Psicanalisi a Trieste

Ritornare alla vita di tutti i giorni, con la differenza che quei giorni non saranno mai più uniformati e pacificati da quel “tutti” che ne addomestica gli snodi, le difficoltà e le incognite. Ritornare mutilati nel corpo, sfigurati nella carne e nell’anima, con la mente devastata come un campo di battaglia dove le bombe e […]

Ritornare alla vita di tutti i giorni, con la differenza che quei giorni non saranno mai più uniformati e pacificati da quel “tutti” che ne addomestica gli snodi, le difficoltà e le incognite. Ritornare mutilati nel corpo, sfigurati nella carne e nell’anima, con la mente devastata come un campo di battaglia dove le bombe e i proiettili non smetteranno mai di esplodere e di dilaniare. Ritornare senza avere più un luogo dove tornare, perché anche la propria casa e la propria terra sono state devastate e distrutte.

È questa la condizione di gran parte dei reduci all’indomani della fine della Grande Guerra. Sabato 6 settembre, al Revoltella, si è tenuto un convegno sul rapporto tra psicoanalisi e nevrosi post-bellica. Un rapporto che non solo illumina le terribili conseguenze del conflitto sulla psiche dei soldati sopravvissuti, ma insieme esplora i meandri di un rivoluzionario approccio allo studio e alla cura delle malattie nervose.

La nascente psicoanalisi, trapiantata a Trieste da Edoardo Weiss, alla fine della guerra assiste ad un vastissimo ampliamento dei suoi campi di studio e di terapia. La svolta è anche nei metodi: all’approccio positivista che considerava anche le affezioni della psiche come effetti di squilibri chimici ed organici, si sostituisce poco a poco una prospettiva più psicologica e culturale. La nevrosi, da questo momento, non va più curata solo con i farmaci — quelli ancora rudimentali del tempo —, ma anche con l’ausilio di terapie verbali che adoperano principalmente la parola come strumento di indagine e di “rilevazione” dei mostri sepolti nell’inconscio, la nuova dimensione interiore scoperta da Freud.

L’intuizione di quest’ultimo è sicuramente grande e sgombera il campo dai tanti abbagli e sviamenti della medicina precedente.

Tuttavia, al di là dello slancio iniziale e della novità, anche la psicoanalisi nella sua successiva evoluzione subisce il destino di tante altre scienze umane, liberando sì la psiche da un esclusivo dominio dello scientismo, ma solo per rinchiuderla in una nuova prigione: l’immanenza che considera lo spazio dell’interiorità come un sistema endogeno chiuso in se stesso, regolato da dinamiche psichiche non molto diverse, per la loro logica freddamente razionale, dalle leggi delle discipline scientifiche. La mente diventa un nuovo organo diviso tra il cervello, base fisica del suo funzionamento, e la psiche, dominio del pensiero e della vita intellettuale rigidamente ripiegati su se stesso. Nella nostra città, faro della nascente psicoanalisi sia per il contributo di Weiss, che conobbe direttamente i metodi di Freud, sia per l’interesse di molti nostri intellettuali, artisti e scrittori (Svevo, Saba, Voghera, tra gli altri), la nuova scienza della psiche non uscirà dall’impostazione “laica” e contingente tipica del nostro retroterra culturale ed estetico. Del resto la psicoanalisi anche altrove patisce il medesimo destino: in fondo non scopre nulla riguardo ai fini e al senso della nostra vita psichica profonda, ma semplicemente ne descrive le leggi, i contenuti e sempre rimanendo all’interno di una visione autonoma e contingente del mondo esteriore e interiore.

Anche se Jung cercherà di riscattare la psicoanalisi dal riduzionismo di Freud per arricchirla di contenuti, simboli e significati tratti dal mito, dalla religione e dagli archetipi, comunque la mente umana rimarrà un sistema chiuso in se stesso, che si interroga e insieme si risponde, secondo le proprie logiche. Non ci sarà spazio per alcuna domanda dell’Altro o sull’Altro, ma solo per la “propria” domanda a cui si cercherà di rispondere in modo autonomo, autoreferenziale, con il solo scopo di adattarsi al mondo così com’è e di accettare le contingenze in cui tutti siamo immersi.

Con Hillmann la psicoanalisi privilegerà gli archetipi, sempre secondo le medesime logiche, trasformando i miti antichi in figure e forze psichiche ancestrali che determinano la salute o la malattia del nostro sistema psichico. Per guarire sarà sufficiente individuare il dio che ci abita e la forza che lo guida, scoprendo il giusto modo di esprimerne le esigenze e le energie.

Con Lacan la psicoanalisi farà un ulteriore passo avanti, individuando nel linguaggio, in particolare la scrittura, il luogo in cui la psiche mette in scena le proprie battaglie, i propri fantasmi e le proprie ossessioni. Sulla scia di Heidegger postulatore del linguaggio quale “casa dell’essere”, Lacan e tutti i suoi discepoli vedono aprirsi uno spazio di indagine ricchissimo, da esplorare con i nuovi strumenti della linguistica, della semiologia e dello strutturalismo.

Notevole il contributo di Julia Kristeva che ha dedicato quattro libri al “genio femminile”, rispettivamente a Santa Teresa, Colette, Hannah Arendt e Melanie Klein. In queste biografie si incontrano tutte le risorse ma anche tutti i limiti di questo nuovo approccio della psicoanalisi: da una parte la valorizzazione della scrittura femminile come spazio dell’estasi e della rivelazione, dall’altra la riduzione della stessa a teatro puramente formale di un’esperienza semplicemente umana e terrena che il linguaggio permette di trasfigurare ed elevare. Così le estasi di Santa Teresa non sarebbero altro che estasi nate, sviluppate e portate a pienezza solo “nella” e “con” la scrittura. Che la scrittura abbia in sé risorse meravigliose, è certo una scoperta magnifica, ma che tutto alla fine sia circoscritto a pura grammatica dei segni e della forma non porta certo lontano! Mancano forse gli interrogativi primi e ultimi: da dove vengono l’Io e l’Es, chi sono veramente e qual è il fine a cui tendono per propria natura?

 

Se si oscurano queste domande, tutta la ricerca finisce per cadere nel vuoto: essa assomiglia allora a quei ruscelli stentati e miseri che si formano nel deserto dopo un acquazzone e che la sabbia riassorbe quasi subito. Un fiume invece, un vero fiume con una sorgente e uno sbocco nel vasto mare, non cessa mai di arricchirsi di acqua nuova e fresca. Se invece lo si chiude con tante dighe e barriere, sottraendolo al suo corso naturale, allora ristagna e si intorbida, fino a prosciugarsi. La stessa sorte tocca alla psiche umana, quando viene chiusa e separata dalla propria sorgente e dal proprio sbocco: si impoverisce, si svuota e alla fine si ammala, a volte proprio a causa della terapia che le aveva promesso il recupero della vita, della pienezza e della salute.



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