Quello che costa niente vale niente

Siamo approdati, anzi, alla fase finale dell’impalpabile, del pensiero inconcludente, che discute per discutere, che ha per mira se stesso e il suo pensare senza scopo, preter-intenzionale, non già oltre l’intenzione, ma al di fuori di un’intenzione che non c’è.

È da un po’ di tempo che Alfonso Berardinelli ha percepito la consistenza contemporanea del Nulla. Chiamato anche Niente o Qualsiasi, il Nulla è il tessuto del mondo in atto, dell’oggi, dell’adesso. Per leggere il Niente o incontrare il Niente basta uscire di casa, comprare un giornale Qualsiasi o incontrare una persona Qualunque. I contenuti sono sempre uguali, si equivalgono, sono riconducibili al Niente che c’è nel Vuoto.
Berardinelli, ultrasettantenne critico letterario e saggista fecondo, comprendeva – ad esempio – che «se la collana di poesie Mondadori chiude è perché non ci sono più poeti pubblicabili» (Il Foglio, 15/07/2015). Parlava, in quell’occasione, del Niente poetico e, più spesso, ha parlato del Niente culturale, sopra cui si stampano e libri su libri, e giornali su giornali.

Berardinelli, di recente, è dunque uscito di casa e ha comprato un giornale qualsiasi (il Corriere della Sera) in un giorno qualunque (il 18 settembre scorso). Aprendo le pagine a caso, è incorso nell’inserto Le Lettere e ha realizzato che, dinnanzi al pensiero politico, scientifico e artistico moderno, non resta che «ridere piangendo» e «piangere ridendo» (Il Foglio, 28/09/2016). Ha letto tre articoli. Ma avrebbero potuto essere altri articoli, scritti per un altro giornale e pubblicati in un qualunque altro giorno dell’anno, tanto i contenuti sono sovrapponibili e inconsistenti.

Siamo approdati, anzi, alla fase finale dell’impalpabile, del pensiero inconcludente, che discute per discutere, che ha per mira se stesso e il suo pensare senza scopo, preter-intenzionale, non già oltre l’intenzione, ma al di fuori di un’intenzione che non c’è. Scoperta tardiva, questa del saggista, che merita un approfondimento. Ambito politico: Berardinelli legge una recensione di Michele Salvati per un libro dell’economista Salvatore Biasco. Due tipi sinistri, nel senso di militanza. Ma cosa dice l’articolo di tanto terribile? Niente, appunto – ed è questo che suscita il riso e il pianto del lettore. Una catena di banalità: la società va male, il riformismo è morto, il modello neoliberale pure. Soluzioni? Ci vorrebbe «un nuovo Keynes». Insomma – scrive Berardinelli – «ben due equilibrati e responsabili scienziati sociali di sinistra non hanno da dirci, per ora, niente di sinistra. Manca loro un nuovo Keynes e di un nuovo Marx sembra decente non parlare».

Ambito scientifico: è la volta del professor Guido Tonelli che, sconfortato dalla crisi della scienza, auspica «un nuovo Einstein». Pure lui non sa che pesci prendere e auspica la venuta di un Salvatore. Non solo, ma ci vorrebbe un nuovo Galileo – dice – un nuovo Newton, nonché una schiera di moderni presocratici, del calibro di Talete, Eraclito e Democrito. Ecco qualche considerazione banale del Tonelli: anche se «la scienza progredisce a ritmo incalzante, i risultati non sembrano granché e certo non rallegrano»; «il vuoto si agita, fluttua ed è tutto è pieno di vibrazioni». Alla seconda affermazione, chiosa Berardinelli: «lo dicono anche gli Hare Krishna». E così via, cose dette e ridette, note e stranote, con il piglio di uno che crede di dirle per la prima volta.

L’ambito artistico, però, è quello che fa più impressione. L’«artista totale» Bob Wilson è intervistato dal critico d’arte Vincenzo Trione. Qua un breve elenco di suggestioni del Wilson: «Tendo ad affrontare un determinato discorso a partire dalla struttura e non dalla narrazione»; «come regista d’opera, il mio obiettivo è sempre quello di fare un lavoro visivo che ti permetta di sentire meglio che se tu avessi gli occhi chiusi»; «traccio il grafico del mio cuore». Non ci avete capito nulla? Nemmeno Berardinelli, che desiste sconsolato: «Qui né riso né pianto. Girarsi dall’altra parte». È invece entusiasta Trione: «Bob Wilson “tradisce ogni genere”, “neutralizza ogni mimesi”, usa “segni referenziali” eppure astrae perché “sente il naturalismo come una menzogna”, si spinge verso “le vette della derealizzazione, dischiude le porte di dimensioni oniriche e visionarie”, “ama simulacri e collage”».
Qua sta il nocciolo del problema. Proprio nella «derealizzazione» che ha ingoiato quasi tutto lo spazio umano. E non ci capiscono più nulla nemmeno coloro che hanno dato ascolto a Nietzsche. Eppure, dice Sergio Quinzio, «il nichilismo l’abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla».



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