Mons. Guido Pozzo celebra il pontificale a Trieste

È ritornato nella “sua” Trieste, per un fugace ma intenso momento. Ha varcato le soglie di San Giusto tra due ali di canonici e seminaristi. Ha benedetto, incedendo nella navata centrale della Cattedrale, i fedeli e le autorità civili e militari che lo attendevano, mentre la Cappella Civica intonava l’appropriata antifona dell’Ecce sacerdos magnus. Così […]

È ritornato nella “sua” Trieste, per un fugace ma intenso momento. Ha varcato le soglie di San Giusto tra due ali di canonici e seminaristi. Ha benedetto, incedendo nella navata centrale della Cattedrale, i fedeli e le autorità civili e militari che lo attendevano, mentre la Cappella Civica intonava l’appropriata antifona dell’Ecce sacerdos magnus.

Così il triestino mons. Guido Pozzo, elevato da poco alla dignità episcopale da Benedetto XVI, ha fatto il suo ingresso per la celebrazione del Pontificale, da lui presieduto, domenica 16 dicembre, alla presenza dell’Arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi, del Vescovo emerito, mons. Eugenio Ravignani, dei Vicari episcopali e dei sacerdoti concelebranti.

Mons. Pozzo, ora Elemosiniere pontificio, infatti, trae i suoi natali e i suoi legami dalla Chiesa di Trieste. Per nascita e per ordinazione sacerdotale. Dopo i primi anni di ministero presbiterale nella parrocchia di Santa Teresa di Gesù Bambino, di docente in seminario e al liceo Oberdan, viene chiamato al servizio della Sede Apostolica. Il suo nuovo ufficio, che lo vedrà impegnato per venticinque anni, è di alta responsabilità: dapprima alla Congregazione per la dottrina della fede, a fianco dell’allora Prefetto card. J. Ratzinger, e, successivamente, alla Commissione Ecclesia Dei.

È lo stesso mons. Crepaldi a ricordarlo ai presenti nel saluto rivolto a mons. Pozzo. Incarichi «delicati» e contraddistintiti dal senso di «verità, unità, carità», perché – ha affermato l’Arcivescovo – «sono queste le grandi parole cristiane che hanno segnato in maniera determinante la sua vita sacerdotale prima ed episcopale ora».

Nonostante l’inesorabile trascorrere del tempo e la materiale lontananza, mons. Pozzo ha conservato integro il vincolo con la Diocesi e la città. È lui stesso ad avvalorarlo, sulla scia dei ricordi e della riconoscenza verso i Vescovi che hanno costellato la sua esistenza.

Tre figure rilevanti si sono intersecate con la sua: mons. Eugenio Ravignani, in veste di insegnante di religione al liceo Petrarca e che «ha visto fiorire» la sua «chiamata al sacerdozio», mons. Antonio Santin, «maestro ed esempio luminoso di sacerdote e di vescovo» e mons. Lorenzo Bellomi con cui ha collaborato, «fruttuosamente nei primi anni» del suo ministero. «Il legame profondo con Trieste l’ho voluto, per così dire, sigillare, – ha proseguito mons. Pozzo – ponendo nel mio stemma episcopale l’immagine della lancia dell’alabarda, che è il simbolo di Trieste».

Nella felice circostanza della terza domenica di avvento, comunemente nota come domenica Gaudete, la liturgia della Chiesa è pervasa dal monito apostolico a saper «gioire nel Signore». È su questo punto che l’Elemosiniere di Sua Santità ha incentrato una magistrale riflessione. La gioia cristiana non ha una caratteristica «soggettiva, di tipo puramente sentimentale» legata ai «propri impulsi affettivi» o alla «natura umana, che è variabile, precaria». Questa gioia, al contrario, ha una natura «oggettiva», in quanto si fonda su «un’azione di Dio che è destinata a rimanere stabile» – ha spiegato mons. Pozzo – poiché «solo l’attesa di un bene è generatore di gioia viva».

Questa prospettiva teologica permette il superamento delle errate interpretazioni contemporanee che considerano il cristianesimo come una sorta di «ostacolo alla gioia, perché vedono in esso soprattutto un insieme di precetti, di regole e di divieti». Una retta comprensione della gioia cristiana si riverbera anche nell’atto di fede personale, perché, come insegna Benedetto XVI, «esige sempre di essere inserito nel più grande noi crediamo, cioè nella fede della Chiesa apostolica».

A tale riguardo, mons. Pozzo, ha esplicitato al meglio il magistero pontificio circa il senso di appartenenza alla Chiesa: «La comunità cristiana non è una comunità che ha origine dal basso; essere Chiesa significa far parte del Corpo di Cristo, organicamente strutturato, in cui ciascun membro ha il suo compito e i suoi doni, ma tutti i membri devono esercitare la missione ricevuta da Cristo in comunione tra loro e con il Capo che è Cristo, reso visibile da chi ha ricevuto, con il sacramento dell’ordine sacro, il compito di guidare e reggere il popolo cristiano».

Alla conclusione del solenne Pontificale, mons. Crepaldi ha presentato in dono a mons. Pozzo la copia, in stampa anastatica, del Breviario quattrocentesco Tergestino-Aquileiese e una croce pettorale, opera dell’orafo del Papa, raffigurante il Crocifisso dei Battuti, conservato nel tesoro della Cattedrale.



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