Rita Pavone

Mi piace ritornare a casa mia e ritrovarmi fra le cose mie. Casa mia, per piccina che tu sia. Negli anni in cui qualcuno parodiava Rita Pavone, sostituendo alla “casa” la “piccola borghesia”, la cantante torinese interpretava Gian Burrasca in uno sceneggiato televisivo del 1964 (la Pavone era poco più che maggiorenne) di grande successo. […]

Mi piace ritornare a casa mia e ritrovarmi fra le cose mie. Casa mia, per piccina che tu sia.

Negli anni in cui qualcuno parodiava Rita Pavone, sostituendo alla “casa” la “piccola borghesia”, la cantante torinese interpretava Gian Burrasca in uno sceneggiato televisivo del 1964 (la Pavone era poco più che maggiorenne) di grande successo. Quel “Viva la pappa col pomodoro” cantato con grande vigore nella sigla riproduceva la portata rivoluzionaria del romanzo di Vamba, pseudonimo dello scrittore e giornalista fiorentino Luigi Bertelli (1858-1920), che aveva pubblicato nel 1911 quel romanzo per ragazzi con il titolo: “Il giornalino di Gian Burrasca”.

Già nel 1959 “Pel di carota”, ovvero come veniva apostrofata la Pavone per il colore rosso dei capelli, aveva interpretato con grande personalità “Arrivederci Roma” di Renato Rascel e nel 1962 aveva vinto il primo “Festival degli sconosciuti” di Ariccia. Il patron di quel Festival era Teddy Reno, pseudonimo del cantante e produttore discografico triestino Ferruccio Merk Ricordi, che sposerà nel 1968 Rita Pavone, suscitando grande scandalo per il divario di età tra i due (quasi vent’anni) ma soprattutto perché lui era già sposato.

Rita Pavone interpretava nei primi anni ‘60 i fremiti ancora composti del mondo giovanile, che avrebbero anticipato i furori anti-autoritari e libertari del ‘68: «Abbiamo 16 anni, forse abbiamo i capelli un po’ lunghi ed usiamo un po’ troppo i blue-jeans». Esprimeva soprattutto nelle sue canzoni quel desiderio d’amore che faceva sognare i teen-ager dell’epoca, come in “Alla mia età? del 1963: «Alla mia età si incomincia a capire l’amor, si incomincia a cercare con chi poter sognar (…) si incomincia pian piano a parlar con la voce del cuor». Era anche l’epoca dei balli e delle mode d’oltreoceano, come il twist o il rock’n’roll, con grande veemenza interpretato a Studio Uno della RAI nel 1966.

Rita Pavone alternava, come nella famosa canzone “Il ballo del mattone” l’amore alle mode giovanili appassionate: «Non essere geloso se con gli altri ballo il twist (…) perché tu sei la mia passione». Vincitrice al Cantagiro del 1965, Rita Pavone sarà impegnata nello stesso anno pure nella cinematografia (con il grande comico napoletano Totò), ottenendo un clamoroso successo internazionale che la porterà persino alla consacrazione nel celebre Carnegie Hall di New York.

Dopo aver interpretato celebri canzoni, come: “La partita di pallone”, “Sul cucuzzolo” di Edoardo Vianello o “Pippo non lo sa” del grande maestro Gorni Kramer, nel 1971 Rita Pavone inizierà a cimentarsi anche come cantautrice. Negli ultimi anni ‘80, firmerà anche alcune canzoni di pregevole contenuto, come ad esempio “Donne ferme, donne che camminano” del 1989: «Donne quotidianamente sempre in panne o nei guai, siamo un treno che non si ferma mai (…) fragili dentro ma di fuori sicure di noi (…) non perdiamo mai la testa, il cuore sì».

Cantando si impara con Rita Pavone a valorizzare, nonostante la rapida ascesa al successo, quei sentimenti naturali e normali che appartengono ad una madre preoccupata del suo figlio, come in “Anni impazienti” del 1985: «Cucciolo d’uomo non correre, verrà anche per te l’ora». Nonostante lei abbia bruciato le tappe, rimane saggio il materno consiglio al figlio: «Figlio mio, piccolo uomo (…) sembra un minuto che ti ho visto nascere».



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