Quel conforto che Caffarra riceveva da Benedetto XVI

Caro direttore, chi ha conosciuto il cardinal Carlo Caffarra e ha goduto della sua compagnia e della sua sapienza, sa di aver avuto un grande privilegio. Ricordo quando lo conobbi per la prima volta, nel 2005. Nello stesso pomeriggio mi furono presentati il cardinal Giacomo Biffi e il cardinal Carlo Caffarra, uno dopo l’altro. In […]

Caro direttore,
chi ha conosciuto il cardinal Carlo Caffarra e ha goduto della sua compagnia e della sua sapienza, sa di aver avuto un grande privilegio. Ricordo quando lo conobbi per la prima volta, nel 2005. Nello stesso pomeriggio mi furono presentati il cardinal Giacomo Biffi e il cardinal Carlo Caffarra, uno dopo l’altro. In quel giorno benedetto ebbi modo di incontrare due giganti della Chiesa, così simili, nell’ortodossia e nell’amore a Cristo, e così diversi, per carattere e metodo.
Con Biffi, che io apprezzavo molto anche per la libertà con cui si era permesso alcune volte di criticare certe scelte o certe affermazioni sulla storia della Chiesa e sull’ecumenismo di Giovanni Paolo II (ricevendo dal papa polacco plausi espliciti per la profondità delle obiezioni) si parlò di storia del Novecento, di calcio e di Meeting di Rimini. Quell’anno, infatti, ero ospite della kermesse ciellina e insieme ad Angelo Vescovi dovevamo trattare del referendum sulla legge 40/2004 e del suo esito. Biffi era un uomo arguto, simpatico, che sapeva affascinare con la sua intelligenza. A Bologna anche personalità della scienza come il geologo cattolico Giambattista Vai e uomini lontani dalla fede, come Umberto Eco, ne parlavano con ammirazione e simpatia.
Come dicevo, dopo Biffi, incontrai Caffarra. Mi colpì il fatto che mentre il primo aveva parlato a lungo, e scherzato, in particolare sull’Inter e la Juventus (essendo lui interista e juventino il sacerdote che mi accompagnava), Caffarra invece ascoltava. Con il suo viso buono, con i suoi modi eleganti, rispettosi, accoglienti. Lui, gigante della bioetica, ascoltato da Giovanni Paolo II più di ogni altro, interpellato dal cardinal Ratzinger, conosciuto nel mondo per i suoi testi, con somma benevolenza ascoltava i miei raccontini di giornalista in erba e per hobby. Se oggi ci penso, mi vergogno, perché quel giorno chi avrebbe dovuto ascoltare, parlava, mentre chi avrebbe dovuto parlare, taceva.
Poi, dopo quel primo incontro, ho rivisto di nuovo il cardinale, sia a causa di amicizie comuni, sia perché era un lettore abituale della mia rubrica del giovedì sul Foglio di Giuliano Ferrara. Una cosetta da ridere, che però lui apprezzava, forse come opera di un giovane limitato, ma volenteroso. Era nel suo stile valorizzare gli altri, e nascondere se stesso.
L’amicizia si è fatta sempre più serrata negli ultimi anni; ci si vedeva, o si parlava, al telefono, della Chiesa, del Sinodo sulla famiglia, dell’attualità… Ero io, come tanti altri, a tempestarlo di domande, per capire.
Ogni sua frase era un tesoro, da tenere stretto, che ridonava luce in mezzo al buio. Caffarra era un uomo totalmente di Dio: non pronunciava parola o giudizio, senza vagliarlo alla luce della fede, della carità, di una visione soprannaturale delle cose. Se occorreva il giudizio, era sempre per il Bene, per la Verità: senza mai un’ombra di fastidio umano e di risentimento.
Un giorno confidò, a me e al comune amico Lorenzo Bertocchi, che durante il Sinodo sulla famiglia appena concluso, dormiva molto male; che soffriva moltissimo nel vedere che qualcuno tentava di buttare al macero Familiaris consortio, Veritatis splendor ed Humanae vitae: “Avrei voluto prendere il treno – ci disse – e scappare a Bologna, lasciando il Sinodo…”.
Lo incalzai chiedendo come fosse possibile che nella Chiesa si discutesse di ciò che non è discutibile (l’indissolubilità matrimoniale) e come si fosse arrivati ad avere cardinali e vescovi favorevoli al matrimonio gay. Era esterrefatto anche lui, ma fiducioso. Ma lei è tranquillo, gli chiesi? “Umanamente no: non vedo una soluzione alla crisi. Dal punto di vista spirituale sono sereno, perché la Chiesa è di Cristo, e Lui non la abbandona”.
Sempre in quell’occasione, ci raccontò che durante il Sinodo aveva chiesto un incontro urgente con Benedetto XVI: “Il suo segretario mi ha detto che era impossibile averlo subito, ma io ho insistito. Poi mi ha detto di sì per il giorno dopo, e ho potuto incontrare Benedetto”.
Immagini il lettore la nostra curiosità: gli chiedemmo subito quale era il parere del pontefice tedesco sulla piega presa sino a quel giorno da parte dei padri sinodali, Kasper in primis. Ma Caffarra si fermò. Aveva un grandissimo pudore, il riserbo che è naturale nei grandi spiriti. Amava parlare nelle conferenze, nelle catechesi, ma sapeva tenere un autocontrollo incredibile nelle altre occasioni. Eppure il suo volto lasciò trapelare quanto bastava a capire che l’incontro con Benedetto gli aveva dato il coraggio per proseguire nella sua battaglia contro i novatori.
Così, dopo i Dubia e tutto quello che è successo in seguito, a me fu sufficiente tirargli fuori, in un’altra occasione, quasi a forza, un’ammissione: Caffarra ha continuato a vedere Benedetto anche dopo i Dubia. E certamente non è stato “redarguito”, anzi!
Quando uscì la notizia dell’udienza negata da Francesco, chiesi a Caffarra come mai il pontefice, che pure non si sottrae né alle telefonate né ai ricevimenti, non avesse ancora incontrato, dopo mesi, 4 cardinali che chiedevano udienza anche a nome di migliaia di sacerdoti e fedeli. Mi sembrava una ben strana mancanza di rispetto. Caffarra mi ricordò soltanto che la Tradizione e la Legge della Chiesa prevedono che i cardinali “non siano solo personaggi che portano le calzette rosse”, ma siano chiamati da Dio ad essere “a fianco del papa”: “Per questo abbiamo agito secondo le leggi della Chiesa, secondo modalità non inventate da noi, ma previste, e aspettiamo…”. Null’altro.
Concludo rammentando la nostra ennesima chiacchierata al telefono, a commento dell’ultima intervista fatta da Scalfari a Bergoglio, e al proposito di quest’ultimo di beatificare Blaise Pascal. Feci notare al cardinale, da amante del filosofo e matematico francese quale sono, che Pascal era stato molto critico verso il lassismo di certi Gesuiti, e aveva criticato la loro smania di stare alle corti dei principi (“Ai re, ai principi, importa essere stimati pietosi; ecco, perchè vengono a confessarsi da voi”, Pensieri, 498); che Pascal aveva ricordato il coraggio di sant’Atanasio (Pensieri 455 e 475), il quale aveva subito la condanna di tutti, papa Liberio compreso, e l’accusa di essere un seminatore di discordia e un presuntuoso; che Pascal ribadiva che nessun papa può distaccarsi da una “santa unione” con il Vangelo e la Tradizione dei suoi predecessori.
Certamente Caffarra conosceva quei passi, e capì che il mio intento era dire che se Francesco elogiava Pascal, grande critico dei Gesuiti e del papa del suo tempo, non avrebbe certo dovuto prendersela per i Dubia.
Sorrise soltanto, ma sono certo che se potesse leggere questo mio ricordo, gli piacerebbe che lo concludessi con questo altro pensiero, pieno di speranza: “Fa piacere trovarsi un un battello (la Chiesa) sballottato dalla burrasca, quando si è sicuri che non perirà”. Non è solo il pensiero 470 di Pascal, ma anche quello del defunto cardinal Caffarra e quello di Benedetto XVI, in occasione dei funerali del cardinal Meisner: “Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita… sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi…”.
di Francesco Agnoli
Fonte: http://www.lanuovabq.it



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