Pino Giuffrida: la sfida dell’esistenzialismo

Prima ancora di scorrere l’intera serie dei dipinti di Pino Giuffrida – esposti alla Sala comunale d’arte di piazza Unità fino al 27 luglio — un solo colpo d’occhio mi ha fatto balenare in mente il titolo di un libro e il nome del suo autore: “La nausea”, celebre romanzo del filosofo esistenzialista francese Jean […]

Prima ancora di scorrere l’intera serie dei dipinti di Pino Giuffrida – esposti alla Sala comunale d’arte di piazza Unità fino al 27 luglio — un solo colpo d’occhio mi ha fatto balenare in mente il titolo di un libro e il nome del suo autore: “La nausea”, celebre romanzo del filosofo esistenzialista francese Jean Paul Sartre. La visione di ogni singolo quadro mi ha poi confermato questa iniziale intuizione, corroborata definitivamente da qualche scambio di battute con l’artista stesso alla fine della mia visita.

Costruite con dense e corpose pennellate di un incarnato acceso, su sfondi di colori cupi e grevi, le figure sono tutte variazioni di una stessa angosciante inquietudine: la materia nuda, colta nella sua inerte pesantezza, schiacciata al suolo da un cielo vuoto e triste. Il teatro in cui questi corpi informi, di cui si indovina appena la fisionomia umana, è sempre uno spazio rigidamente geometrico, suddiviso in blocchi che assomigliano a dei natanti alla deriva nell’oceano del nulla.

È la stessa visione della vita, dell’uomo e dell’universo che ritroviamo nella pagine della “Nausea”: materia bruta, scagliata non si sa da chi e per quale ragione su quel grumo di fango e male che è la terra, sospinta da una forza cieca e brutale che la obbliga ad esistere e a sopravvivere alla propria stessa inutilità. Corpi senza volto, pieghe di carne lumeggiata con i foschi riflessi di un fuoco interiore. Un fuoco che non è mai espressione sensibile di un principio spirituale che arde e fa vivere, ma di un fortuito impulso ad esistere, frutto del caso. L’uomo, privato di ogni visione che lo superi, davvero si riduce a un grumo di materia deragliata che scivola di abisso in abisso fino all’estinzione. Una visione tragica, senza luce, senza speranza, senza via di uscita.

Ed è veramente bravo Giuffrida a tradurre in disegno, colore e volume questa percezione tremenda del vivere e del non-essere. La nostra epoca è figlia di siffatta madre snaturata e crudele. È l’uomo che ha ridotto, con la sua opera di distruzione di ogni trascendenza e fede, la causa di tutto ciò che esiste ed è nel cosmo a questa genitrice vorace e spietata. Corpi piegati e sofferenti, senza occhi né lineamenti, riavvolti su se stessi in fasce infiammate e urlanti di carne dolorante: questo è l’uomo senza Dio. O meglio, ciò che l’uomo senza Dio sente e pensa riguardo a se stesso.

L’arte, anche quando rappresenta i deserti e i naufragi dell’uomo ateo e disperato, rimane fedele alla propria vocazione: rivelare l’uomo a se stesso, fargli conoscere ciò che è, può essere o può diventare, a seconda delle scelte della sua libertà. Dai miei studi umanistici e filosofici, che per anni mi hanno fatto camminare nei tanti mondi speculativi e accademici senza spiragli — il dramma del sapere universitario, ormai dominio di visioni mutile e mancanti, senza più alcun palpito spirituale e finalistico —, ho imparato che certo sapere oggi imperante è stato mutilato e sfigurato. I baroni del sapere, fedeli alla nouvelle vague del frammento e del nulla, dell’uomo per l’uomo, della morte di Dio e della sovranità del caso, hanno distrutto la ragione stessa del sapere: contribuire ad elevare l’uomo alla propria vera statura spirituale, a risvegliare le sue migliori facoltà interiori.

Un’arte, come quella di Giuffrida, che mostra senza filtri e trasfigurazioni la condizione umana senza Dio in tutta la sua brutalità, ha ancora la sua ragione di essere: essa ci porta al fondo dell’abisso di un mondo senza più orizzonti, punti cardinali e riferimenti celesti. L’impatto violento con questa visione può risvegliarci e forse farci anche levare gli occhi verso l’alto. Un gesto sempre più raro e che tanto, tanto male ci ha procurato!



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