Ripartire dalle virtù

Sui giornali, in televisione e sul web si stanno moltiplicando interventi di neuroscienziati sul mistero del cervello, un enigma tra i più affascinanti che poco a poco, nelle intenzioni di questi specialisti, sembrerebbe diradarsi e assottigliarsi sempre di più. La linea comune alla gran parte degli studiosi di questa branca del sapere scientifico è che […]

Sui giornali, in televisione e sul web si stanno moltiplicando interventi di neuroscienziati sul mistero del cervello, un enigma tra i più affascinanti che poco a poco, nelle intenzioni di questi specialisti, sembrerebbe diradarsi e assottigliarsi sempre di più. La linea comune alla gran parte degli studiosi di questa branca del sapere scientifico è che noi nasciamo con un cervello fatto in un determinato modo e che tutta la nostra vita, le nostre scelte e il nostro temperamento sono condizionati e segnati da questo “marchio” impresso nella nostra carne in modo indelebile sin dalla nascita. In una trasmissione televisiva, un neuroscienziato, guarda caso alcuni giorni prima delle elezioni di domenica 4 marzo, ha parlato di una particolare forma di determinismo secondo la quale ognuno di noi nasce con un cervello “progressista” o “conservatore”. Questa ipoteca ingombrante e inaggirabile condizionerebbe tutta la nostra vita senza che noi possiamo agire con la nostra volontà per modificarla. Con tanto di diapositive, sono state proiettate immagini del cervello di un conservatore e di un progressista in cui si vede subito la differenza morfologica dell’uno dall’altro: dalla forma fisica del nostro cervello deriva un dato temperamento che io non ho scelto e che non posso cambiare. Logicamente, nel suo intervento televisivo, il neuroscienziato non ha mancato di colorire con tonalità negative il cervello “conservatore” — basato su meccanismi di paura e di chiusura non molto promettenti e auspicabili — e positive il cervello progressista — regolato da predisposizioni all’apertura, alla valutazione di ampio respiro e a una duttile prontezza a riposizionare di continuo le proprie priorità, tutte facoltà vantaggiose e latrici di risultati vincenti nella lotta della vita.
Portando alle estreme conseguenze questo discorso, assassini e cattivi si nasce e non si può fare nulla per cambiare rotta e per scegliere di condurre una vita buona. La bontà e le virtù sono di conseguenza una fortuna casuale, un patrimonio ereditato alla nascita in cui i nostri sforzi e il nostro esercizio della libertà e della ragione non contano nulla. L’intera visione dell’uomo regredisce a questo punto al livello della natura determinata da regole e leggi immutabili, che non sono né buone né cattive, ma semplicemente agiscono perché così è iscritto nell’ordine delle cose.
L’iniziativa “Le virtù cardinali”, che si terrà a Trieste a partire da domenica 18 marzo, induce a delle riflessioni su questa impostazione meccanicistica e soffocante, quanto tragica, distruttiva e pericolosa sul piano etico. Ogni domenica, fino al 22 aprile, presso il Teatro Verdi, si terranno delle lezioni sulle 4 virtù cardinali: prudenza, fortezza, temperanza e giustizia. Riservandoci di parlarne più dettagliatamente a suo tempo, ora ci interessa sottolineare quanto impervi ed ostili siano i nostri tempi nei confronti della nozione di virtù. Se io, come gran parte del sapere scientifico afferma oggi, nasco con un carattere già determinato all’origine dal mio cervello, immodificabile quanto lo è l’aspetto fisico — non posso cambiare il colore dei miei occhi né la mia statura — e operante in me con una sovranità più tirannica e impietosa del Fato greco, che senso ha parlare di virtù? E tuttavia proprio la virtù, la possibilità iscritta nel mio essere di scegliere liberamente se comportarmi secondo buone o cattive disposizioni, può oggi portare un po’ di aria fresca nei chiusi e angusti ambienti del materialismo scientifico. È indubitabile che ciascuno di noi nasca con un temperamento e un aspetto fisico già dati prima che io possa sceglierli, ma è altrettanto fuori discussione che io trovo iscritta nel mio corpo e nella mia mente, come un codice genetico che mi orienta, la libertà di scegliere dove andare e cosa fare.
A meno che non intervengano malattie e menomazioni fisiche, l’uomo è dotato di una particolare facoltà: partendo da un terreno già dato, può coltivarlo e irrigarlo fino a trarne buone piante e buoni frutti. Io posso scegliere di abbandonare questo terreno a se stesso oppure di prestargli cure e attenzioni affinché fiorisca. Come la conoscenza nell’uso degli strumenti, la costanza e l’accettazione vigorosa della fatica nell’arare, innaffiare, seminare, potare e raccogliere, traggono buoni frutti anche da una terra inospite, così l’esercizio delle virtù bonifica e rende fruttuosa la terra della nostra vita e della nostra anima. Il “cattivo tempo” logicamente può alterare questi equilibri e distruggere in un attimo anche il campo o il giardino più rigogliosi, ma anche in questo caso l’aiuto viene da due virtù: la pazienza nell’attendere e la perseveranza nel ricominciare il proprio lavoro ogni volta da capo, con una volontà e una passione accresciute proprio dalla prova.
È evidente che, come dimostra la disparità delle nostre risorse fisiche e intellettuali, alcuni si troveranno di fronte un terreno più arido e infecondo rispetto ad altri che riceveranno invece in eredità alla nascita una terra più ricca e fertile. Qui la neuroscienza e gli studi sul Dna hanno dato ottimi apporti alla nostra conoscenza dell’umano, individuando il legame tra predisposizione fisica, carattere e destino. L’errore sta nel giudicare questo legame come rigorosamente deterministico, una sorta di catena dalla quale posso più o meno allontanarmi, ma senza mai spezzarla del tutto. E invece — e paradossalmente sono proprio le neuroscienze, nelle loro voci più avvertite e sensibili, a dimostralo — il cervello è una struttura che si modifica nel tempo: questa sua capacità di riplasmarsi e affinarsi attraverso l’esperienza, così da accrescere le proprie risorse di comprensione della realtà e le proprie capacità di fare fronte saggiamente agli alti e bassi della vita, viene definita neuroplasticità.
In sintesi, io nasco con un determinato cervello che condiziona il mio modo di essere e di agire, ma nello stesso tempo sono dotato di una forza e di una capacità di trasformazione che, proprio e anche attraverso comportamenti virtuosi, può modificare i circuiti viziosi del mio cervello e migliorare tutta la mia vita. Sono sì un essere condizionato, ma sono anche libero di cambiare e questa prerogativa straordinaria è suffragata da tanti studi che hanno dimostrato che il mio modo di pensare e di agire, le strategie messe in atto per superare delle difficoltà, la volontà di andare sempre avanti e migliorare, le stesse virtù che da abito esteriore possono diventare abito interiore, tutte queste risorse che io possiedo e queste potenzialità che posso liberamente mettere in pratica modificano positivamente il mio cervello, lo fanno evolvere, arricchirsi e rafforzarsi. Per tutte queste ragioni parlare di virtù oggi è utile, necessario e buono. Perché è saggio accettarsi per come si è quando non si può cambiare, ma ancora più saggio è voler cambiare sempre in meglio quello che può essere cambiato, spianando la strada a una vita più luminosa, intelligente e felice.



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