Perché il tramonto per eccesso di debito dell’Occidente è cominciato quando abbiamo dimenticato il Padre Nostro

La china irreversibile imboccata da Europa, Stati Uniti, Giappone e Regno Unito ha a che fare con il trionfo dell’individualismo. E l’ascesa dei Brics, i nuovi padroni del mondo, dimostra che un’alternativa è possibile Bene, la Bce di Mario Draghi ha lanciato il quantitative easing, come già fecero dopo il 2008 la Federal Reserve americana, […]

La china irreversibile imboccata da Europa, Stati Uniti, Giappone e Regno Unito ha a che fare con il trionfo dell’individualismo. E l’ascesa dei Brics, i nuovi padroni del mondo, dimostra che un’alternativa è possibile

Bene, la Bce di Mario Draghi ha lanciato il quantitative easing, come già fecero dopo il 2008 la Federal Reserve americana, la Banca d’Inghilterra e la Banca centrale giapponese. Parte delle ragioni per cui l’economia americana e quella britannica hanno ripreso a crescere dopo la fase acuta della crisi dei mutui subprime mentre quelle dell’area dell’euro sono andate quasi tutte in recessione o in stagnazione dipende proprio dal fatto che le banche centrali di quei paesi cominciarono subito a usare il bazooka, cioè a immettere quantità impressionanti di denaro nei rispettivi sistemi, soprattutto comprando titoli più o meno tossici detenuti da banche in difficoltà. Cosa che la Bce, soggetta ai diktat di Berlino, fece molto più timidamente. Il risultato è stato che, dopo la depressione del 2009 che ha colpito tutti i paesi, nei cinque anni successivi fino ad oggi il Pil americano è sempre cresciuto, a tassi fra l’1,6 e il 2,5 per cento annuo; lo stesso dicasi del Regno Unito, con una forchetta un po’ più ampia che va dallo 0,3 al 3 per cento tendenziale di quest’anno. Invece l’area dell’euro dopo il 2009 ha conosciuto due anni di crescita sotto il 2 per cento e due di recessione (-0,7 e -0,4 nel 2012 e nel 2013); quest’anno tornerà a crescere ma con un asfittico 0,8 per cento.

C’è una cosa, però, che accomuna Eurozona, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone: l’esplosione del debito pubblico. Nonostante le banche centrali abbiano condotto politiche monetarie diverse, fra il 2008 e oggi tutte queste aree economiche hanno conosciuto un’impennata del debito in rapporto al Pil. Il Giappone, che era già il paese più indebitato del mondo, è passato dal 167 al 227,2 per cento nel rapporto debito/Pil; il Regno Unito addirittura dal 44,5 all’88,4 per cento; l’area dell’Euro dal 66,2 al 92,7 per cento; gli Stati Uniti dal 64,8 al 103 per cento. Nell’Eurozona il rapporto debito/Pil si è logorato di 26,5 punti percentuali grazie alle politiche di rigore volute da Berlino… per combattere il debito pubblico. La compressione della spesa pubblica e il rigore monetario hanno prodotto recessione, e con ciò l’aumento dell’incidenza del debito sul Pil. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il più rapido processo di incremento del debito pubblico della loro storia in tempo di pace (40-44 punti percentuali nel giro di sei anni) è dovuto a motivi opposti.

Il ruolo delle banche

Le banche centrali hanno praticato il quantitative easing come mai era stato fatto. Inizialmente la Fed aveva previsto di acquistare titoli di Stato e titoli tossici per 600 miliardi di dollari: ne ha comprati per 3.700 miliardi. Lo stesso dicasi di Londra: la Banca d’Inghilterra è partita nel marzo del 2009 con un programma di acquisti per 50 miliardi di sterline: quando si è fermata era arrivata a 375. Americani e britannici hanno evitato la recessione e creato posti di lavoro, ma al prezzo di un indebitamento che procede a velocità quasi doppia di quello dell’Eurozona.

Notissimi economisti anglo-americani come Martin Wolf e Paul Krugman, che hanno costantemente criticato le politiche dell’austerità preconizzate da Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaüble, spiegando che avrebbero finito per provocare disoccupazione e recessione, senza per altro ridurre l’indebitamento pubblico – come è infatti accaduto – sostengono che del debito non c’è da preoccuparsi troppo: basta che l’aumento di entrate fiscali dovuto alla crescita economica permetta di pagare gli interessi. Sottolineano pure che nel caso americano l’esborso per interessi oggi incide sul totale della spesa dello Stato meno che in passato: a metà degli anni Novanta e nel 2008 viaggiava intorno al 15 per cento del totale della spesa, alla fine dello scorso anno era solo il 6,23 per cento.

Peccato che questo accada soprattutto perché è aumentata la spesa pubblica in generale. Se guardiamo all’incidenza sulle entrate dello Stato, scopriamo che i 222,8 miliardi di dollari che il governo americano ha pagato nel 2013 per il servizio del debito pubblico si sono portati via da soli il 12,5 per cento di tutte le sue entrate. È un valore in ascesa: nel 2009 la spesa per il debito era solo l’8,9 per cento delle entrate fiscali. In Italia gli 82 miliardi di euro circa che ci è costato l’anno scorso in interessi il nostro debito pubblico si sono mangiati il 19 per cento delle entrate dello Stato.

A questo processo di degradazione si aggiunge un altro problema: la quota crescente di debito detenuta da non residenti, cioè da fondi sovrani e altri soggetti stranieri. Negli Stati Uniti il 48 per cento di tutto il debito pubblico è ormai detenuto da investitori stranieri, in prima fila il Giappone, che da solo detiene quasi il 10 per cento di tutto il debito americano, in seconda la Cina, che ne detiene più del 9 per cento. Per l’Eurozona questo calcolo è più difficile da fare, ma si stima che i detentori di debito pubblico non residenti nei paesi della moneta unica controllino il 30 per cento circa dei titoli emessi.

Mentre le economie dell’Occidente politico affogano, tranne quella dell’Australia, in un mare di debiti, quelle dei paesi emergenti sono praticamente libere da tale zavorra. Solo due paesi dei Brics hanno un rapporto debito/Pil superiore al 60 per cento: l’India (60,5) e il Brasile (65,8); Cina e Sudafrica sono ben sotto il 50 (40,7 la prima e 47,9 il secondo), la Russia addirittura fa segnare un 15,7. Fra le potenze mediorientali che si contendono l’egemonia regionale, la Turchia vanta un rapporto debito/Pil del 33,6 per cento, l’Iran dell’11,2 e l’Arabia Saudita del 2,6 per cento appena. Di fronte a questo quadro è inevitabile porsi la domanda: l’esplosione del debito pubblico nei paesi anglosassoni e dell’Unione Europea seguita alla crisi finanziaria del 2008 segna l’inizio del declino della potenza politica ed economica dell’Occidente a vantaggio dei paesi emergenti? Alcuni indizi lo fanno pensare.

Le incertezze della politica mediorientale dell’amministrazione Obama e la sua indisponibilità a impegnare l’America nei conflitti in corso in Iraq e Siria si potrebbero spiegare con l’insostenibilità finanziaria di un intervento militare in grande stile; la timidezza che Washington mostra nelle sue reazioni di fronte alla repressione contro i manifestanti di Hong Kong si spiegherebbe con la crescente quota di debito pubblico americano detenuto dalla Cina. Nel caso della crisi ucraina, invece, gli Stati Uniti hanno agito in modo da arrivare allo scontro e poi hanno promosso sanzioni economiche e finanziarie contro Mosca perché a pagare il prezzo di un braccio di ferro per loro strategicamente vantaggioso sono russi ed europei.

L’astuzia degli antichi romani

Un debito pubblico molto oneroso e detenuto in misura crescente da attori stranieri condiziona la politica estera di uno stato, e quindi modifica l’equazione dei rapporti di forza internazionali. La storia lo dimostra. Nell’antichità il debito fu lo strumento con cui Atene legò a sé le città greche nella Lega di Delo, mentre i romani si premuravano di far indebitare con sé i re dei paesi vassalli, ma non indebitavano lo Stato romano, semmai l’imperatore in persona. Alla sua morte il debito si estingueva. Napoleone basò la forza del suo Impero sulla totale assenza di debito pubblico, che invece gravava sugli altri stati europei. L’insostenibilità del debito fu uno dei principali strumenti attraverso cui prese corpo il colonialismo: Cina, Egitto e Impero Ottomano furono sommersi di denaro europeo, poi quando i sovrani locali non furono in grado di ripagare i prestiti arrivarono gli eserciti, oppure accordi commerciali imposti con la forza.

In tempi più recenti, gli Stati Uniti hanno legato a sé l’Europa occidentale con gli aiuti del Piano Marshall, ma anche col debito contratto dai paesi della Triplice Intesa durante la Prima Guerra Mondiale e da quelli della Nato dopo la Seconda con le banche americane. Quel vincolo risultò molto utile quando si trattò di esercitare pressioni su Francia e Regno Unito perché ritirassero le loro truppe dai territori egiziani in occasione della crisi di Suez del 1956. Negli anni Settanta Cuba trasformò i suoi giovani in mercenari dell’Impero sovietico in Angola e nel Corno d’Africa come forma di pagamento del servizio del debito che aveva con Mosca. La mancata remissione dei debiti contratti coi paesi occidentali e con quelli arabi durante la guerra Iran-Iraq spinse Saddam Hussein a invadere il Kuwait, l’atto che segnò l’inizio della sua rovina. La prontezza con cui la Polonia inviò 2.500 uomini a sostenere prima l’invasione e poi l’occupazione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, in una guerra che non aveva l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, si spiega anche con l’indebitamento del paese con gli Stati Uniti dopo la fine del comunismo.

È impossibile non notare che l’assertività della Russia sul piano internazionale dopo un periodo di eclissi geopolitica coincide con l’estinzione della maggior parte del suo debito pubblico: sotto Eltsin, prima della crisi finanziaria del 1998 che causò il default della Russia sui titoli del debito in valuta locale, il rapporto debito/Pil era del 53 per cento e i titoli in mano straniera erano pari al 60 per cento. Nel 1999 era salito al 100. Oggi, come s’è detto, il rapporto è sceso al 15,7 per cento. È vero che nel frattempo il debito esterno di banche e imprese russe è aumentato ed è pari al 35 per cento del Pil. Ma lo Stato ha le mani libere.

Rimetti a noi i nostri debiti

Molte delle notizie sopra richiamate si trovano in un agile libro opera di due analisti francesi uscito a fine estate con l’inquietante titolo L’endettement ou le crépuscule des peuples. Ne sono autori un docente della famosa accademia militare di Saint-Cyr, Thomas Flichy de La Neuville, e uno storico dell’università di Aix-Marsiglia, Olivier Hanne. I due però non si limitano all’excursus storico che conferma la loro tesi anti-anglosassone, e cioè che un forte debito pubblico e il fatto che sia detenuto da mani straniere sono fattori determinanti del tramonto del potere internazionale di uno stato. Indagano anche sulle cause filosofiche, sui cambiamenti antropologici che hanno trasformato il debito pubblico e privato del passato, transitorio e contrassegnato dal senso di colpa del debitore come del creditore, in debito permanente e considerato virtuoso. E affermano che la china del debito irreversibile è stata imboccata a partire dal Rinascimento, quando la visione giudaico-cristiana dell’uomo è stata messa in soffitta. Fino ad allora, valeva l’equivalenza debito uguale colpa, sinteticamente espressa nel Padre Nostro («rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»), nella lettera di Paolo ai Colossesi («il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli, Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce») e, per quanto riguarda gli ebrei, nel libro di Neemia che condanna l’usura e ordina di rinunciare ai crediti verso i loro fratelli.

Il mutamento antropologico comincia nel Rinascimento e ha un primo culmine con l’illuminismo: «L’illuminismo procede ad una sapiente mistificazione: per liberare l’uomo dai cerchi concentrici del debito, basterà ribaltare l’ordine del mondo. È così che l’individuo astratto si vede improvvisamente consacrato creditore dei suoi simili. Una panoplia di diritti gli permetteranno di proclamare l’autonomia che pretende di aver acquisito. In continuità con l’illuminismo, la società democratica postmoderna pretende di liberare l’individuo di ogni debito. Ciò si traduce nel rifiuto di assumere l’eredità di una civiltà, dunque i debiti dei padri, ma ugualmente in un’incapacità di proiettarsi nell’avvenire, (…) di riconoscere fin d’ora che i nostri debiti ecologici ed economici peseranno presto sulla generazione futura. In queste circostanze, che cosa c’è di più logico del fatto che la società individualista postmoderna preferisca rinviare il debito piuttosto che cercare di liquidarlo, cosa che implicherebbe un sacrificio?».

Per gli autori il modello politico e valoriale che è alla base di questa antropologia del debito e il predominio politico mondiale occidentale che ne è una componente inseparabile sono arrivati al capolinea. «La civiltà occidentale – e soprattutto il suo vettore americano – ha creato e mondializzato i sistemi di indebitamento pubblico moderni per meglio assicurare lo sviluppo economico e l’irradiamento dei loro princìpi. L’abbondanza esige il debito. (…) La carta geografica dell’indebitamento coincide con quella della democratizzazione politica. La dimensione di caratteristica di una civiltà che il debito presenta, chiarisce la crisi iniziata nel 2008, che rappresenta la fine di un modello. Gli sforzi compiuti dalla Russia per uscire dall’indebitamento e gli acquisti massicci di debito pubblico americano da parte della Cina non sono solo tappe verso un nuovo sviluppo economico, ma i segni che un’alternativa ideologica ambiziosa si manifesta da dieci anni a questa parte. Insomma, l’indebitamento pubblico massiccio dei paesi del Nord contribuisce oggi al loro declino internazionale, o almeno li obbliga a riesaminare la loro politica di potenza».

di Rodolfo Casadei

Fonte: http://www.tempi.it



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