Riflessioni profetiche sulle radici dell’Europa e sui limiti dell’accoglienza

“L’odio per la casa natale” indicata da Finkielkraut e “un’antropologia senza Dio e senza Cristo” profetizzata da Giovanni Paolo II

Fece parecchio rumore in Francia, quando uscì nel 2013, il saggio di Alain Finkielkraut “L’identità infelice”. In esso Finkielkraut coniò l’espressione “oicofobia”, che si può tradurre con “odio per la casa natale”. Riferendosi alla situazione del suo paese, e in particolare alle politiche immigratorie, Finkielkraut puntava il dito contro un processo culturale, sostenuto dall’islam e da quella che lui stesso ribattezzò “gauche divine”, la sinistra divina, per cui l’idea di “assimilazione” era stata progressivamente sostituita da quella di “integrazione” e, successivamente, di “inclusione”. Col risultato, paradossale ai suoi occhi, che la sinistra “in nome della laïcité, decostruisce il repubblicanesimo e abbraccia il multiculturalismo. E’ una ‘dis-identificazione’”, come ebbe a dire in un colloquio col Foglio nell’ottobre 2013. Da qui l’identità infelice dei francesi (e non solo): infelice perché per inseguire il feticcio del multiculturalismo si è giunti all’odio di sé, delle proprie tradizioni, delle proprie radici. Il che fa tutt’uno con una vera e propria guerra senza quartiere – che sotto la presidenza Hollande ha avuto una spinta degna del più virulento giacobinismo – contro tutto ciò che “puzza” di cattolicesimo.

Era sempre il 2013 quando l’allora ministro dell’Educazione, Vincent Peillon, puntava nientemeno che a mandare in soffitta la chiesa cattolica (vaste programme) a favore di una “religione repubblicana” non meglio precisata. Per non parlare delle iniziative legislative che a vario titolo in questi anni, sulla spinta delle lobby che propugnano l’ideologia gender, hanno impresso una sterzata laicista dichiaratamente anti-cattolica. E dire che solo nel 2007, ma sembra un’era geologica fa, l’allora presidente Sarkozy aveva parlato di una “laicità positiva”, cioè una laicità non ostile alla religione e che anzi considerava “un punto a favore”. Peccato che queste parole siano rimaste pura vox clamantis in deserto, e che la Francia (e in generale tutto o quasi l’occidente) abbia invece imboccato il crinale di un laicismo virulento che nel mentre relega a forza negli spazi angusti della coscienza il fatto cristiano interdicendone ogni presenza pubblica, spiana la strada a chi della laicità non sa che farsene, e che anzi la considera empia in quanto portatrice di nichilismo. E anche quando la realtà bussa violentemente alle porte dell’Europa, come nel caso delle recenti stragi di Parigi e di Bruxelles (ma prima ancora di Londra e Madrid), tale e tanto è il torpore che attanaglia la società che le reazioni, i commenti e le analisi appaiono quasi surreali e in ogni caso tali da dimostrare, caso mai ce ne fosse bisogno, quanto l’occidente sia sottomesso – e perciò stesso islamizzato di fatto, almeno culturalmente – ad un conformismo miope e, appunto, islamicamente corretto. E spiace costatare come in nome di un irenismo non meno miope, anche in ambito cattolico ci si dimentichi spesso, o si faccia finta di non sapere, che un cristiano ha l’obbligo morale di evangelizzare, che è una cosa leggermente diversa dal dialogare. Anche san Francesco, per dire, uno dei santi più amati dai cristiani nonché icona, a seconda delle convenienze, di ambientalisti, animalisti, pacifisti e pauperisti a vario titolo, andò in medioriente a seguito dei crociati per annunciare il Vangelo al sultano, e non lo fece certo per interesse o bassi scopi politici. Ma era un’altra Europa. Che ora non c’è più.

L’Europa di oggi – come è stato ampiamente documentato – è un Europa dove il cristianesimo sta scomparendo sotto i colpi di quella che solo poco più di un decennio fa (era il 2003) san Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Euoropa” definì con profetica lungimiranza “apostasia silenziosa”. Alla radice dello smarrimento, dell’incertezza, del disorientamento di tanti uomini e donne che all’inizio del terzo millennio Wojtyla vedeva emergere con chiarezza, stava il “tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come ‘il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo’, per cui ‘non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana’. La cultura europea dà l’impressione di una ‘apostasia silenziosa’ da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse”.

Era l’affermazione di una nuova antropologia, di una “nuova cultura, in larga parte influenzata dai mass media, dalle caratteristiche e dai contenuti spesso in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana. Di tale cultura fa parte anche un sempre più diffuso agnosticismo religioso, connesso con un più profondo relativismo morale e giuridico, che affonda le sue radici nello smarrimento della verità dell’uomo come fondamento dei diritti inalienabili di ciascuno”. Una lettura, questa del Papa polacco, che lo collegava idealmente a quanto era andato sviluppando due decenni prima Augusto Del Noce. Che in un magistrale articolo del 1984, “La verità e la paura”, aveva messo a fuoco con straordinaria lucidità quello che all’epoca era ancora un fenomeno marginale: “La realtà presente in ragione dell’abbandono dell’una e medesima coscienza morale, manifesta una pluralità contraddittoria di posizioni morali. Allora effettivamente avviene che il criterio della maggioranza si risolve nel dominio degli eterodiretti; di coloro cioè che sono diretti dall’industria culturale, vera scuola d’ignoranza… E l’individuo anziché sentirsi fine, non può sopravvivere se non facendosi mezzo, con l’adeguarsi cioè ai gusti di questa maggioranza o piuttosto dei gruppi che hanno prevalso. Il suo farsi mezzo è obbedire al bisogno dell’autoconservazione, cioè alla paura”.

Tratto comune a Wojtyla e Del Noce è la considerazione che lo smarrimento, o se si vuole la paura che caratterizza l’epoca a cavallo degli ultimi due secoli è che l’“apostasia silenziosa” a livello teologico, a cui corrisponde l’abbandono della metafisica in campo filosofico, ha comportato l’affermazione di un pluralismo culturale e di un relativismo etico che nel mentre esaltano, a livello teorico, il ruolo del singolo, della sua autonomia e della sua libertà, di fatto lo conducono ad omologarsi all’opinione ed ai comportamenti della maggioranza, ciò in cui è da ravvedersi il volto potenzialmente tirannico delle democrazie post moderne. E se per Del Noce la sfida della “società opulenta”, compiutamente nichilista e tecnocratica, poneva l’esigenza della riscoperta (ciò che rapprsentò il suo punto d’approdo) di una “metafisica civile” quale cifra di un pensiero cattolico capace di reggere il confonto con la modernità, per Wojtyla la strada maestra consisteva nel “porre in atto un’articolata azione culturale e missionaria, mostrando con azioni e argomentazioni convincenti come la nuova Europa abbia bisogno di ritrovare le proprie radici ultime”.

Questo nella consapevolezza, da un lato, che la fede cristiana “ha plasmato la cultura del continente e si è intrecciata in modo inestricabile con la sua storia”; dall’altro, che l’esigenza di un nuovo slancio missionario non solo non escludeva ma anzi rendeva necessario il dialogo interreligioso. A patto però di non esercitare il dialogo all’insegna di un indiffererentismo religioso secondo cui una religione vale l’altra, e avendo coscienza – in particolare nel caso dell’islam – del “notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano”. Un’affermazione, sia detto en passant, su cui in primis i cattolici farebbero bene a riflettere. Come pure, vista anche l’attualità del tema e il suo legame con quello del dialogo, su cosa intendeva Wojtyla per “cultura dell’accoglienza” in rapporto al fenomeno dell’immigrazione, che già allora aveva assunto dimensioni importanti. Un fenomeno che non soltanto interpellava la chiesa e la sua capacità di accogliere ogni persona, ma che stimolava “l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile”. In questo contesto, la necessità di “dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana” andava di pari passo con la responsabilità delle autorità preposte di “esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi, e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi”.

Un tratto tipico della visione chassidica dell’uomo è che ogni essere umano è unico e irripetibile, e che è suo preciso compito nella vita dare forma e sostanza a questo unicum, senza cercare di rincorrere o emulare la vita altrui. Un detto rabbinico, attribuito a rabbi Sussja, e riportato da Martin Buber ne “I Racconti dei chassidim”, esprime meglio di tante parole questa visione: “Nel mondo futuro non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato Mosè?’; mi si chiederà invece: ‘Perché non sei stato Sussja?’”. E’ a partire dalla propria identità profonda, dalla radice – potremmo dire – di sé stesso, che ogni uomo può trovare la giusta via in questo mondo per arrivare alla fine dei suoi giorni sazio della vita che ha vissuto. In questo cammino di scoperta del proprio posto nel mondo, un ruolo importante riveste tutto quel tessuto di valori, principi, storia e tradizioni che costituisce, comunitariamente, il patrimonio culturale di una civiltà. Si potrebbe dire, semplificando, che non c’è identità personale senza un’identità comunitaria che la precede. Ma che succede quando quel patrimonio di valori, simboli e consuetudini viene dilapidato in nome e per conto di un relativismo che tutto appiattisce, tutto scolora, tutto neutralizza? Oggi più che mai si sente il bisogno di invertire la rotta, e di andare controcorrente. Che non vuol dire semplicemete opporsi alle mode in un nome di un anti-conformismo spesso e volentieri di maniera; andare controcrrente significa piuttosto risalire il corso del fiume, fino alle sorgenti. Andare controcorrente è tornare alle proprie radici.

di Luca Del Pozzo

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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