Rino Gaetano e l’ambiguità della società moderna

“Mio fratello è figlio unico perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent’anni, perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati”.  Con questa canzone: “Mio fratello è figlio unico”, tratta dall’album omonimo del 1976, Rino Gaetano (1950-1981) intendeva sottrarre le condizioni degli esclusi e degli emarginati dalla società […]

“Mio fratello è figlio unico perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent’anni, perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati”.

 Con questa canzone: “Mio fratello è figlio unico”, tratta dall’album omonimo del 1976, Rino Gaetano (1950-1981) intendeva sottrarre le condizioni degli esclusi e degli emarginati dalla società da una polticizzazione e da un’ideologia che lo avevano classificato come un “autore disimpegnato”. Il cantautore calabrese non celava affatto la sua avversione ad una canzone “impegnata” (com’era tipica in quegli anni di egemonia culturale di sinistra) e rifiutò sempre ogni schieramento politico, come attestano a conferma quest’altre parole: “Partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”. Non condividendo quindi il concetto di canzone come strumento rivoluzionario di lotta politica, egli affermava di scrivere le sue canzoni ispirandosi ai discorsi raccolti in mezzo alla gente senza la pretesa di dispensare insegnamenti a destra e a manca.

Questo non significava porsi in una posizione da “qualunquista”, ma piuttosto, come sempre egli stesso affermò, di fare musica leggera cercando di dire cose che del tutto leggere non erano. Nella famosa Ma il cielo è sempre più blu (dalla quale è stato tratto un film omonimo del 1995 ed una fiction trasmessa dalla Rai nel 2007) il cantautore crotonese urla, con quella sua voce ruvida ed intensa: “Chi vive in baracca, chi suda il salario, chi ama l’amore e i sogni di gloria, chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria, chi mangia una volta … chi suda, chi lotta” tutto il disagio esistenziale ed il dramma di chi soffre e di chi pena in contrapposizione alla posizione di chi si bea delle proprie ricchezze e del proprio benessere, come descritto nella canzone: “Le beatitudini” del 1980: “Beati sono i ricchi perché hanno il mondo in mano … beati i professori, beati gli arrivisti, i nobili e i padroni, specie se comunisti”.

Alla ricerca del paradosso estremo fino all’esasperazione del significato, Rino Gaetano è stato debitore, come lui stesso dichiarò, di autori del teatro dell’assurdo come Eugene Jonesco e Samuel Beckett, che egli frequentò avvicinandosi, sin dal 1969, all’esperienza teatrale del Folkstudio a Roma. I giochi di parole fino al nonsense servivano per svelare quella che lui considerava l’ipocrisia dell’uomo moderno, come nella canzone: “La zappa, il tridente, il rastrello, la forca, l’aratro, il falcetto, il crivello, la vanga”dove agli arnesi rurali simbolo della civiltà contadina contrapponeva futili messaggi pubblicitari.

Rino Gaetano usava  la spudoratezza del sarcasmo per smascherare la falsità e l’ambiguità della società moderna, come elencato nello sfottò popolare della celeberrima Nuntereggae più, giocata sul ritmo reggae dell’amato Bob Marley: “Abbasso e alè con le canzoni, senza fatti e soluzioni … nuntereggae più pci psi dc dc pci psi pli pri” dove all’alternarsi dei partiti e dei nomi di celebrità (da non reggersi) faceva da contrasto la retorica politica con l’inflessione sarda dell’allora segretario comunista Berlinguer: “Mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio, disponibile al confronto, nella misura in cui alternativo aliena ogni compromesso”. L’ambiguità e il doppio senso erano spesso utilizzati dal cantautore calabrese, come nella famosa: “Berta filava”, dove il verbo filare poteva significare il filare la lana ma anche il filare con Mario, Gino ed altri uomini. Dietro l’apparenza di disimpegno (Rino Gaetano aveva partecipato persino a Sanremo presentando un’altra sua famosa canzone: Gianna) egli aveva condensato in altre canzoni, come Ad esempio a me piace il Sud, il suo essere meridionale un po’ arrabbiato ma anche suggestivo nel ricordo del mare e della terra: “Ad esempio a me piace vedere la gonna nel nero del lutto di sempre; sulla sua soglia tutte le sere aspetta il marito che torna dai campi … mi piace scoprire lontano il mare se il cielo è all’imbrunire, seguire la luce di alcune lampare …”. Credo che le parole di Jovanotti, all’indomani della prematura scomparsa del cantautore calabrese per incidente stradale, riassumino con efficacia la doppia veste, ora drammatica, ora scanzonata di Rino Gaetano: “Lui ha addirittura due nomi: Rino e Gaetano, uno allegro e uno triste, uno tenero e uno sarcastico, uno impegnato e uno che se ne frega. Due fratelli, due figli unici come siamo un po’ tutti”.



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