Ritorna la Notte dei classici

Nell’attuale naufragio quasi totale delle belle lettere e dei buoni libri, da cui solo pochi privilegiati superstiti riescono a salvarsi, l’iniziativa la “Notte dei classici” è un segno di speranza. Dopo l’edizione dell’anno appena trascorso, anche quest’anno, venerdì 15 gennaio, i licei di numerose città d’Italia — tra i quali anche i nostri licei “Francesco […]

Nell’attuale naufragio quasi totale delle belle lettere e dei buoni libri, da cui solo pochi privilegiati superstiti riescono a salvarsi, l’iniziativa la “Notte dei classici” è un segno di speranza. Dopo l’edizione dell’anno appena trascorso, anche quest’anno, venerdì 15 gennaio, i licei di numerose città d’Italia — tra i quali anche i nostri licei “Francesco Petrarca” e “Dante Alighieri” — hanno voluto dedicare una notte ai grandi classici della letteratura, con letture, conferenze, momenti conviviali e allestimenti scenici ad essi dedicati.

L’iniziativa sollecita una riflessione sul valore intramontabile di questi astri dell’universo letterario che non conoscono declino. Come specchi limpidi, in essi possiamo leggere da una parte il declino culturale contemporaneo, dall’altra la grandezza di una stagione della letteratura e del pensiero che ha ancora tanto da donare. La condizione del letterato e dell’intellettuale nel passato e nel presente, la crisi del linguaggio, il tramonto della cultura come formazione integrale dell’uomo, la degradazione del pensiero come strumento altissimo di costruzione ed elaborazione di ogni esperienza vitale: questi sono solo alcuni temi che iniziative come queste riportano alla luce.

Un tempo chi scriveva, trovando riscontro in un buon pubblico di lettori preparati raramente era costretto ad esercitare anche un’altra professione. Potendo contare su un mecenate, che davvero amava le belle lettere più che il denaro —lasciamo stare la volontà celebrativa che è sempre stata uno dei pochi vezzi a suo modo perdonabile di signori e potenti di ogni epoca —, e su una disponibilità di tempo oggi impensabile, lo scrittore e l’intellettuale tout court potevano ben coltivare la loro vocazione e affinarla poco a poco verso un’ideale perfezione. Oggi non esistono più i mecenati amanti delle belle lettere e che possono garantire all’artista o al filosofo un’esistenza tranquilla e appartata in cui dedicarsi totalmente alla propria attività speculativa. Esistono le grandi case editrici che ormai sono ridotte a grandi multinazionali del sapere e giudicano tutto in termini di guadagno e potere. E anche quando uno scrittore o un intellettuale riescono a guadagnare una notevole visibilità, è raro che non siano costretti ad esercitare un’altra professione per far quadrare i conti e a garantirsi il necessario per vivere. Poco tempo, molto lavoro, distrazioni continue, moltiplicazioni di responsabilità, dominio sempre più tentacolare dei media e del digitale che poco a poco fanno appassire l’intelligenza, la memoria, la concentrazione e le risorse linguistiche. I “classici” di una volta avevano più tempo — pensiamo ai grandi della cultura greco-romana, del medioevo (Dante e Petrarca) e dell’umanesimo — per pensare, leggere, raccogliersi ed estendere i domini del proprio sapere, affilando sino alla perfezione i propri strumenti intellettuali e creativi.

Oggi, la fretta convulsa, i mille impegni, la dipendenza dai capricci di un mercato selvaggio e le nuove forme di comunicazione sempre più lapidarie, scomposte e brutte, hanno stravolto la cultura e la letteratura. Il degrado di quest’ultima lo si può saggiare passeggiando in una delle tante librerie: non si contano le pubblicazioni-spazzatura, che basta appena sfogliare per capire che stiamo imboccando un vicolo cieco. Pochi veri scrittori, tanti, tantissimi dilettanti forti di buone conoscenze e appoggi politici, con la dominante sempre più scandalosa dei libri-confessione di gente del mondo dello spettacolo, presentatori o attori noti che siano, oppure “tronisti” che spadroneggiano sui pulpiti televisivi e divi del Grande fratello che cavalcano l’onda per una stagione e poi spariscono nella nebbia da cui sono usciti.

Se non ritorniamo ai classici, se non ritroviamo il gusto della bella scrittura, del pensiero ben articolato e svolto nella sua complessità e profondità, se non recuperiamo sotto il fango di quell’immensa palude che è divenuta oggi la cultura le pietre preziose delle parole ispirate, della frasi ben cesellate e dei periodi smaglianti nel loro moto vasto e fluente, l’uomo diventerà sempre meno umano e degno di sentirsi parte di un disegno spirituale che lo trasfigura e lo innalza, trascinandolo verso il suo fine ideale.

Ci si muove troppo, si parla troppo, si vuole sentire troppo a livello emotivo, si dà troppa importanza alle sensazioni, alle opinioni, alle impressioni fuggevoli, agli effimeri moti di piacere su cui la cultura attuale tenta in tutti i modi di scrivere la nuova carta d’identità di un’umanità a suo avviso finalmente libera, appagata ed adulta. Paradossalmente è vero il contrario: è una falsa libertà in quanto ci rende servitori ciechi della parte peggiore e inferiore di noi stessi. Ciò da cui la sapienza perenne di ogni cultura e civiltà ha cercato di emancipare la persona, oggi viene proposto come realizzazione piena dell’umano. La tenebra viene chiamata luce, l’errore conquista, il male una condizione naturale e normale dell’uomo i cui impulsi oscuri e negativi sono presentati come forze positive del corpo e della psiche a lungo ingiustamente represse o sublimate, forze buone e naturali da valorizzare, incoraggiare, esprimere e difendere a spada tratta come inalienabili diritti.

Questo moto paradossale e contrario crea febbre, inquietudine e dispersione, nemici della pace interiore, dell’armonia e della bellezza. Ma quanto più ci si muove in questo modo tanto più si rimane fermi e addirittura si arretra. Senza immaginare grandi rivoluzioni, è già un buon passo scavarsi nel proprio intimo un anfratto ben protetto, una sorta di eremo interiore in cui far riposare la propria anima e la propria intelligenza e da cui interagire con le cose ordinarie della vita come se ci trovassimo su un’altura silenziosa e quieta che tutto smorza e rende ovattato. Solo così si può ritrovare uno sguardo limpido e veritiero su tutte le cose. Avevano ragione Seneca e Pascal ad invitare l’uomo a non disperdersi troppo in cose esteriori, impegni e vita sociale. «Ogni volta che sono andato tra gli uomini, sono ritornato a casa meno uomo di prima», scrisse nelle sue “Lettere a Lucilio” il grande filosofo stoico, riecheggiato da un’altra stella nel firmamento della filosofia e della spiritualità quale Pascal che così si espresse nei suoi “Pensieri”: «Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli nella propria stanza».

 



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