Riforma costituzionale: una analisi da Giurista

Nel numero oggi in edicola, venerdì 30 settembre, Vita Nuova pubblica un’ampia intervista al giurista Prof. Paolo Pittaro, dell’Università di Trieste, sulla riforma costituzionale. Per completezza e profondità si tratta di una analisi assolutamente da leggere in vista del prossimo Referendum del 4 dicembre 2016. Ne pubblichiamo qui qualche stralcio.

Abbiamo rivolto al prof. Paolo Pittaro, docente di diritto penale e già Direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche nell’Università di Trieste, alcune domande sui profili tecnici del prossimo referendum sulla legge di revisione costituzionale.

Prima di addentrarci nel merito della questione, qual è la sua impressione sul quadro giuridico generale offerto dalla vicenda referendaria?

In via preliminare deve riconoscersi che il referendum si sviluppa in un contesto non ideale. La Costituzione contempla (art. 138) la possibilità di una sua revisione, ma che sia meditata e condivisa. A tale scopo prevede la doppia approvazione (in tempi distanziati) da parte delle Camere e con una maggioranza dei due terzi. Se tale maggioranza qualificata non viene raggiunta, allora l’approvazione a maggioranza assoluta può essere sottoposta a referendum, ove saranno i cittadini a confermarla o meno: ed è il nostro caso. Si aggiunga che la proposta di tale revisione parte da un esecutivo non eletto ma nominato dal Capo dello Stato, che è stata approvata da un Parlamento eletto con un sistema che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo (pur consentendone il proseguimento in attesa di un nuovo) e da parte di un numero rilevantissimo di deputati e senatori che nel corso della legislatura hanno modificato anche più volte la propria appartenenza politica (cambio di casacca, come usualmente di dice). A tal punto che le opposizioni in sede di approvazione finale hanno perfino abbandonato l’aula non partecipando alla votazione. Non solo: come ben sappiamo, la divisione fra SI ed il No investe non solo le varie forze politiche, ma è trasversale nella maggioranza stessa. In un Paese diviso a metà non può certo parlarsi di una revisione condivisa. E non solo politicamente, ma anche tecnicamente. È noto come gli stessi costituzionalisti sono altrettanto divisi fra i due schieramenti e, anzi, nel fronte del No militano, e con toni molto accesi, perfino presidenti emeriti della Corte costituzionale.

In ogni caso saranno gli italiani ad esprimersi, come ha affermato il Presidente della Repubblica, prescindendo da pressioni anche esterne, dando prova di maturità democratica.

In teoria è così, ma solo in teoria, perché presuppone che tutti siano a conoscenza del preciso oggetto della votazione. Il che non è. Il quesito posto sulla scheda riguarderà semplicemente l’accettazione o meno della legge costituzionale approvata il 12 aprile 2016 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile. Ebbene, il testo di tale normativa consta di ben 41 articoli (su 19 pagine a stampa) di non facile lettura tecnica, i quali a loro volta rinviano a norme esistenti, ora abrogate, ora modificate, ora richiamate. E dubito che la maggioranza dei cittadini andrà a cercarsi, a leggersi (e, soprattutto, a comprendere) tale testo. In genere si affiderà a quello che, schematicamente e riassuntivamente, verrà loro proposto tramite i mass media (anche su internet) e soprattutto dalle manifestazioni delle opposte parti.

Allo stato, mi sembra che, in modo alquanto semplicistico, i fautori del Sì affermino che verrebbe effettuato un risparmio di spesa, la semplificazione e l’accelerazione del meccanismo legislativo, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione del bicameralismo perfetto. Così come, dall’altra parte, i fautori del No contestano la forte riduzione di spesa, il declassamento pressoché totale del Senato peraltro non più eletto direttamente, la riduzione delle competenze delle Regioni a favore dell’Esecutivo che, specie se connesso al nuovo sistema elettorale (il c.d. Italicum) che assegna un rilevante premio elettorale al partito di maggioranza, darebbe vita ad un ordinamento con forte prevaricazione di una parte politica, ossia ad un vero e proprio regime.

(Leggete l’intera intervista su Vita Nuova)



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