Quando il 68 partì dalla sacrestia

Ricordate il film Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone? Un padre, interpretato dal severo Mario Brega, è disperato perché suo figlio, Ruggero, ha da anni interrotto ogni contatto con la famiglia per entrare in una comunità hippie, i Figli dell’amore eterno, a Città della Pieve, in Umbria. Lo ritrova nei pressi di un incrocio […]

Ricordate il film Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone? Un padre, interpretato dal severo Mario Brega, è disperato perché suo figlio, Ruggero, ha da anni interrotto ogni contatto con la famiglia per entrare in una comunità hippie, i Figli dell’amore eterno, a Città della Pieve, in Umbria. Lo ritrova nei pressi di un incrocio stradale a Roma, mentre chiede l’elemosina e pubblicizza la sua setta. Brega convince il ragazzo a tornare per un po’ nella vecchia casa. Ad attenderli nel loro appartamento, vi è una vecchia conoscenza di Ruggero, Don Alfio, che è stato chiamato per persuadere il ragazzo a rimanere in famiglia. Chi, meglio di un prete, può dissipare le nebbie dell’errore? Come afferma Brega, “don Alfio stava qui perché te voleva… te voleva… sta a sentì… te voleva conosce mejo, perché é un grosso studioso di morale, é un grosso filosofo… aòòò… è ‘n omo dè chiesa con dù cosi così, ah Ruggè!”
In perfetto dialetto romanesco, che arricchisce la satira sui cliché della gioventù sessantottarda, si svolge un dialogo per noi rivelatore sulla Chiesa sessantottina. Ruggero racconta i motivi che lo hanno spinto ad entrare nei Figli dell’amore eterno, la vita quotidiana con gli altri adepti e non disdegna di parlare dell’amore libero che si pratica nella setta: “Sì insomma, tutta gente che ha fatto un certo tipo di scelta, no, la scelta dell’amore…[…] l’altra sera, no, c’è venuto spontaneo, cioè, spogliarci completamente nudi, no, ed andarci a buttare nella piscina, no…” Mario Brega, infuriato, esorta veementemente Don Alfio ad intervenire.
Mario Brega : Lo sente, lo sente… Ma lei nun dice niente?
Don Alfio : Scusa Mario, noi ci troviamo qui per ascoltare, valutare con serenità, ma io direi anche con rispetto, perché io nel suo racconto ci trovo anche dei punti di estremo interesse.
Mario Brega : Ma interesse de che? Ma Interesse de cheee… tutti dentro ala piscina con sti cosi de fori! Ma ‘n padre po’ avere n’fijo così… senza ‘na casa, senza ‘na famija… cor ‘e pezze ar culo! Ai semafori a chiedere l’elemosina…
Il sacerdote è molto interessato alla storia di Ruggero e gli chiede maggiori ragguagli sulla vita comunitaria dei Figli dell’amore eterno e sulla filosofia new age e panerotica del gruppo: non ha infatti la minima intenzione di convertire il ragazzo. Addirittura gli chiede se il suo movimento uno di quelli “uno di quei movimenti che fanno capo a quei sacerdoti che ad Assisi hanno…” e qui si ferma perché Ruggero gli spiegherà ogni cosa. È facile capire che Don Alfio si rivolgeva ai tanti cattocomunisti che negli anni sessanta e settanta (o anche prima) sognarono una Chiesa “al passo con i tempi”.
Brega non può far altro che constatare la connivenza tra il prete e suo figlio. Se studiamo con attenzione la storia di quel fatidico 1968, ci accorgeremo che è proprio all’interno della Chiesa Cattolica, nei settori giovanili e maggiormente compromessi con il secolo, che nacque il movimento di protesta italiano. Basta leggere, per esempio, Cantavamo Dio è morto: il ’68 dei cattolici (Piemme, 2008) di Roberto Beretta per comprendere il protagonismo cattolico nei disordini prima e dopo la Grande Contestazione.
Il Concilio Vaticano II fu un momento essenziale. Si riteneva che un rinnovamento profondo del cattolicesimo facilitasse una nuova rievangelizzazione dell’Europa post – cristiana. Invece, si registrò un temibile tracollo. Se era possibile cambiare il Magistero, fin nelle basi, ai cattolici era concesso rivedere tutti gli aspetti della dottrina, dall’etica alla liturgia. Il pontificato si riduceva ad una carica onorifica e l’intera gerarchia veniva esautorata da qualsiasi autorità. Preti e laici, in tutto il mondo, iniziarono a contestare la tradizione cattolica, chiedendo maggiori aperture e il ben noto “ritorno alle origini”. Non si voleva più la Chiesa dei potenti, ma quella dei poveri; si rinunciava alla Chiesa dei valori per quella sentimentale e al posto della sacralità, come ben scrisse Marcello Veneziani, si pretendevano gelati e balocchi: i sessantottardi e i loro eredi non volevano la fantasia al potere?
Senza soffermarci sui vari Don Milani nostrani, possiamo allargare l’orizzonte a tutto il globo: non mancano i casi di preti pubblicamente apostati ed eretici. Ricordiamo il controverso Catechimo Olandese e tutti quei sacerdoti che apertamente o no appoggiarono la Teologia della Liberazione e tutte le compromissioni con il marxismo (Leonardo Boff docet!). In Italia i giovani cattolici, che esigevano una Chiesa più democratica e laica (!), occupavano cattedrali, come avvenne a Parma il 15 settembre 1968, e atenei, come l’Università del Sacro Cuore a Milano, e gridavano per strada il loro sostegno alle politiche laiciste e progressiste. In quegli anni il sacerdote Marco Bisceglia, sospeso a divinis per omosessualità, si avvicinò all’emergente movimento Gay. Enzo Bianchi, dopo aver terminato gli studi, si ritirò in una cascina di Bose, nei pressi di Biella, dove diede vita ad una comunità monastica eterodossa: tutti, protestanti, cattolici o ortodossi, potevano entrare nel monastero.
Queste e altre forme di vita “evangelica”, piuttosto anticonformiste, furono tacitamente approvate dalle gerarchie del postconcilio. Non si deve dimenticare infine che le maggiori critiche all’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI giunsero dall’alto clero: tanti, troppi prelati chiedevano maggiore apertura in campo sessuale. Quando si parla del rapporto tra cattolicesimo e sessantotto non si deve dimenticare che non si trattò di un classico assedio ideologico: coloro che aprirono le porte al nemico erano già all’interno della cittadella.
di Alfredo Incollingo
Fonte: http://www.campariedemaistre.com



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