Rileggere Maggiolini 10 anni dopo. «La nostra società deve ancora avvertire il sapore del marcio che viene in bocca dal tipo di vita che sta conducendo»

Rileggere Maggiolini 10 anni dopo. «La nostra società deve ancora avvertire il sapore del marcio che viene in bocca dal tipo di vita che sta conducendo»

«Abbiamo perso dieci anni», sospira. Queste cose andavano previste prima. «Non c’è una concezione democratica dell’islam. Quando sono in minoranza stanno al gioco, ma quando diventano maggioranza impongono una specie di teocrazia. Dieci anni fa, in un discorso alla città, avevo posto il problema, dicendo che bisognava pensare con esattezza l’incontro con l’islam: un incontro tra culture diverse». Gli diedero dello xenofobo, del vescovo leghista. Ma monsignor Alessandro Maggiolini, che guida la Chiesa di Como dal 1989, era tranquillissimo nel rischiare l’impopolarità, perché vedeva dove si andava a parare. «Ora, non è che i musulmani siano solo questo, ma certamente la cultura musulmana ha dei germi che spiegano i kamikaze, le rivolte per le vignette. Abbiamo perso dieci anni prima di capire che creare delle moschee significava non solo creare centri di elaborazione culturale, ma anche di elaborazione armata. Non dappertutto, si capisce, però la guerriglia è nata anche lì». Oggi, non gli interessa rivendicare primogeniture.

E in fondo l’islam — per quanto «problema destinato a crescere» — non è nemmeno la principale delle sue preoccupazioni: «La situazione italiana è di un’incoscienza tale per cui siamo di fronte a una sorta di suicidio nazionale. Il pericolo più grave è quest’ansia di suicidio. Moritur et ridet, l’Italia è sul baratro e sta divertendosi. Il problema è quello che il Papa continua a dire, e umilmente anch’io lo dico da tempo: è il problema delle certezze metafisiche e morali. Cioè la verità e la moralità. Quando sento che per descrivere un laico sì dice: è uno che vuole l’aborto, l’eutanasia… Uno così si presenta come paladino del futuro, ma in realtà è un becchino. Lo vuole distruggere, il futuro. È il pensiero debole, il dubbio su tutto, il rifiuto di qualsiasi norma morale che l’uomo contiene in sé e gli indica gli orientamenti di fondo. lo dico che una civiltà così ha soltanto il dovere di morire. Anche il diritto, ma soprattutto il dovere: perché non si capisce cosa stia facendo di utile».

Siamo qui per questo, monsignore. Lo spunto di questa conversazione è proprio la verifica di una controtendenza in atto. Non bastassero gli esempi del referendum sulla legge 40, di un risveglio del dibattito sui temi bioetici, o un certo mandare all’aria i dogmi ideologici degli anni 70, ci sono a far testo le doglianze di Emma Bonino sull’Italia che si sta trasformando in un paese dove è impossibile trovare uno spinello, o una pillola abortiva. Un «eccezionalismo italiano» che un pastore della Chiesa dovrebbe trovare positivo.

«Non sarei così ottimista», ribatte Maggiolini. «Il referendum non è stato un test attendibile, era solo una questione che non interessava, non certo una ripresa del dibattito metafisico. Vedo invece una tragica crisi della socialità. La tv è sempre la maestra, ma non c’è più nemmeno la scolaresca, c’è solo l’individuo, la sua reazione, il gioco di superare altri tabù. In questo, non vedo una controtendenza, il ’68 non è finito. Non è che manchino uomini di cultura laici capaci di porre all’attenzione certi problemi, e anche nella Chiesa il cardinale Ruini ha portato avanti un progetto culturale. Però non si sente l’elaborazione culturale. È tutta un’orchestrazione del silenzio attorno a queste cose. C’è ancora nella cultura laica un tipo di astio, di rimozione che fa scattare i meccanismi del silenzio».

Questi anni hanno portato però anche spunti di riflessioni inedite, almeno per l’Italia, ad esempio sull’aborto. Si può interpretarlo come il riverbero di una cultura arrivata a fine corsa, Costretta a interrogarsi su nuovi percorsi. «No, queste riflessioni non sono ancora il capolinea. L’aborto lo si corregge solo se si dice che è uccisione di un innocente. Per quanto riguarda più in generale il momento culturale, non bisogna dimenticare che stiamo assistendo da parte dei media, delle agenzie culturali, a una vera piallatura del cervello, per cui non si ragiona più. Ancora l’esempio della tv: devi solo dare uno slogan, e poi il tuo compito è finito. Non c’è ragionamento, non è richiesta alcuna motivazione razionale. È difficile così».

Come giudica invece il momento storico della Chiesa italiana? Dopo anni di smarrimento, sembra aver ritrovato compattezza, entusiasmo. Per certi segnali, soprattutto le critiche anche sgarbate che le piovono addosso, sembrerebbe essere anche più ascoltata. «Parla di più. Questo non vuol dire che sia più ascoltata. Invece anche oggi la situazione della Chiesa cattolica non è felice». Secondo il vescovo di Como, “la Chiesa si è lasciata dietro dei buchi notevoli, a lungo ha tentato di dialogare con il laicismo, ma si è trovata rifiutata. Così i cattolici sono stati assorbiti dalla mentalità dominante, e credo che a parte delle eccezioni oggi non riescano più neanche a entrare in dialogo con i non credenti. Sono come mondi apparentemente concordi, ma giustapposti. Con i cristiani quasi guardinghi, timorosi».

Assistiamo però a un innegabile protagonismo dei cattolici nella vita civile, come lo valuta? «Assorbiti nella mentalità comune, non sanno più cosa dire. E questo è gravissimo, perché costringe la gerarchia a intervenire. È strano, ma proprio quelli che hanno continuato a blaterare di promozione del laicato si sono messi in condizione di costringere la gerarchia a intervenire. Perché non hanno più niente da dire. Dove sono i cattolici in politica? Non sanno più cosa fare. Del resto poi… La sinistra? Ma la sinistra ha il rispetto per la vita umana? La destra? Ma la destra ha il rispetto per la socialità? Piuttosto a connotare i cattolici è un lasciar andare. Sull’islam, ci si sveglia, certo, perché sono toccati di persona. Ma sull’aborto, il matrimonio, i cattolici oggi si sentono anzi liberati da apparenti lacci di tipo moralistico. Mozartianamente. È un così fan tutti. A parte pochi casi personali, poche realtà».

Che cosa occorre invece, a suo parere? «Occorrerà che i credenti vincano il senso di minorità. Si tiri fuori il tema della “parresia”, il coraggio di dire cose scomode. E anche il tema del martirio. Tredici anni fa ho scritto un libro, “Meglio il martirio”. Che oggi non è tanto la scimitarra, i leoni. Oggi il martirio è l’irrisione, il compatimento del mondo rispetto a certe scelte». Ma come, monsignore, e le accuse della Bonino sull’eccesso di clericalismo? «È Emma Bonino che deve dirmi dove vuol condurre la propria umanità. Se il progresso è aborto e entanasia, allora è becchinismo. Stiamo preparando una generazione disperata, di solitari, perché manca il senso delle cose che si fanno. Oggi, fossi in vena di scrivere un libro di apologetica, sa da dove comincerei? Dalla noia. Penso a Leopardi, ma soprattutto ad Agostino prima della conversione. E a Ignazio. È la noia, oggi, la cifra esistenziale e culturale. La nostra è una società annoiata. Sazia e disperata, diceva il mio amico cardinale Biffi».

Ma lo hanno attaccato tutti… «Per forza. Comunque non siamo avviati verso l’inferno in terra. Ma che i credenti dovranno rassegnarsi a contare di meno, per numero e messaggio. Sarà la speranza del credente a fare problema e a svegliare le persone ancora capaci di rivedere la propria esistenza».

Negli Stati Uniti le chiese sono state capaci di ribaltare una situazione segnata da un progressivo secolarismo, si sono organizzate culturalmente, hanno recuperato presenza. «La mia convinzione è che non è ancora matura l’epoca per questa ripresa. La nostra società deve ancora avvertire il sapore del marcio che viene in bocca dal tipo di vita che sta conducendo».

Nell’attesa che i tempi maturino, o marciscano, il vescovo di Como ammette però che qualcosa, in questi anni, è comunque cambiato. E che probabilmente non tutto sarà spazzato via. «Ci sono stati degli spunti buoni di questi anni, ci siamo salvati da Zapatero e questo è un bene. Sì, l’Italia ha vissuto anche qualcosa di valido. Ma il principio che domina anche da noi è lo stesso: una cosa è prima un fatto, poi il fatto viene diffuso, ingrandito, e infine diventa diritto. Non illudiamoci. Non aspettiamoci troppo di un programma come quello della Bonino».

da Il Foglio, 8 febbraio 2006, di Maurizio Crippa



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