Poteva essere

La 50a edizione della Barcolana poteva essere più grande e spettacolare di quanto è stata? I se e i ma sono leciti perché di Barcolane ce ne saranno tante e ognuna la vogliamo sempre più brillante della precedente in quanto patrimonio della città. Non solo della Società Velica di Barcola e di Grignano e dei […]

La 50a edizione della Barcolana poteva essere più grande e spettacolare di quanto è stata? I se e i ma sono leciti perché di Barcolane ce ne saranno tante e ognuna la vogliamo sempre più brillante della precedente in quanto patrimonio della città. Non solo della Società Velica di Barcola e di Grignano e dei professionisti che vi operano con merito, ma di ogni triestino, proprietario o meno di barca a vela.
Da anni l’evento è anche sportivo: nuove classi di imbarcazioni si affrontano in mare e varie attrazioni a terra recano importanti ricadute economiche. Tutto questo fa bene al mondo della vela che a Trieste ha ruolo, immagine e una serie di attese che vanno ben oltre il vallo del Lisert.
Il cinquantesimo è stato eccezionale: 2600 barche iscritte, sole, mare e vento esemplari. Poi, che delle varie categorie in gara si ricordino solo le più imponenti fa comunque parte del gioco: la gente, si sa, ama quanti vincono in grande. Questo non fa venir meno lo spirito della Barcolana che fu: animi abituati alla nostalgia di qualsiasi tipo e pur che sia, la considerano l’ultima regata prima dell’inverno che conclude le uscite estive e porta molti in mezzo al golfo per mantenere il passo con l’onda, consumare il pranzo al cesto e soprattutto per poter rivendicare il proprio posto al sole.
È un approccio considerevole, ma – per definizione marinara – di piccolo cabotaggio: fossimo un altro pezzo della nostra multiforme regione, noi triestini saremmo riusciti a fare sistema fin dalle primissime edizioni; ma non noi che siamo quelli della scontrosa grazia della quale parlava un poeta spesso dimenticato. Un esempio? Chi del 50° ha voluto buttare in politica un messaggio culturale in formato 70×100, se proprio culturale era, vista la discutibile origine artistica e chi, dall’altra parte, sul versante politico, non ha saputo replicare con sana sferzante ironia.
Ne è nato un caso giornalistico gonfiato dai padroni del vapore. Vapore che poco centra con il mondo della vela.
Ci ha pensato invece la gente a dare senso e valore alla manifestazione: i proprietari di barche, e le decine di migliaia di persone che hanno affollato le rive e la nostra costa, hanno inconsapevolmente fatto presente a noi altri, sempre così abituati ad essere autoreferenziali, le capacità di attrazione che ha quest’angolo di mondo e che se fossimo bravi a fare sistema saremmo imbattibili in ogni campo. Poi la Marina Militare, con l’eleganza senza tempo dell’Amerigo Vespucci e l’Aeronautica Militare, con le iperboli tecnologiche delle Frecce Tricolori ci hanno ricordato che le fortune di Trieste devono sempre essere sostenute da fonti terze.
Dunque non serviva volgere il verso “siamo tutti nella stessa barca” – tipico del pensiero debole e che vuol dire tutto e niente – in uno slogan politico, magari a vantaggio del miglior contraente del mercato. Lanciare un messaggio in mare, dentro una bottiglia svuotata di champagne ghiacciato, non risulta credibile.
Questa è stata l’unica nota stonata. Per il resto meglio di così non poteva andare.
Poteva essere perfetta; chissà, forse lo sarà.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *