Radicamento e cronofobia

«È cosa vana distogliersi dal passato per pensare soltanto all’avvenire. È un’illusione pericolosa pensare soltanto che sia possibile. L’opposizione tra avvenire e passato è assurda. Il futuro non ci porta nulla, non ci dà nulla; siamo noi che, per costruirlo, dobbiamo dargli tutto, concedergli persino la nostra vita. Ma per dare bisogna possedere, e noi […]

«È cosa vana distogliersi dal passato per pensare soltanto all’avvenire. È un’illusione pericolosa pensare soltanto che sia possibile. L’opposizione tra avvenire e passato è assurda. Il futuro non ci porta nulla, non ci dà nulla; siamo noi che, per costruirlo, dobbiamo dargli tutto, concedergli persino la nostra vita. Ma per dare bisogna possedere, e noi non possediamo altra vita, altra linfa che i tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati da noi. Fra tutte le esigenze dell’anima umana nessuna è più vitale di quella del passato».

Simone Weil, da “La prima radice” (“L’enracinement”).

 Lo confesso. Mi trovo male nella modernità. Sento, da quando sono nato, un forte disagio e non tanto per i mali quotidiani della vita, ma per la diffusa, petulante ricerca di pose moderne e cambiamenti, imposti alla società da un qualche potere cronofobico, impaurito cioè dal passare del tempo.

La paura consiste nel ritenere antiquata ogni produzione intellettuale o materiale, per via del fatto che lo scorrere del tempo invecchia di colpo ogni cosa e la consegna al passato. C’è un nuovo modo di vestire? Va subito abolito: passa un attimo ed è vecchio. Devo subito affannarmi per crearne un altro. C’è una nuova legge in vigore? Va riformata: è obsoleta e devo sostituirla, senza perdere un secondo. Ci sono nuove idee? Vanno abolite a prescindere e rimpiazzate da nuove, certamente migliori.

È inutile adesso ritornare alle cause di questa schizofrenia, più volte – inutilmente – segnalata: è quella nota spirale hegeliana, che riduce la storia a un’eterna sintesi di vecchie tesi e nuove antitesi; e poi di nuovo, la nuova sintesi si trasforma in vecchia tesi e una nuova antitesi s’affaccia. E così via, in perpetuo.

E invece no. La vita, la giovinezza procede dall’antico. Lo dice la realtà. Con il procedere del tempo il mondo invecchia, l’uomo invecchia. Più elevato si fa il carico degli anni. Nel passato è l’infanzia, l’innocenza. Nel futuro vedo quindi la vecchiaia, che a volte è veneranda senescenza, a volte stoltezza. Io, che morirò giovane, come posso non sentirmi a disagio in una società che s’illude giovane, ma che è vecchia, di vecchi, ancorata al vecchio?

E lo dice, appunto, anche la Weil: «Fra tutte le esigenze dell’anima umana nessuna è più vitale di quella del passato». L’anima, vitale per essenza, privata del passato muore. Essa esiste nel presente, ma con tutto il bagaglio che s’è portata appresso. L’antichità fu per lei una dolce primavera e il futuro è la Parusia del Cristo, eternamente giovane, che dall’alto atemporale – non dal futuro storico – ci renderà la giovane freschezza del vivere.

Eppure, non è nemmeno prudente fare un’apologia delle sole radici. Non ci si può affrancare dalla realtà e la storia è una realtà. Come l’albero è fatto di radici, fusto, foglie, fiori e frutti, così nella storia c’è il passato, il presente, il futuro, le opere buone e il melograno dell’eternità. Assumo dunque l’albero della vita a mio modello e lo associo del tutto alla Santa Croce.



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