Perché mai San Francesco avrebbe dovuto camminare alla cieca?

Per San Francesco il vero pericolo non sono i populismi ma perdere la vita eterna. Egli era homo viator e peregrinus ma sapeva dove doveva andare. Note a margine del “Cortile di Francesco” ad Assisi.

Si è aperta ad Assisi l’edizione 2017 de “Il Cortile di Francesco”, una sorta di “Cattedra dei non credenti”, nato come «luogo di incontro – attraverso la scoperta dell’altro – non solo tra credenti e non, ma anche tra fedi e culture diverse». Così lo presenta padre Enzo Fortunato, Coordinatore dell’evento. Molti gli invitati, per discutere attorno al tema “Cammino. Dialogo tra credenti e non credenti”.

Non è il titolo a fare problema: il frate francescano è in fondo un itinerante, un peregrinus, che dalla città dell’uomo si dirige verso la città di Dio. Non sarebbe un problema, a certe condizioni, la scelta degli invitati, che in un dialogo tra credenti e non-credenti, tra anticonformisti e conformisti, ci possono pure stare: Oliviero Toscani, Gabriele Lavia, Romano Prodi, Carlo De Benedetti, Valeria Fedeli, Umberto Galimberti e altri. Si tratta dell’italica intellighenzia che conta nei media, allineati al mainstream ufficiale. E qua s’intravvede un’ombra.

Il problema però sta soprattutto nelle parole degli organizzatori. Il Cardinale Gianfranco Ravasi prospetta un “Cammino” fine a se stesso e fa parlare Montaigne: «A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, rispondo che so bene quello che sfuggo, ma non quello che cerco».
Dovrebbe, invece, essere ben chiaro cosa cerca il pellegrino cristiano. Il penitente, il seguace di Gesù, cerca appunto la città di Dio. Non dichiarare il fine della ricerca, potrebbe indurre a pensare che si vuole nascondere o negare la propria identità, la propria appartenenza. E che dialogo ci potrebbe essere – lo si è detto più volte qua su Vita Nuova – senza avere ben chiara e senza dichiarare apertamente la propria appartenenza?

Tanto più che il Card. Ravasi afferma che, in quanto «credenti e non credenti», siamo «insieme invitati a interrogarci sul senso del nostro cammino». Ma il senso del cammino cristiano è ben conosciuto: la gloria a Dio, la salvezza della propria anima, la verità, l’amore, l’itinerario bonaventuriano della mente in Dio. Non è facoltativo il dichiararlo.
Singolare è anche la conclusione: «I percorsi sono diversi […]. Importante è non sedersi ai bordi del sentiero, inerti e scoraggiati, ma continuare la ricerca di una meta perché, come già insegnava il Socrate di Platone, “una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”». E, in effetti, l’ateo o l’agnostico cercano una meta che non hanno conosciuto. Non però il credente, che deve avere ben chiara la meta ed è tenuto a testimoniarla, poiché l’ha conosciuta. Non è tanto importante il camminare in sé, ma l’imbocco della via giusta e l’abbandono della via perduta.

Più conforme a San Francesco è la presentazione dell’evento che ne fa padre Mauro Gambetti, Custode del sacro Convento di Assisi. L’uomo – scrive – è «homo viator» (pellegrino), mosso e attratto dal Vangelo, che è «l’amore più grande di ogni altro amore». E aggiunge che l’«itinerare» costituisce «una provocazione alla ricerca della verità». Meno chiara è l’affermazione di padre Gambetti, secondo cui il “Cammino” si «struttura mediante l’apporto di differenti prospettive, attraverso la confluenza di esperienze dissimili e grazie all’accoglienza di visioni apparentemente in conflitto».
Eppure non ci possono essere, come pensa Gambetti, «visioni apparentemente in conflitto» tra credenti e non-credenti. Le visioni, al contrario, sono in evidente conflitto, non apparente, rispetto alla verità: il non dichiararlo preclude a priori il dialogo, che si trasforma in chiacchiera. Come un cammino di questo tipo possa contenere l’«apertura universale ispirata da Francesco» non è per nulla chiaro.

E ancora, padre Fortunato auspica che «tra noi e gli altri la contrapposizione dovrebbe scomparire», perché «i rischi sono gli scontri di piazza, i populismi che conducono a nuove crociate». Non è così per San Francesco, secondo cui l’unico vero rischio per l’uomo è perdere la vita eterna, abbandonare la verità del Cristo e la testimonianza.
Il Poverello – scrive San Bonaventura nella Legenda Maior – «ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli, per diffondere, con l’effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità». Non aborrì l’opera dei crociati e dei soldati cristiani ma, anzi, come «soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte».
San Francesco, dunque, fu «homo viator» e pellegrino, ma viaggiò con un’identità, una meta precisa e non per vagare a zonzo e finire nel burrone assieme agli altri ciechi.

In che modo iniziative di questo tipo possono essere utili all’evangelizzazione? Non sarebbe un’occasione, il Cortile, per indicare che il Cammino non è un vagare alla cieca, ma un viaggio che, dalla civitas umana, si conclude nella Civitas Dei? E non sarebbe forse necessario informare i convenuti che, di questo Cammino, la Chiesa possiede la bussola?



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