Personale di Nadja Moncheri

Rilke, nelle sue “Elegie duinesi”, lamenta spesso la degradazione dello spazio naturale stravolto dall’opera e dalla tecnica dell’uomo. Rimangono solo le vestigia dei tempi antichi, con le loro cattedrali e i loro palazzi, a rammentare la sacralità della vita e dell’uomo, all’interno di un paesaggio trasfigurato e non ancora imbruttito dalla presenza umana. La personale […]

Rilke, nelle sue “Elegie duinesi”, lamenta spesso la degradazione dello spazio naturale stravolto dall’opera e dalla tecnica dell’uomo. Rimangono solo le vestigia dei tempi antichi, con le loro cattedrali e i loro palazzi, a rammentare la sacralità della vita e dell’uomo, all’interno di un paesaggio trasfigurato e non ancora imbruttito dalla presenza umana. La personale di Nadja Monchieri “… ed infine la terra”, allestita presso la Sala comunale d’Arte di piazza dell’Unità 4 (aperta fino al 24 agosto, tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20), nasce dalla percezione di questa stessa nostalgia declinata però in una forma ancora più accentuata: con i suoi colori, le sue sfumature, i suoi rilievi cosparsi di polvere di marmo, l’artista ritorna ai primordi del mondo quando tutto era ancora insieme commisto e la natura doveva ancora attraversare le diverse fasi della sua formazione.

Gli elementi appaiono ora isolati, come in “Mare”, limpida distesa di azzurro terso solcato da creste spumose, ora commisti come in “Mare Nero” dove è la notte a dominare coprendo il riflesso chiaro delle acque. Tutto principia dalla sfera rosso fuoco che pulsa di misteriosa energia, “Big Bang”, magma di fiamme vibranti che trattengono ancora in sé le infinite possibilità della vita. Le “Metamorfosi delle pietre” possiedono una vitalità straordinaria: attraverso chiazze grigio-nere in rilievo, che riproducono l’aspra ruvidezza della roccia, possiamo immaginare il palpito della materia non ancora rappresa e raffreddata.

L’immaginazione allora gioca a costruire paesaggi possibili, come in “Paesaggio visionario”, una distesa morbida di colore avorio, che replica una fantastica linfa primordiale simile ad una lattescente ambrosia celeste. Vi si respira un senso di libertà, di pienezza e di pace. E’ la natura ancora intatta, pulsante di una vita ardente e bella, lontano da ogni violenza e sopraffazione umana. In “Visione campestre” le più diverse sfumature della terra – ocra, giallo-oro, marrone e verde muschio – si condensano in una sorta di antro protetto ed ombroso. Segue lo slancio purificato e lucente di “Hymalaia”, paesaggio di calcare dilavato da scroscianti acque ancestrali, solido ed etereo al contempo, con tocchi in rilievo che ricordano delle figure in fuga. La “Visione area” si spalanca su una distesa verde acqua in cui vanno ad incunearsi, come punte smaltate di una lancia, delle linee geometriche, che traducono spazialmente l’impressione di un volo, di un innalzamento al di sopra degli elementi, nel tempo fuori dal tempo del mondo non ancora abitato. Poi il sole di “Tramonto”, colata di rossi sgargianti che sembrano fuoriuscire dalla tela, pare riportare sul magma confuso e febbrile della materia in formazione il ritmo pacato e regolare dei giorni, delle stagioni, delle ere.

Ripercorrendo la sequenza di dipinti che narrano il ciclo della creazione delle cose e degli elementi, prima della comparsa dell’uomo, si arriva “… infine alla terra”, ancora stillante giovinezza e freschezza, come il globo infuocato da cui tutto è stato tratto e modellato. Tra il fragore delle acque, i boati delle metamorfosi delle rocce e delle sabbie incandescenti, si avverte un profondo silenzio. Ognuno può dargli il nome che meglio gli si addice. L’Eden ritrovato? O il palpito sommesso del futuro giardino?



Un commento su “Personale di Nadja Moncheri

  1. Nadja ha detto:

    Ringrazio sentitamente, per la bellissima recensione in merito alla mia mostra …ed in fine la terra.
    la giornalista Alessandra Scarino.
    Spero, sentirla presto.

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