Ritorno all’Ordine

Ci salveranno le vecchie zie. Oppure i vecchi preti e i vecchi sindaci di Guareschi, i vecchi maestri di Peguy, il vecchio uomo comune di Chesterton, i vecchi hobbit di Tolkien. Insomma, ci salverà qualcuno che venga da un mondo immune dall’infezione propagata dalla modernità e dal suo cadavere putrescente che va sotto il nome […]

Ci salveranno le vecchie zie. Oppure i vecchi preti e i vecchi sindaci di Guareschi, i vecchi maestri di Peguy, il vecchio uomo comune di Chesterton, i vecchi hobbit di Tolkien. Insomma, ci salverà qualcuno che venga da un mondo immune dall’infezione propagata dalla modernità e dal suo cadavere putrescente che va sotto il nome di postmodernità. Qualcuno che non ha bisogno di perdere troppo tempo spiegando che cosa sia la Tradizione per il semplice fatto che la vive sino nelle pieghe più insignificanti della sua vita quotidiana. Come le “vecchie zie” a cui, nel 1953, Leo Longanesi intitolò un saggio che pare scritto oggi.

Quel genio irriverente che aveva messo a soqquadro l’Italietta in odore di cattocomunismo e poteri finanziari fin da prima della guerra con giornali come “L’Italiano” e “Omnibus” e in seguito con “Il Borghese”, aveva messo un prudente punto interrogativo in testa al suo libro: “Ci salveranno le vecchie zie?”. Un po’ cinico e un po’ realista, temeva fortemente che neppure loro ce l’avrebbero fatta. Tanto da chiudere il suo pamphlet con il quasi rassegnato: “Sapranno le vecchie zie salvarci dall’invasione cosacca? FINE”.

Ma chi altri potrebbe farlo ora che l’alleanza tra il cattocomunismo e i poteri finanziari ha prodotto un fetore penetrato fin dentro la Chiesa e a cui un insospettabile Paolo VI diede il nome di “fumo di Satana”? Ora che pare non esista più nulla in cui valga la pena di credere perché non si è più capaci di pensare a qualcosa di eterno e di contemplarlo?

I cattolici hanno persino buttato a mare l’idea dell’Inferno con la quale venivano accusati di ricattare e tenere in pugno le anime. Anime e inferno, oggi, non interessano più nessuno. Quindi neppure il Paradiso e tanto meno il Purgatorio, derubricato nelle lezioni di catechismo e nelle omelie a povera invenzione medievale. Tolto di mezzo l’aldilà da chi dovrebbe predicarlo per convinzione o almeno, secondo la perfidia laica, per camparci, sono crollati anche i presupposti del vivere civile. Perché bisogna spiegare in nome di che cosa, se non del desiderio del Paradiso e del terrore dell’Inferno, si chiede a un giovanotto di rinunciare al nuovo eden fatto di sesso, denaro, consumo e potere. Non si può certo farlo in nome del pauperismo predicato dai nuovi chierici, i quali pensano bene di raccomandare la povertà, ma solo quella altrui.

“Le idee, i miti, la fede che animano la morale non interessano più;” scriveva Longanesi nel suo libro sulle vecchie zie “sono vizi di un tempo meno felice, vizi che occorre perdere. Ora c’è una nuova tecnica della felicità; c’è un nuovo modo di vivere: ripudiare quel che non lascia tranquilli; ora c’è un meccanismo della felicità che ripudia ogni morale; c’è una pratica, una povera filosofia della pratica che distrugge ogni passione, ogni sentimento, ogni mito. Ed è il meccanismo del benessere, il frutto del socialismo e del capitalismo associati, demagogia del braccio e dei quattrini”.

Non sono certo i preti malati di sociologismo che ci salveranno da questo disastro, che del resto hanno benedetto con gli aspersori buttati subito dopo alle ortiche insieme alle vesti talari e alle Messe in latino. Questi chierici, al massimo, sono capaci di scandalizzarsi per quei mafiosi che vanno a Messa e credono in Dio invece che per quei fior di galantuomini che a Messa non ci vanno proprio e quanto a Dio neanche a parlarne. Da una fede fondata su Dio hanno preso a praticarne e insegnarle una fondata sull’uomo perdendo di vista l’uno l’altro.

Se i nuovi preti ci hanno portato nel baratro, ci salveranno dunque le vecchie zie. “Tutti” scriveva Longanesi nel 1953 “abbiamo almeno una zia che non va al cinematografo e che conosce dieci modi di cucinare il lesso rimasto a colazione; una zia che, passata fra due guerre, conserva intatta la sua fede nell’avarizia; la quale avarizia, ormai, è soltanto un segno di decoro, un atto di fede, un principio morale, una norma pedagogica. Essa sa che i santi in cui ancora crede non fanno più miracoli; tuttavia non ha fiducia nei nuovi. Sospettosa, essa osserva la prosperità dei borghesi con occhio diffidente, in attesa del peggio. E il peggio verrà, è alle porte, è questione di tempo: i vecchi santi torneranno a fare miracoli. (…)

Erano, sono e ancora saranno, queste nostre zie, le custodi dell’ordine classico, nutrito da un’ironia un po’ laica, che non tollera il patetico cristiano e il patetico socialista; di un ordine classico, sorretto dalla scarsa fiducia nel progresso e nella bontà degli uomini e che non invita a colazione Rousseau.

Erano, sono e saranno ancora, queste nostre zie, tutte maestre, o tutte col diploma magistrale, decise insegnanti della derisa morale piccolo-borghese: tutte fedeli gendarmi dello stato a cui affidavano e affidano la difesa dei libretti di risparmio”.

Bisogna ricominciare da qui e ricostruire il vivere civile che, prima di essere tale, deve essere un sincero vivere religioso. Bisogna ricominciare a guardare con ammirazione e reverenza, e soprattutto con timore del loro giudizio, alle vecchie zie. Così come ai vecchi maestri che Peguy canta nel suo libro sul Denaro. Oppure come ai vecchi preti e ai vecchi sindaci che Guareschi ha deposto nel suo Mondo piccolo. O al vecchio uomo comune che Chesterton difende dall’aggressione del progresso e dell’emancipazione moderna. O ai vecchi hobbit in cui Tolkien racchiude saggezza e ardimento a sufficienza per riconoscere il male e combatterlo.

Bisogna tornare a far vivere la Tradizione invece che parlarne soltanto. Bisogna ricominciare a vivere di Tradizione, anche se non è facile in un mondo che ha tentato, quasi riuscendoci, di disintegrarla. Si tratta di un’opera che richiede pazienza, amore, tenacia e sacrificio: richiede fede. Richiede un realismo tale da riconoscere la propria inadeguatezza personale e, allo stesso tempo, da capire questo non giustifica l’indugio.

In poche parole, bisogna agire convinti che i vecchi santi torneranno a fare i miracoli. Il primo, o l’ultimo, dei quali sarà la caduta del punto di domanda dal titolo di Longanesi.

“Ci salveranno le vecchie zie”.

Fonte: http://www.corsiadeiservi.it

 



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