Ricordando Auschwitz

Poche altre volte nella storia dell’umanità il nome di un luogo è diventato il simbolo di un’epoca e anzi una parola dal significato universalmente noto: il luogo di cui stiamo parlando è Auschwitz. Che ogni anno in questa settimana – in cui cade la Giornata della Memoria dell’Olocausto – ricordiamo in modo speciale ma che […]

Poche altre volte nella storia dell’umanità il nome di un luogo è diventato il simbolo di un’epoca e anzi una parola dal significato universalmente noto: il luogo di cui stiamo parlando è Auschwitz. Che ogni anno in questa settimana – in cui cade la Giornata della Memoria dell’Olocausto – ricordiamo in modo speciale ma che comunque poi praticamente, anche a prescindere dalle diverse commemorazioni in corso, resta viva in ogni altro giorno dell’anno, in Germania soprattutto. Pronunciare il solo nome di quella città in pubblico trasmette infatti oggi immediatamente agli ascoltatori, chiunque essi siano, un insieme ben preciso di significati e messaggi che altrimenti ben difficilmente si potrebbe sintetizzare con altrettanta forza e pregnanza. Dire Auschwitz, in effetti, significa ormai dire ‘barbarie’, ‘catastrofe’, ‘efferatezza satanica’, a ogni latitudine, anche senza bisogno di aggiungere altro. La parola è entrata nel lessico politico più diffuso e anche nel dibattito pubblico popolare proprio ad indicare il Male, quello con la M maiuscola perché uno più malefico non c’è (o non c’è stato, almeno finora). La riflessione intellettuale e culturale che ne è seguita, dal 1945 a oggi, è stata obiettivamente e giustamente enorme. Al centro geografico dell’Europa e al centro della storia europea del ‘900 c’è questo luogo (che poi in quegli anni purtroppo non era nemmeno l’unico, come si sa) che divide in due la nostra memoria recente. Divide nel senso che c’è un ‘prima’ e un ‘dopo’. ‘Dopo’ Auschwitz niente è come prima. Ora, noi veniamo proprio dopo e quindi ci poniamo di fronte a quei fatti almeno con la responsabilità storica di chi li deve elaborare e giudicare trasmettendoli alle generazioni di domani perché non vadano persi come meri fatti di cronaca. Poi però c’è anche un altro aspetto che ci riguarda, ed è quello delle testimonianze dei martiri, alcuni poi canonizzati. Che non furono pochi. Di solito si citano estemporaneamente Santa Teresa Benedetta della Croce (oggi co-patrona d’Europa) e San Massimiliano Kolbe. Ma sempre così, un po’ tra parentesi, come se passassero di lì per caso. Non si dice ad esempio che la carmelitana si trovava lì con la sorella Rosa, nel frattempo pure lei convertitasi, e che con il francescano Massimiliano Kolbe c’erano comunque altri religiosi e religiose. A Dachau, invece, il numero dei preti, soprattutto polacchi, che nel lager trovarono la morte fu ancora maggiore. E poi ci furono certamente anche altre testimonianze eroiche di singole figuri ‘minori’ – nel senso che nel complesso restano meno conosciute – che nella fede e per la fede salvarono diversi ebrei perseguitati o comunque offrirono la loro vita.

Vogliamo insomma dire che, nonostante tutto, molto di quelle pagine resta ancora da scrivere o, almeno, da far leggere. Spesso crediamo di sapere tutto su certi argomenti ma poi facilmente si scopre che non è così. Anche sulla Giornata della Memoria, nonostante gli interventi dei Pontefici, dei Vescovi e numerose iniziative di commemorazione, il popolo cristiano spesso si abbevera a fonti altrui e resta sulle sue, come se il Cristianesimo non c’entrasse nulla e, appunto, Edith Stein o Massimiliano Kolbe – per restare all’esempio di prima – fossero realmente due passanti che si trovavano per caso nel campo di concentramento non si sa bene poi perché. I film o le rappresentazioni teatrali commemorative continuano così a farle gli altri con il risultato paradossale che tu ti trovi a vedere vite di Santi o di Beati totalmente surreali e a volte persino ideologiche in cui di Gesù Cristo non si parla mai e tutto viene ridotto (quando va bene) a messaggio sociale o puramente politico. Sia chiaro, non vogliamo banalizzare niente e nessuno, vogliamo anzi proprio dire che a volte anche dalle nostre parti della Giornata della Memoria se ne parla poco e male. E poi, se proprio si vuole fare un discorso tutto e solo politico, secondo noi almeno bisognerebbe iniziare a dire – cristianamente, secondo la filosofia della storia in cui crediamo – che Auschwitz è anche l’esito ultimo delle premesse di una società completamente intramondana in cui Dio è stato completamente espulso dall’orizzonte pubblico e i limiti della libertà umana sono stati convintamente rimossi, con gli applausi compiacenti di molte autorità democraticamente elette di questo mondo. Ce ne sarebbe insomma abbastanza per ri-parlare a fondo e con serietà di peccato, originale e personale, di strutture di peccato, di coscienza e di dimensione sociale della fede. Insomma, semplicemente per evangelizzare, seminare speranza e dire che la risposta alle grandi domande dell’umanità, metafisiche e financo (in parte) politiche, resta – oggi come ieri – solo Gesù Cristo e il Suo Vangelo eterno. Come ci mostrano appunto in modo stupefacente i santi e i martiri, laici e consacrati, testimoni luminosi perfino nella notte abissale della tragedia umanamente catastrofica, indicibilmente spaventosa e terrificante di Auschwitz. Per alcuni magari questo non vorrà dire molto, ma per un cristiano serio, di nome e di fatto, dovrebbe essere tutto.



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