non siamo certi che l’Europa abbia veramente elaborato il lutto. A sentire anzi il cardinale Puljc, l’arcivescovo di Sarajevo, parrebbe di no: i cattolici infatti nel frattempo sono passati da 820.000 a circa 450.000 e la diaspora continua ancora perché quella terra, che subisce ora una nuova ondata d’islamizzazione strisciante, sta diventando sempre più estranea nei loro confronti. Eppure si tratterebbe della loro terra, quella dei loro padri, e dei padri dei loro padri. Dobbiamo essere sinceri qui: almeno a livello istituzionale l’Unione Europea sembra avere già da tempo estromesso Sarajevo dai suoi confini, lasciandola – sostanzialmente – in balia di un processo di autodeterminazione proprio senza nessuno a fare da arbitro. Se fosse così, non esiteremmo a dire che sarebbe una scelta a dir poco suicida che pagheremmo alla grande in un futuro neanche troppo lontano: non è infatti pensabile che proprio al centro geografico del Continente sorga uno Stato che si costruisce orgogliosamente sull’emarginazione di uno o più gruppi religiosi che invece dell’unità e dello sviluppo del Continente stesso storicamente sono stati i principali soggetti fondatori e garanti.

Ora, é in questa situazione a dir poco ‘sensibile’ che il Papa andrà a Sarajevo, sorprendendo ancora una volta analisti e osservatori. Che ci farà un argentino nel cuore dell’Europa balcanica e mitteleuropea? Si chiedono alcuni pensosi. La risposta va cercata – ci pare – proprio nella missione universale del Papato in quanto tale, più che nella persona di chi è chiamato a servirlo, cosa che fior di vaticanisti faticano ancora a comprendere, accesi come sono dagli spiriti emotivi di partigianeria. Staremo a vedere gli esiti del viaggio, per cui il Pontefice d’altra parte ha chiesto già preghiere, ma ci pare di poter dire fin da ora che la scelta di Sarajevo da sola sia, come si suol dire in questi casi, una sorta di ‘messaggio parlante’ e chi evangelicamente ha orecchi per intendere, intenda, per favore. Sarajevo non rappresenta solamente il nostro passato, o quello del ‘fu glorioso’ impero asburgico, ma anche – se capiamo bene – il nostro futuro prossimo perché resta comunque la più importante capitale europea, a un passo dal Mediterraneo, e dunque da Roma, in cui islamici e ortodossi decidono – letteralmente – del destino dei cattolici che non possono fare altro, numeri alla mano, che sperare e pregare che alla fine nella loro sofferta Patria continui a esserci un posto anche per i loro figli. Ortodossia vuol dire dialogo ecumenico, Islam vuol dire dialogo interreligioso, allo stato l’unica alternativa concreta a soluzioni armate. Come ha detto sempre Puljc (l’unica autorità rimasta a Sarajevo nei giorni dell’assedio): di guerre “ne abbiamo avute già troppe”, e non c’è bisogno di aggiungere altro. Per questo, a nostro modesto avviso, la memoria pubblica dell’Europa non sarà effettivamente riconciliata finché non metterà nuovamente al centro della propria riflessione quel luogo unico dal punto di vista simbolico che rappresenta Sarajevo, tanto con la sua storia, quanto con il suo presente, e che a farlo ci debba pensare un Papa latino-americano venuto nientemeno che dalla lontanissima Buenos Aires ci pare – una volta di più – un segno inequivocabile della debolezza culturale, oramai quasi cronica, dell’Europa politica di oggi. Ma, come pure dice un adagio, per gli uomini di buona volontà non è mai troppo tardi per risalire la china. Per il nostro futuro, questa volta c’è proprio da sperarlo.



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