Quattro obiezioni, quattro risposte e una conclusione

Qui di seguito c’è l’anticipazione – gentilmente autorizzata da “L’Homme Nouveau” – di una parte del dossier, nel quale si nota come, per rispondere ai suoi obiettori sulle questioni discusse nel sinodo, il cardinale Sarah debba prima di tutto rinfrescare in essi i dati elementari della dottrina, comprese quelle costituzioni dogmatiche del concilio Vaticano II […]

Qui di seguito c’è l’anticipazione – gentilmente autorizzata da “L’Homme Nouveau” – di una parte del dossier, nel quale si nota come, per rispondere ai suoi obiettori sulle questioni discusse nel sinodo, il cardinale Sarah debba prima di tutto rinfrescare in essi i dati elementari della dottrina, comprese quelle costituzioni dogmatiche del concilio Vaticano II tanto citate ma poco conosciute per quello che dicono davvero.

Il dossier uscirà sulla rivista francese nel numero datato 21 novembre 2015: Eccone dunque un’anticipazione, con titoli redazionali.

1. LA DOTTRINA, VOTIAMOLA A MAGGIORANZA

D. – Secondo uno dei miei obiettori, la Chiesa cattolica “non è solo la gerarchia dei vescovi, compreso quello di Roma, ma è l’insieme dei battezzati. Per dire qual è la ‘posizione della Chiesa’ sarebbe quindi legittimo assumere il parere di questa maggioranza”.

R. – La prima affermazione è esatta. Ma il pensiero dei fedeli non rappresenta la “posizione della Chiesa” se non è esso stesso in accordo con il corpo dei vescovi.

Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, n. 10: “L’ufficio d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo”.

Inoltre, non si tratta di maggioranza, ma di unanimità. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, n. 12:

“La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando, dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici, mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita”.

Infine, questa unanimità è una condizione sufficiente per dichiarare che un’asserzione è nel deposito rivelato di Dio (come nel caso dell’Assunzione di Maria), ma non è una condizione necessaria: può avvenire che il magistero definisca solennemente una dottrina di fede prima che l’unanimità sia raggiunta (come per l’infallibilità pontificia, nel concilio Vaticano I).

2. LA COMUNIONE A TUTTI, SENZA DISCRIMINAZIONI

D. – Secondo un obiettore di cui ammiro la fedeltà nel sacerdozio, migliaia di preti non esitano a dare la comunione a tutti.

R. – Anzitutto notiamo l’assenza di autorità dottrinale di questa miriade di ministri sacri, per altri versi sicuramente rispettabili. Inoltre, checché ne sia dell’autenticità di questa “statistica”, questa posizione mescola, tra le persone che vivono in uno stato notorio e abituale di peccato (ad esempio adulterio e infedeltà permanente al proprio coniuge, furti frequenti e gravi negli affari):

a) un fedele che finalmente si pente con il fermo proposito di evitare di cadere in futuro, riceve quindi la santa assoluzione e di conseguenza può accostarsi alla santa eucaristia, e

b) il fedele che non vuole cessare in futuro dal compiere atti di una colpevolezza oggettiva grave, contraddicendo la Parola di Dio e l’alleanza significata precisamente dall’eucaristia.

Quest’ultimo caso esclude il “fermo proposito” definito dal concilio di Trento come necessario per essere perdonati da Dio. Precisiamo che questo fermo proposito non consiste nel sapere che non si peccherà più, ma nel prendere con la propria volontà la decisione di impiegare i mezzi atti a evitare il peccato. Senza fermo proposito (e salvo un’ignoranza totale non colpevole), un tale cristiano resterebbe in uno stato di peccato mortale e commetterebbe un peccato grave comunicandosi.

Dal momento che nell’ipotesi il suo stato è conosciuto pubblicamente, i ministri della Chiesa, da parte loro, non hanno alcun diritto di dargli la comunione. Se lo fanno, il loro peccato sarà più grave davanti al Signore. Sarebbe inequivocabilmente una complicità e una profanazione premeditata del Santissimo Sacramento del Corpo e del Sangue di Gesù.

3. RISPOSATA E ATTIVA IN PARROCCHIA. PERCHÉ NIENTE COMUNIONE?

D. – Una persona che mi scrive e la cui età ispira il più grande rispetto evoca il caso di una cattolica, divorziata in seguito a violenze coniugali, che vive come “risposata” ma partecipa intensamente alla vita della sua parrocchia. Ciò non dovrebbe incitarci a dare la santa comunione a questa persona?

R. – Riconosco la generosità di cuore soggiacente all’obiezione. Ma questa mescola o dimentica diversi aspetti. Eccoli.

1. Se si subiscono violenze coniugali, si ha il diritto di lasciare il proprio coniuge (Codice di diritto canonico, canone 1153).

2. La Chiesa permette di chiedere con il divorzio gli effetti civili di una separazione legittima (Giovanni Paolo II, 21 gennaio 2002, discorso alla Rota romana). Il semplice divorzio non esclude dai sacramenti.

3. Un coniuge che si abbandona in modo abituale a delle violenze coniugali soffre probabilmente di una malattia psichica, che forse è causa di nullità del suddetto matrimonio fin dall’inizio (Codice di diritto canonico, canone 1095 § 3).

4. Se la Chiesa dichiara la nullità del primo matrimonio, la vittima potrebbe contrarne un altro, posto che vi siano le altre condizioni di questo sacramento.

5. Può capitare che un divorziato, per delle ragioni importanti, per esempio l’educazione di figli, non possa lasciare il suo secondo coniuge. In questo caso, per potere essere assolto e accedere alla santa comunione, la persona deve impegnarsi a non compiere più con questo secondo coniuge gli atti che, secondo la legge divina, sono riservati ai veri sposi (“Familiaris consortio”, n. 84). Ora, l’esperienza di numerose coppie mostra che se ciò spesso è molto difficile, nondimeno è possibile con l’aiuto della grazia di Dio, una direzione spirituale e la pratica frequente del sacramento della riconciliazione. In effetti quest’ultima permette, in caso di cadute, di ripartire più fermamente sulla buona strada, progredendo gradualmente verso la castità.

6. La partecipazione alla vita parrocchiale di un divorziato risposato non ancora pronto a promettere la castità dispone precisamente ad aprire il proprio cuore alla grazia di fare questa promessa necessaria (“Familiaris consortio”, n. 84).

4. LA FAMIGLIA AFRICANA NON È QUELLA CHE CI DITE

D. – Secondo una altro prete che si appoggia alla sua esperienza di missionario “Fidei donum” in Africa, la famiglia africana non corrisponderebbe alla descrizione che ne ho dato.

R. – Io non so di quale paese e diocesi africana parli questo prete. Ma in Africa occidentale, malgrado la presenza massiccia dell’islam, nella pura tradizione dei nostri antenati il matrimonio è monogamico e indissolubile. Ne parlo nel mio libro “Dio o niente”. Ho quindi affermato che “a tutt’oggi, la famiglia in Africa resta stabile, solida, tradizionale”.

Non intendevo in alcun modo dire che la famiglia africana non cristiana sarebbe un modello, poiché essa soffre evidentemente dell’impronta del peccato e conosce anch’essa le sue difficoltà. Intendevo semplicemente dire che nella cultura africana in generale:

1. la famiglia resta fondata su una unione eterosessuale;

2. il matrimonio è visto senza il divorzio, malgrado il paradigma della poligamia simultanea;

3. è aperto alla procreazione;

4. i legami familiari sono visti come sacri.

Non è proprio questo che ha voluto sottolineare il mio corrispondente missionario? (Sottolineo qui la generosità dei “Fidei donum”, cioè dei preti diocesani occidentali che si fanno evangelizzatori volontari in paesi di missione).

D’altra parte, la questione che egli solleva è un altra: è quella dell’eventuale progressività graduale della pastorale dell’evangelizzazione delle famiglie non cristiane, ancora imbevute di deviazioni provocate dal peccato, ma delle quali alcune tradizioni possono essere evangelizzate e servire da punto di partenza per l’annuncio del Cristo.

In ogni caso, se il mio corrispondente sembra implicitamente accusarmi d’aver ridotto “la famiglia africana” a quella che vive l’ideale cristiano, neppure si può ridurla in senso inverso alla tipologia poligama, sia di religione “tradizionale”, sia musulmana.

CONCLUSIONE. IL MAGISTERO DELLA CHIESA, QUESTO SCONOSCIUTO

Per concludere, mi sento ferito nel mio cuore di vescovo, nel constatare una tale incomprensione dell’insegnamento definitivo della Chiesa da parte di confratelli sacerdoti.

Non posso permettermi di immaginare come causa d’una tale confusione altro che l’insufficienza della formazione dei miei confratelli. E in quanto responsabile per tutta la Chiesa latina della disciplina dei sacramenti, sono tenuto in coscienza a ricordare che  il Cristo ha ristabilito il disegno originario del Creatore di un matrimonio monogamico, indissolubile, ordinato al bene degli sposi, come pure alla generazione e all’educazione dei figli. Egli ha inoltre elevato il matrimonio tra battezzati al rango di sacramento, significante l’alleanza di Dio con il suo popolo, proprio come l’eucaristia.

Ciò nonostante, esiste anche un matrimonio che la Chiesa chiama “legittimo”. La dimensione sacra di questo matrimonio “naturale” ne fa un elemento d’attesa del sacramento, a condizione che rispetti l’eterosessualità e la parità dei due sposi quanto ai loro diritti e doveri specifici, e che il consenso non escluda la monogamia, l’indissolubilità, la perpetuità e l’apertura alla vita.

Viceversa, la Chiesa stigmatizza le deformazioni introdotte nell’amore umano: l’omosessualità, la poligamia, il maschilismo, la libera unione, il divorzio, la contraccezione, ecc. In ogni caso, essa non condanna mai le persone. Ma non le lascia nel loro peccato. Come il suo Maestro, ha il coraggio e la carità di dire loro: va e d’ora in poi non peccare più.

La Chiesa non solo accoglie con misericordia, rispetto e delicatezza. Invita fermamente ala conversione. Al suo seguito, io promuovo la misericordia verso i peccatori – lo siamo tutti – ma anche la fermezza di fronte ai peccati incompatibili con l’amore verso Dio, professata con la comunione sacramentale. Non è questo se non imitare l’attitudine del Figlio di Dio che si rivolge alla donna adultera: “Neppure io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11)?

di Robert card. Sarah

Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it



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