Povera festa del papà

Stamattina sono stato in pasticceria per un caffè. Sulla vetrina dei bigné con la crema chantilly c’era il cartello: “19 marzo Festa del Papà”. Sono rimasti gli ultimi, i pasticceri, a credere nella festa del papà. Sarà per vendere i bigné alla crema chantilly, ma comunque è meglio di niente. Mi ricordo che l’anno scorso […]

Stamattina sono stato in pasticceria per un caffè. Sulla vetrina dei bigné con la crema chantilly c’era il cartello: “19 marzo Festa del Papà”. Sono rimasti gli ultimi, i pasticceri, a credere nella festa del papà. Sarà per vendere i bigné alla crema chantilly, ma comunque è meglio di niente.

Mi ricordo che l’anno scorso in una scuola materna romana, le educatrici, sentita la psicologa, avevano deciso di sospendere la festa del papà. Perché c’era una bambina che aveva due mamme. Il tema è assai delicato, anzi drammaticamente delicato. Se una bambina ha due mamme si può festeggiare il papà senza che lei ne risenta? Però se non si festeggia il papà si danneggiano gli altri bambini. E forse anche la bambina con le due mamme. Annullare la festa potrebbe essere una soluzione, ma in questo caso si priva comunque qualcuno di qualcosa che gli è dovuto.

Certo non aiuta a risolvere le cose la decisione del governo francese di abolire la festa del papà in quel Paese. Poveri papà. Cosa hanno fatto di male? E cosa hanno fatto di male i bambini che vorrebbero festeggiare il loro papà. Del resto, così facendo, bisognerebbe abolire tutte le feste, dato che ogni festa festeggia qualcosa o qualcuno e non festeggia qualcos’altro o qualcun altro. Non bisognerebbe festeggiare i santi patroni per rispetto degli atei, la festa della birra per rispetto degli astemi, la festa della porchetta per rispetto dei vegetariani. Anche la festa della mamma dovrebbe essere abolita per rispetto di chi ha due papà? E chi ha due papà sarebbe d’accordo alla festa del papà ma non a quella della mamma? Oppure bisognerebbe festeggiare tutte le feste, le feste di tutti, ma non basterebbero i 365 giorni di un anno per farlo.

E’ meglio che ci teniamo la festa del papà e, senza umiliare nessuno, cerchiamo anche di non umiliare noi stessi.

Il 19 marzo è anche la festa di San Giuseppe. Anche lui era un papà. Anche lui è un po’ dimenticato. Una volta le associazioni cristiane celebravano la festa del lavoro proprio nel giorno di san Giuseppe, che era appunto un lavoratore. Ma ormai non lo fanno più: si sono adattate al primo maggio. Anche questo ha contribuito a far dimenticare un po’ san Giuseppe. E allora mi sono chiesto se l’oblio di San Giuseppe non abbia anche influito sull’oblio della festa del papà. Io credo di sì, perché se si attenua il senso spirituale e trascendente della paternità  finisce che si attenua anche quello umano e sociale. Le feste hanno sempre un’origine religiosa, anche se poi si secolarizzano. Capita, però anche, che secolarizzandosi evaporino e si riducano a poca cosa, fino magari a sparire. Senza San Giuseppe, padre putativo di Gesù, anche la paternità umana si indebolisce e con essa la festa del papà, ormai diventata da pasticceri.



Un commento su “Povera festa del papà

  1. Stefano Di Brazzano ha detto:

    Come spesso accade, se il popolo è smarrito, la causa sta anche nella scarsa chiarezza dei maestri. Non si può non notare il comportamento contraddittorio dell’autorità riguardo alla figura e al culto di san Giuseppe negli ultimi decenni. Queste le tappe:
    – 1955: Pio XX, angustiato dal montare del socialcomunismo, della sua dottrina con il relativo apparato di riti e “liturgie”, agisce in piena continuità con la tradizione della Chiesa, ovvero cristianizzando le feste profane. Istituisce così la festa di san Giuseppe artigiano, da celebrarsi il 1° maggio (giungendo perfino a scalzare la festa dei ss. apostoli Filippo e Giacomo che si celebrava in quel giorno da tempo immemorabile, segno che egli avvertiva la cosa come particolarmente importante) con il massimo grado di solennità (“duplex I classis”, secondo le rubriche di allora), ed essa viene dichiarata per l’Italia festa di precetto.
    – 1960: il b. Giovanni XXIII riforma le rubriche del breviario e del messale: la festa di s. Giuseppe artigiano è confermata tra quelle con il massimo grado di solennità (“festum I classis”).
    – 1962: ancora in piena continuità con il predecessore, il b. Giovanni XXIII ordina che la menzione di s. Giuseppe venga inserita nel canone della messa (modificando un testo rimasto immutato per secoli!)
    – 1969: riforma del calendario in ossequio ai decreti del concilio Vaticano II: la festa di s. Giuseppe artigiano viene declassata al grado minimo di solennità: “memoria ad libitum”, diventa cioè facoltativa, celebrarla o no è lasciato alla discrezione di ogni singolo sacerdote o comunità. In pochi anni “dalle stelle alle stalle”! Come mai? Sbaglia chi è propenso a vedere nella cosa un frutto del consociativismo che segnava in quegli anni la politica in Italia? Sembra quasi che si sia proceduto a una “spartizione” delle feste: questa è nostra, questa invece è vostra. Come se la Chiesa avesse voluto fare ammenda per aver “invaso il campo”, appropriandosi una festa non sua, e volesse perciò ora “restituire a Marx quel che è di Marx”. Naturalmente abolire del tutto la festa sarebbe stato una ritrattazione troppo plateale, per cui si preferì mantenerla nominalmente, ma cancellarla di fatto. E’ l’unica spiegazione plausibile, altre non se ne vedono.
    – 1977: in Italia, saldamente governata da un partito cattolico di massa, si attua la revisione delle giornate festive: la festa di s. Giuseppe il 19 marzo rientra tra le festività soppresse.
    – 2013: papa Francesco ordina che il nome di s. Giuseppe sia inserito in tutte le preghiere eucaristiche del messale. Intervento senz’altro lodevole, ma ahimé tardivo, dopo cinquant’anni di “picconate” al culto del santo.

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