Riflessione su una bestemmia: la distanza siderale tra l’umanesimo cristiano e il fondamentalismo islamista

Credo che siano ormai di fronte agli occhi di tutti gli errori strategici e politici dell’Occidente, a partire dalla prima guerra in Iraq, la caduta di Saddam Hussein e Gheddafi e l’assurda situazione in Afghanistan e Siria fino ad arrivare all’atteggiamento di chiusura contro la Russia di Putin.

Sono passate poche ore dalle stragi di Parigi e provo a scrivere, a caldo, alcune riflessioni.

Non sono riflessioni politiche: non ne sono competente in materia, ma credo che siano ormai di fronte agli occhi di tutti gli errori strategici e politici dell’Occidente sin dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, a partire dalla prima guerra in Iraq, la caduta di Saddam Hussein e Gheddafi fatte per “esportare democrazia”, l’assurda situazione in Afghanistan e Siria fino ad arrivare all’atteggiamento di chiusura contro la Russia di Putin.

Abbiamo sbagliato molto come occidentali e i disastri provocati da leader miopi e complici li vediamo ora sotto gli occhi di tutti. Anche la Francia ha contribuito alla sua parte di errori strategici…

Ma io vorrei fare semplicemente una riflessione “teologica”. Siamo giunti all’alba del terzo millennio, nel cuore della civiltà europea e dobbiamo sentire ancora gridare bestemmie come “Allah è grande”, mentre gente incappucciata ammazza la gente come conigli.

Mi domando: quanto cammino deve fare l’Islam per diventare una religione occidentale moderna? Per carità: non voglio fare la facile equazione “musulmano uguale terrorista”, caldeggiata da certi nostri politicanti da strapazzo in queste ore per raccattare qualche voto sull’onda della paura e dell’indignazione. Ma voglio semplicemente riflettere sul retroterra, sul “sottobosco” della fede musulmana dal quale può nascere e trova sponde il fondamentalismo islamista.

La religione musulmana è una cosa seria, ma devo purtroppo prendere atto che è lontana anni luce dall’umanesimo cristiano che abbiamo celebrato nel recente convegno di Firenze.

Anche noi cristiani abbiamo dovuto pagare lo scotto di un fondamentalismo culturale, ma ricordiamoci che le crociate sono state liquidate dalla nostra storia più di ottocento anni fa e fortunatamente noi cristiani abbiamo recuperato terreno, grazie anche alla presa di posizione netta di papi come San Giovanni Paolo II che nel Giubileo del 2000 chiese perdono per gli errori di quella storia passata. Come mai invece l’Islam è così “indietro”?

Credo che il Cristianesimo ha una marcia in più. Esso non mette al centro un libro scritto da uomini o una filosofia, ma mette al centro la carne dell’Uomo-Dio. L’uomo è al centro dell’Umanesimo cristiano: Dio si fa uomo perché l’uomo vivente è il centro del Cosmo e perché l’uomo diventi Dio.

Per incontrare Dio occorre incontrare l’uomo. Non si può schiacciare l’uomo in nome di Dio. Il Beato Paolo VI lo diceva: “la strada di Dio è l’uomo”. Il Dio di Gesù Cristo non ha bisogno della morte delle persone per dire la sua grandezza: il Dio di Gesù Cristo regna invece quando l’uomo in questo mondo riceve dignità, amore, comprensione, pazienza e gratuità.

Domenica prossima celebreremo Cristo Re. Cristo regna sulla storia non come gli pseudo potenti del mondo, ma regna nell’amore e nel servizio. Vuole regnare nel cuore di ogni uomo che apre la mano al fratello e che restituisce dignità all’uomo calpestato, vilipeso, violentato dal male. Per questo l’icona del Dio di Gesù Cristo è la croce.

Come cristiani non dobbiamo avere paura, e i vangeli di questi giorni che accompagnano la fine dell’anno liturgico ce lo dicono. Sono vangeli “escatologici”, che ci richiamano “le cose ultime”.

Leggendoli raccontano di sconvolgimenti della terra e del cielo e questo sembra contribuire ad aumentare la paura che viene dalle immagini che ogni giorno i telegiornali vomitano nelle nostre vite. In realtà quei racconti, scritti in un’epoca di persecuzione della chiesa primitiva, vogliono solo dirci che il Signore non ci abbandona. Che può succedere tutto, ma proprio tutto in questo mondo, ma il Male è già stato sconfitto dalla Croce di Cristo. E’ questa la nostra fede: una visione della storia in cui il Bene, anche se calpestato e deriso, alla fine vince.

Siamo l’unica fede che può testimoniare una resurrezione. Dio che annienta la morte, perché l’ha assunta in sé nell’amore. E allora in queste ore così convulse aumenti il nostro desiderio di pregare. Perché la preghiera cambi il nostro cuore e il cuore di ogni uomo che si è lasciato vincere dal male.

Serviranno passi politici, serviranno forse dolorosi interventi armati per disarmare il nemico e per mettere una pezza (se ancora sarà possibile) agli sbagli politici di questi trent’anni. Ma noi credenti dobbiamo ora usare l’unica arma che ci è concessa dal Signore Gesù: tornare con la nostra vita ai sentimenti di Cristo. Dobbiamo vincere il male con il Bene, già dalle nostre vite.

Cerchiamo di fare lo sforzo culturale di distinguerci come cristiani da ogni retroterra fondamentalista. Siamo più avanti degli altri, cerchiamo di mostrarlo anche in queste settimane non rinunciando a quella razionalità che eventi come quelli che sono successi sembrano mettere da parte.

Rinunciamo a ragionare “con la pancia” e chiediamo ai credenti musulmani di distinguersi con forza da quello che è successo a Parigi. Nessuna complicità, nessun compromesso con chi bestemmia il nome di Dio per i suoi loschi interessi di bottega…

E portiamo il nostro spirito nella preghiera. Una preghiera adulta che chiede a Dio giustizia e grida a Lui con il coraggio di chi non accetta tutto passivamente, ma gli porta il dolore del mondo davanti, perché sia inchiodato alla sua Croce risorta.

Per questo vorrei concludere questa mia riflessione con la preghiera che il Beato Paolo VI, nei giorni bui del terrorismo italiano degli anni ‘70, rivolse a Dio dopo la morte del suo amico onorevole Aldo Moro.

Siano queste parole ferite il metro dei nostri pensieri di questi giorni: un Papa che si arrabbia con Dio per non aver esaudito le sue preghiere, ma nello stesso tempo un Papa che si abbandona fiducioso al Dio dei vivi, una bellissima “resa” di un uomo “resistente” e adulto che si pone di fronte a Dio come uomo e come figlio, sempre e nonostante tutto.

Beato Paolo VI, Preghiera in morte di Aldo Moro, Sabato 13 maggio 1978:

Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.

E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.

Fa’, o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i Defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. Non è vano il programma del nostro essere di redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna! Oh! che la nostra fede pareggi fin d’ora questa promessa realtà. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell’infinito Iddio, noi li rivedremo!

E intanto, o Signore, fa’ che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l’oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo Uomo carissimo e a quelli che hanno subito la medesima sorte crudele; fa’ che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!

Signore, ascoltaci!



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