Quando c’era l’Unione Sovietica

C’era una volta l’Unione Sovietica, e con l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, e con il Patto di Varsavia, il blocco allineato dei cosiddetti Paesi socialisti orientali: un mondo variegato di popoli e nazioni che guardavano a Mosca – almeno, a quella Mosca di allora – come a una sorta di Nuova Gerusalemme celeste e […]

C’era una volta l’Unione Sovietica, e con l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, e con il Patto di Varsavia, il blocco allineato dei cosiddetti Paesi socialisti orientali: un mondo variegato di popoli e nazioni che guardavano a Mosca – almeno, a quella Mosca di allora – come a una sorta di Nuova Gerusalemme celeste e la metafora spirituale qui non è proprio scelta a caso. Nel linguaggio giornalistico, per fare prima, e alla svelta, si preferì invece un’espressione più neutrale e asciutta, presa in prestito dalla geografia elementare, che in breve tempo tuttavia s’impose più o meno sulla bocca di tutti, simpatizzanti e avversari, curiosi e studiosi, scettici e semplici osservatori: era quella ‘l’Europa dell’Est’.  Che poi in effetti era vero, ma anche no, allo stesso tempo. Per esempio, come si sa, faceva parte a pieno titolo dell’Europa dell’Est l’altra sponda dell’Adriatico, con l’ex Jugoslavia e l’Albania in testa. Però, solo a dire ‘Europa dell’Est’ uno con la mente correva già alle immense distese della Russia e ai cosiddetti Paesi ‘satelliti’ più vicini e in fondo anche questo faceva parte dell’alimentazione quotidiana di un vivace immaginario simbolico in cui persino le caricature espressive giocavano un ruolo sociale e politico di primo e, anzi, primissimo piano. In occasione del venticinquesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino su ‘quello che era’ di questo composito e articolato mondo e su quello che fu il suo improvviso e incredibile epilogo è stato organizzato un convegno universitario a più voci di cui ora la Rubbettino pubblica gli atti, tutti interessanti e tutti meritevoli di essere letti (cfr. T. Forcellese, G. Franchi, A. Macchia (a cura di), La fine del comunismo in Europa. Regimi e dissidenze (1956-1989)). Anche perché, diciamoci la verità: per chi non è stato mai coinvolto nelle vicende interne di questo mondo, per l’uomo-medio, come si dice oggi, questo mondo resta – perlopiù – un oggetto misterioso e difficile da ricostruire. Quanti saprebbero dire chi erano i capi di Stato a Praga o a Budapest, per dirne una, in quell’Ottobre 1989? Quanti saprebbero menzionare i nomi degli oppositori? Quanti ancora saprebbero dire qualcosa sulle rispettive Chiese, a cominciare dai nomi dei Primati Arcivescovi? L’impressione è che oggi i più non saprebbero da che parte cominciare, talmente è tanta l’acqua che (sembra) passata sotto i ponti. In realtà era ieri, poco più di vent’anni fa. Eppure si fa fatica a crederci. Se si pensa che c’era gente che faceva ore di fila per comprare un po’ di pane, non sapeva che cosa fossero gli elettrodomestici e non aveva mai visto un televisore a colori. E se oggi tutto ciò ci fa sorridere è perché ne abbiamo dimenticato la dimensione drammaticamente tragica. Intendiamoci, non che quel mondo fosse privo di un certo lato umoristico, anche nel dramma.

Prendiamo l’ultimo discorso di Erich Honecker, ad esempio, l’ultimo capo di governo della Germania Est, la famigerata DDR, quando – per sedare dubbi già serpeggianti in proposito – disse urbi et orbi che il Muro sarebbe rimasto intatto per i secoli a venire, a difesa, vanto e onore della Germania Est. Lo disse pubblicamente davanti a tv e giornali, e la cosa fu trasmessa entusiasticamente a tutta la Nazione, di modo che non potesse passare inosservata. Non si sa quanto ci credesse lui, ma di sicuro ci credeva ciecamente chi lo ascoltava e il bello è che ci credevamo anche noi ad Occidente. Quarantott’ore dopo quelle parole, venne data la prima picconata al muro. Settantadue dopo già non era più intatto. Novantasei dopo, il Muro non c’era praticamente più. Oggi quell’intervista di Honecker è uno dei pezzi più satireggiati in assoluto dai comici tedeschi e non, che fa ridere a crepapelle solo a rivederla. Ma chi allora l’ascoltò non rise per nulla invece, e sul momento ci credette sul serio, come d’altra parte aveva creduto agli ultimi quarant’anni di dichiarazioni governative perché il ‘mondo là di fuori’ letteralmente non esisteva. Gli unici a non crederci si chiamavano Karol Wojtyla, Vaclav Havel, Aleksandr Solzenycin e beh, pochi, pochissimi altri. E’ difficile oggi, appena vent’anni dopo e poco più, raccontare questo mondo a chi non l’ha vissuto dal vivo. Anzi, è come se si fossero capovolte le parti: se si racconta la durissima realtà di allora per come era può capitare di non essere creduti e addirittura di essere presi in giro come se il barzellettiere oggi fosse chi ieri era la vittima e il regime, in fondo, poi, non fosse proprio un vero regime dispotico. Questo è un altro dato che impressiona: a tratti ultimamente si fa largo, soprattutto tra ‘chi non c’era’, cioè le nuove generazioni, oltre ai reduci di quel mondo, uno stato d’animo di vera e propria nostalgia oseremmo dire che – facendo leva sui diffusi mali sociali odierni – come la corruzione politica ed economica, l’affarismo sfrenato, il relativismo morale riscatti, o almeno provi a riscattare, ‘il tempo che fu’ dove – tra l’altro – l’amor di Patria era molto più sentito e tutti dicevano che ‘eravamo molto più forti e rispettati nel mondo’. Ora, è indubbiamente vero che in questi Paesi la transizione da una società chiusa a una società libera non è stata per niente controllata: in brevissimo tempo si è passati così dal televisore in bianco e nero allo schermo tridimensionale, per riprendere l’esempio di prima, senza spiegare né accompagnare in alcun modo il passaggio, lasciando gli individui in balìa di stessi, educativamente parlando. Il tutto in Stati che fino al giorno prima avevano fatto il possibile per indebolire la coscienza e limitare la responsabilità personale perseguitando chi – come le Chiese locali – facevano invece leva proprio sul primato della coscienza – voce nascosta di Dio – per far ri-scoprire l’esistenza di un’anima umana. Però, per amore di verità, per rispetto delle vittime, degli esiliati e degli incarcerati e per molti altri motivi ancora, va detto e ridetto che quei regimi erano proprio dei regimi veri e non delle invenzioni colorite dei nemici stranieri dello Stato per screditarne l’immagine. Che poi ci fosse anche dell’altro può essere ma gli arresti c’erano sul serio, come pure le esecuzioni capitali. E non parliamo delle Messe clandestine. Di notte, di nascosto, in silenzio. Ecco, sarebbe triste, e anzi persino oltraggioso, se tutto questo un domani diventasse non patrimonio della memoria pubblica dei popoli, delle comunità credenti e dei singoli ma roba esclusiva per specialisti universitari di culture slave o ricercatori di mestiere addetti alla storia contemporanea di una parte geografica del Continente. Molto triste, tristissimo.



Un commento su “Quando c’era l’Unione Sovietica

  1. Stefano Di Brazzano ha detto:

    Non desta molta meraviglia il fatto che le giovani generazioni, che non hanno vissuto il comunismo, mostrino nostalgia per esso. Non è esattamente quello che succede nella nostra Trieste, dove da trenta-quarant’anni a questa parte si assiste a un incessante inneggiare a Francesco Giuseppe, Maria Teresa, Elisabetta e via asburgheggiando, mentre fino a quando erano ancora in vita quei triestini che sotto l’Austria avevano vissuto davvero tutta questa nostalgia non esisteva per nulla?

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