Pesce d’aprile a Trieste. Arcigay e Arcilesbica impongono corsi obbligatori nei licei

Rilanciamo l’articolo pubblicato oggi su www.lanuovabq.it a proposito dello sperimentalismo obbligatorio in materia di educazione gender nei licei triestini.

Pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana (www.lanuovabq.it) l’8 aprile 2016. Nel numero odierno di Vita Nuova in edicola due pagine intere sull’argomento.

Il giorno 1 aprile è accaduta a Trieste una cosa che desta preoccupazione. Arcigay e Acrilesbica hanno indetto presso il liceo Petrarca una riunione per genitori e insegnanti per illustrare il loro progetto “A scuola per conoscerci”, finanziato dalla Regione nell’ambito delle direttive ministeriali per la cosiddetta lotta alla discriminazione sulla base degli orientamenti sesuali e di genere. All’incontro erano presenti formatori di Area Arcigay, esponenti delle istituzioni come l’assessore regionale Loredana Paraniti, alcuni giovani volontari aderenti all’Arcigay che porteranno nelle aule la loro testimonianza, oltre naturalmente al responsabile educativo del progetto Davide Zotti.

Perché il fatto desta preoccupazione? La cosa inaccettabile è che quel corso si tiene al mattino, al posto delle ore di storia o di latino, ed è obbligatorio. Alcuni genitori hanno presentato richiesta di esonero che è stata loro rifiutata. Unico modo di uscirne per le famiglie è tenere i figli a casa. Ma la scuola non dovrebbe essere di tutti? E il giovane costretto a rimanere a casa dalle lezioni non è proprio lui il discriminato?

Ma i genitori si stanno muovendo. Il sito del settimanale diocesano Vita Nuova (www.vitanuovatrieste,it) ha già pubblicato due lettere – tra le altre – di genitori che dicono di essersi sentiti tagliati fuori, che alle istituzioni della famiglia non importa niente e che è in atto una forma di sistema totalitario. Uno, in particolare, ha descritto come si è svolta la riunione del 1 aprile, riferendo che sono stati forniti dati assurdi e impossibili sul fenomeno del bullismo omofobico, di cui però nessun relatore ha saputo citare un solo caso concreto. Gli stessi quattro giovani volontari, dichiaratisi gay e che secondo il progetto dovrebbero andare a portare la loro testimonianza nelle classi, non hanno detto di aver subito affronto a sfondo omofobo alcuno.

Ma cosa è il progetto “A scuola per conoscerci”? E’ un progetto improntato all’ideologia del gender ed omosessualista. Nel capitolo del progetto dal titolo “I percorsi didattico formativi rivolti agli studenti” si dice che non è l’identità a dover orientare i nostri “atti performativi”, ossia le nostre azioni verso gli altri, ma al contrario sono i comportamenti a fare la nostra identità. Si aggiunge che ossi si “insegnano modelli normativi esclusivi e inconciliabili con altri esistenti e altrettanto plausibili” e che oggi si insegna a “rappresentarsi la società in una struttura gerarchica dove l’eterosessualità avrebbe una posizione di assoluto privilegio solo perché maggioritaria e storicamente avvantaggiata”. Si tratta di affermazioni tipiche della cultura gender: si è ciò che si fa e si fa ciò che ci si sente, vengono imposti modelli identitari come se fossero assoluti ed invece sono solo di maggioranza, non esiste una natura ma solo una storia.

Sempre nel testo del progetto si legge una visione militante della scuola: «La scuola, sul piano educativo, può essere invece volano di inclusione e riconoscimento, aperta alle trasformazioni sociali, luogo fondamentale in cui ognuno e ognuna abbia la possibilità di pensare e costruire liberamente la propria identità». La scuola non deve educare ad un unico modello di identità sessuale, ma essere luogo di trasformazione delle identità. Se negli anni Settanta alla scuola si assegnava un compito di trasformazione sociale di tipo marxista, oggi la si vuole impegnata nel campo della rieducazione sessuale. Una nuova forma di militanza per “l’uomo nuovo” che certamente non può essere accolta nella scuola pubblica.

Quindi in questo progetto si dirà che gli orientamenti sessuali sono molti, almeno tre: eterosessualità, omosessualità e bisessualità, che sono tutti normali e che tutti meritano una adeguata formazione affettiva e per garantire maggiore efficacia al messaggio alcuni ragazzi volontari aderenti ad Arcigay e Arcilesbica, “debitamente formati”, andranno nelle classi a parlare di omosessualità, ben sapendo gli organizzatori che l’esempio dei pari è senz’altro più efficace di qualsiasi discorso.

Dal punto di vista politico ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che il Ministro Giannini, nell’estate del 2015, pur negando che il gender fosse presente nelle scuole italiane, aveva garantito che comunque per i corsi extracurricolari su tematiche legate all’affettività e alla sessualità sarebbe stato richiesto il consenso informato dei genitori. Perché a Trieste questo non si fa? Perché l’Ufficio scolastico regionale ha stabilito che quando uno di questi corsi si fa al mattino, diventa curricolare e quindi obbligatorio. In altri termini i formatori Arcigay e Arcilesbica, compresi i giovani volontari, durante le ore del corso sono di fatto equiparati ai docenti ordinari. Non solo si ritiene costoro incapaci di educare al rispetto reciproco i loro studenti, ma li si sostituisce con formatori con un preciso copyright culturale alle spalle.

La seconda questione politica è che a Trieste quasi nessun personaggio politico denuncia e si muove. Siamo in campagna elettorale per le comunali. Anche i genitori che hanno i figli nei licei interessati a questi esperimenti votano. Eppure i politici non si immischiano in queste cose. Le uniche realtà che danno voce al disagio sono i gruppi di insegnanti e di genitori che, con fatica, si stanno organizzando e la cui voce viene diffusa, nel silenzio mediatico generale, dal settimanale diocesano, fortemente impegnato su questo fronte.



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