Quell’albergo in quel luogo non doveva assolutamente essere costruito

Non chiamatela disgrazia. Allegra omissione di atti importantissimi.

Da una settimana le reti TV traboccano letteralmente di servizi sulla sciagura dell’albergo abruzzese travolto dalla slavina. Sugli schermi si alternano scene strappalacrime, composte immagini di un impegno che ha dell’eroico, dibattiti sulle responsabilità dell’evento.

Fulco Pratesi e i cambiamenti climatici

Come al solito, gli atteggiamenti si dividono tra quanti danno la colpa alla natura e coloro che invece accusano l’uomo. Interrogato in merito, un’icona dell’ambientalismo come Fulco Pratesi non trova di meglio che chiamare in causa i cambiamenti climatici. A parte il fatto che un evento analogo si è registrato nell’area nel lontano 1936, sembra un po’ poco per uno che è stato cacciato a suo tempo dalla presidenza del Parco nazionale d’Abruzzo dalla rivolta degli amministratori locali. I quali non intendevano assolutamente accettare quella disciplina nell’uso dei suoli che discende naturalmente dai vincoli di tutela ambientale. Gli affari sono affari e la speculazione fondiaria fa gola dovunque, specie in zone apparentemente sfruttabili per il turismo.

L’evidente pericolosità del sito

Non meno sconcertante l’atteggiamento dell’ex sindaco di Farindola, quello che aveva autorizzato l’albergo, sia pure a posteriori, sanando un abuso edilizio aggravato dall’occupazione del suolo pubblico (e tutelato). «Se avessi saputo, ecc. ecc.» Eppure, per uno che aveva lavorato nel primitivo edificio poi trasformato in resort di lusso, non poteva risultare ignoto che questo fosse costruito su un conoide di detriti precipitati nel tempo dal canalone “omicida”. Né ciò poteva ignorarlo nella sua successiva veste di sindaco. La pericolosità del sito appare chiaramente dalla mappa regionale dei bacini idrografici redatta già nel 1991 e successivamente assunta nella mappa per il piano di assetto idrogeologico della regione Abruzzo datato 2007, proprio l’anno della ristrutturazione. Stranamente, queste risultanze non sono state però tradotte nel registro delle valanghe previsto dalla Legge 47/1992. Una omissione che perdura tuttora, un quarto di secolo più tardi, e vale per quasi l’intera regione Abruzzo.

Uno scandalo che chiama in causa tanti

In questo contesto di allegra omissione di atti importantissimi, nel 2013 si colloca il rinvio a giudizio di 9 persone (fra le quali il sindaco, 2 assessori e 2 imprenditori). Sulla base di intercettazioni ambientali, si ipotizza il pagamento di mazzette oltre a delle assunzioni pilotate. Nel 2016 si giungerà ad un’assoluzione «perché il fatto non sussiste». Può darsi, ma oggi apprendiamo che tra le vittime c’è il fratello dell’allora sindaco e che il poveretto era il maitre dell’hotel. L’ex amministratore dice: «Non me ne faccio comunque una colpa». Contento lui.

Il processo, iniziato tardivamente (le indagini erano partite nel 2008) porterà comunque alla prescrizione nello stesso 2016, il caso non si può dunque riaprire. Ma il disastro ambientale, conseguente alla costruzione in un sito assolutamente vietato non solo non è prescritto, l’orologio ha appena cominciato a correre. Sarà interessante seguire nel tempo l’evolvere di uno scandalo che chiama in causa tutti i funzionari comunali, provinciali, regionali e interregionali (il parco nazionale) che negli ultimi 10 anni hanno fatto finta di non vedere quello che era sotto gli occhi di tutti. La cosa sarà tanto più interessante se qualcuno vorrà mettere in correlazione l’afferenza politica degli amministratori coinvolti, aggiungendovi magari il livello governativo.

Responsabilità amministrative e politiche

Quanto alle amministrazioni statali, il rimpallo delle responsabilità tra gli enti che avrebbero dovuto attivarsi alla richiesta di aiuto partita dall’albergo è un capitolo altrettanto grottesco, al quale ci auguriamo che la magistratura presti la dovuta attenzione.

Sul piano politico, il quadro si allarga alle responsabilità che gravano sul governo Renzi, al quale dobbiamo, tanto per fare degli esempi, la crisi della Forestale, lo smantellamento delle province (alle quali compete la rete viabile), la destrutturazione della protezione civile e la riduzione di 71 milioni di euro dal suo bilancio, l’accentramento delle decisioni in materia di appalti. Non facciamoci illusioni, l’Abruzzo e le zone terremotate sono solo una istantanea delle condizioni in cui versa il nostro Paese, che di terremoti e nevicate ne dovrà affrontare ancora parecchi in futuro.

Tra i servizi televisivi emerge qua e là, casualmente, la fede della gente abruzzese. Nessuno si è curato di sottolinearlo, in questo Paese che si vanta di non aver bisogno di Dio. Eppure sembrerebbe che dalla preghiera della gente semplice qualche risultato si sia avuto. A buon intenditor…



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