Postille a una canonizzazione

Ebbi l’occasione di guardare Giovanni Paolo II – fisicamente – nell’agosto del 1991, a Częstochowa, in Polonia, per la VI Giornata mondiale della gioventù. Ventisettenne, ero partito in pellegrinaggio per cercare moglie, non per vedere l’ormai celebre Pontefice. Non trovai moglie, ma incappai in alcuni fatti che mi turbarono un po’. Papa Wojtyła comparve da […]

Ebbi l’occasione di guardare Giovanni Paolo II – fisicamente – nell’agosto del 1991, a Częstochowa, in Polonia, per la VI Giornata mondiale della gioventù. Ventisettenne, ero partito in pellegrinaggio per cercare moglie, non per vedere l’ormai celebre Pontefice. Non trovai moglie, ma incappai in alcuni fatti che mi turbarono un po’.

Papa Wojtyła comparve da lontano, a ferragosto, sulla spianata del Santuario di Jasna Góra (Clarus Mons – Monte Chiaro) con fare vagamente mosaico, anche per via del tragitto rettilineo in papamobile, per cui si erano formati due grandi assembramenti a destra e a sinistra della vettura, come due muri d’acqua agitata. Nottetempo, assieme ad altri pellegrini, noi italiani c’eravamo sistemati in una delle tendopoli fuori dal centro abitato. All’alba salimmo alla piazza che dava al Santuario, confluendo con la moltitudine sopraggiunta, per la maggior parte, dalla stessa Polonia.

Si era nel Novantuno appunto, ma spirava la cosiddetta «aria dell’Ottantanove», che aveva soffiato sul crollo del comunismo. Quell’esperienza apparve a noi pellegrini di Trieste del tutto sorprendente, per via del fatto che non sapevamo di respirare l’«aria dell’Ottantanove», così come la gente del Sessantanove, forse, non ebbe alcuna percezione di respirare l’«aria del Sessantotto», o la gente del Quarantanove o del Cinquanta l’«aria del Quarantotto» – e così via.

Il giorno prima giungevamo in pullman, attraverso un paesaggio i cui centri abitati erano di frequente caratterizzati da palazzi anneriti dall’incuria, stimolanti come lo può essere un vecchio dormitorio sovietico. E a Częstochowa di casermoni grigi, stile Gomułka, se ne vedevano parecchi. I triestini conoscono per esperienza qualcosa di quell’architettura, per la consuetudine postbellica di recarsi oltre confine, in quella che era la vicina Jugoslavia. Da bambino – anni Settanta – sconfinavo spesso con mia madre o con mio padre, munito di propusnica (lasciapassare), per comprare qualche bistecca o per riempire il serbatoio presso qualche paesetto sloveno. Con un filo di timore guardavo la stella rossa cucita sui berretti dei graniciari titini e sentivo come gli sguardi oppressivi delle guardie alla frontiera ci avrebbero accompagnati per tutto il tragitto.

Ma a Częstochowa non trovammo l’oppressione (se non alla dogana, da parte di un residuato del vecchio regime) ed è questo un primo fatto inaspettato. Trovammo invece bandiere di benvenuto alle finestre e i condòmini che salutavano sorridenti. Ma era un sorriso strano, quasi stupito, sorpreso. Realizzammo cos’era successo solo durante una sosta al bar: dei polacchi si sedettero al nostro tavolo e al momento del commiato intonarono una sorta di lentissimo “valzer delle candele”, salutandoci con l’agitare fazzoletti bianchi. Quest’accoglienza impressionò un po’ tutti e ci chiedemmo se, per caso, non ci avessero scambiati per gli improbabili liberatori.

Liberatori? È strano a dirsi, ma avemmo il sentore di trovarci in una città appena uscita da una guerra. Eravamo però stupiti anche noi, ragazzotti del benessere e più avvezzi alle romanticherie donchisciottesche, di doverci confrontare, nella nostra ingenuità, con il totalitarismo. E nelle vie affollate vedemmo per la prima volta le bancarelle cariche di ogni sorta di cimeli, appartenuti a chi quella guerra l’aveva persa: falci e martelli, stelle rosse, spille smaltate, stendardi russi di propaganda, divise. Oggetti ben comuni, oggi, ai quali nessuno presta più attenzione. Ma allora, appena l’anno successivo alle dimissioni di Jaruzelski e all’elezione presidenziale di Lech Wałęsa, trovare in Polonia una stella rossa, pronta per il museo, era qualcosa d’inaudito. E ce ne accorgemmo presto, per quel poco che rimanemmo nel Paese.

Non che il liberatore fosse Giovanni Paolo II o, almeno, non l’unico. Ma quel giorno di ferragosto fu chiaro a tutti che Papa Wojtyła era il portavoce di un qualcosa che riconduceva al Cielo, al Cristo che adorava e alla Madonna che venerava. Era abbastanza chiaro che la Matka Boska, la Vergine nera di Jasna Góra, ci avesse tutti convocati con motivazioni geometricamente opposte a quelle sessantottine di Woodstock o dei raduni arcobaleno. Insomma, il neo Santo Giovanni Paolo II c’entrava molto con il crollo del comunismo, con Dio e con la Beata Vergine Maria. E, per questo, la folla lo salutò come un liberatore della Polonia. A Częstochowa ho visto anche nascere la moda di conservare l’aria in appositi barattolini metallici: sulle bancarelle era possibile comprare materialmente l’«aria dell’Ottantanove». E l’acquistai, perché quell’aria, nella circostanza che vivemmo, un senso l’acquistava.

Non però il senso che le dettero in futuro. La caduta del comunismo in Polonia, a Berlino e in Urss si trasformò curiosamente in una generica festa della libertà. Il Beato don Jerzy Popieluszko, ucciso da tre funzionari del Ministero dell’interno e gli altri cento e otto martiri polacchi – trucidati dal regime e beatificati proprio da San Karol Wojtyła nel 1999 – avrebbero avuto qualcosa da ridire.



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