Renzi, il referendum, gli italiani

Quello al referendum è stato un voto degli italiani, non dei partiti o delle associazioni di categoria. Un voto meditato in proprio e non indotto. Per questo pesa di più.

Il no alla riforma costituzionale ha assunto alla fine un carattere particolare. E’ stato un voto degli italiani più che dei partiti, delle persone più che delle associazioni, gestito in proprio più che indotto. La Confindustria si è ufficialmente pronunciata per il sì, ma gli imprenditori probabilmente no. Cisl e Uil erano per il sì, ma i lavoratori? Anche gli ordini di scuderia dei partiti, sia da una parte che dall’altra, hanno lasciato il tempo che trovano. Si ha l’impressione che i cittadini abbiano votato al di fuori degli ordini di scuderia. Ha contato molto il passa parola, i social network, gli sms, gli incontri serali – anche con poche persone presenti – con questo o quest’altro esperto. E’ stato un voto non tanto partitico quando popolare. E per questo pesa ancora di più. Renzi ha scoperto di avere contro non la Lega o Forza Italia ma gli italiani.

Al contrario, la campagna a favore della riforma si era subito caratterizzata per il suo carattere istituzionale. La contestata lettera agli italiani all’estero, la presenza massiccia del premier ai TG, il sostegno dei grandi quotidiani, la presentazione tendenziosa del quesito referendario da parte delle presentazioni istituzionali, il manifesto firmato dai grandi dello spettacolo, l’appoggio di Obama, Merkel, Junker, il contratto degli statali firmato in fretta, la legge finanziaria con contributi a pioggia, le minacce sui crolli in borsa e sul caos che sarebbe intervenuto … fino al mortale abbraccio finale di Romano Prodi: tutto dava l’impressione della mobilitazione di una grande “casta”, di un sistema. La gente ha pensato bene di fare da sé.

Non però che i votanti non abbiano anche valutato il merito della riforma costituzionale. La gente non è stupida, anche se ragiona col semplice buon senso. La riforma era oggettivamente a dir poco pasticciata. Tutti i principali costituzionalisti – a parte Stefano Ceccanti – l’avevano criticata. Molti si chiedevano come fosse stato possibile che qualcuno l’avesse scritta così, piena di falle e di possibili disfunzioni: una camera federale senza federalismo, consiglieri regionali che fanno anche i senatori, rappresentanti delle regioni in Senato eletti solo come consiglieri e in una ristretta circoscrizione elettorale anziché in tutta la regione, consiglieri eletti senatori che godono dell’immunità mentre gli altri consiglieri no, un articolo 70 sulla potestà legislativa di difficilissima lettura e interpretazione, un Senato che non fa le leggi ma che in certi casi può esaminarle, un eccesso di potere nel governo che avrebbe controllato l’unica Camera con funzione politica … queste cose gli italiani le hanno viste, magari non tutte, ma l’impressione della fretta e dell’improvvisazione si è fatta generale. Una riforma costituzionale non si improvvisa e non si vota per forza e sotto pressione. Non è stato solo un plebiscito contro questo governo, ma anche una valutazione negativa di una riforma alla luce del buon senso.

L’Italia va senz’altro migliorata, ma serve maggiore chiarezza sul cosa e sul come. In questa riforma costituzionale, ambedue le questioni non erano chiare.



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