Per stare in piedi, l’Europa deve capire a cosa chiama la realtà

Pubblichiamo questa intervista a Mons. Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa

L’Europa dice di sostenere la politica dell’accoglienza ma in realtà sembra mettere in atto politiche fortemente contraddittorie: in medioriente è interventista ma focalizza l’attenzione sulle alleanze più che sulla giustizia. Altrove abbandona a sè stessi popoli che poco prima diceva di avere la responsabilità di proteggere. La conseguenza: l’esodo che noi tutti conosciamo. Abbiamo chiesto a mons. Luigi Negri un suo giudizio.

D – “Quando ti viene a mancare quasi tutto, capisci di più cosa è l’essenziale, ciò che tiene in piedi l’esistenza”. Queste parole ha detto il vescovo di Aleppo Abou Khazen durante un incontro avvenuto recentemente a Milano. Come commenterebbe le parole del vescovo Abou Khazen?

R – L’Europa non riesce a capire cosa tiene in piedi l’esistenza perché è abituata come esito dello sfacelo del razionalismo, dell’illuminismo e dei totalitarismi ideologici a pensare che la vita sia un fattore neutrale e meccanico mentre la vita non è un fattore neutrale e meccanico la vita è un dramma.Che cosa tiene in piedi l’esistenza? La responsabilità che un uomo prende di fronte a sé stesso, di fronte a Dio, se ci crede. Di fronte alla storia, di fronte comunque è costretto a fare i conti. Se l’Europa non recupera la cultura . Il mio grande maestro don Giussani chiamava la coscienza critica e sistematica dell’esistenza, non sarà in grado di dare una vita dignitosa alla vita dell’occidente, e quindi meno che mai dare un contributo al rinnovarsi della vita nelle situazioni come quelle della Siria.

D – Chi è che rende possibile questo recupero di una cultura?

R – Una realtà educativa. Per secoli questa realtà educativa si è chiamata anche in occidente ed anche nell’occidente più grave , più ostile la Chiesa. Il mio problema è che ritengo che nella Chiesa sia in atto un declino, una crisi che sta rischiando di far perdere l’impeto della sua missione e della sua vocazione.

D – L’Europa sostiene la politica dell’accoglienza ma in Medioriente mette le condizioni (embargo, potenziamento di conflitti che altrimenti potrebbero essere risolti Ndr), perché i popoli debbano lasciare la propria terra per intraprendere l’incognita e la precarietà di viaggi il cui esito è incerto. Non le sembra strano?

R – Io direi la cosa come la sento e come la vivo nell’esperienza di esse guida di un piccolo ma significativo popolo cattolico che è in Italia. L’integrazione non comincia soltanto con l’accoglienza. C’è il problema dell’apertura a questo movimento epocale di gente che viene in Europa spinta dalle più diverse necessità, le cui più fondamentali sono la crisi di pane, di sostentamento, e quindi di casa, e quindi di pace nei rapporti e del desiderio di una vita diversa. Queste sono le esigenze, per quel che ho visto io, parlando a fondo con la gente che la Chiesa di Ferrara ha ospitato ed ospita. Non basta comunque accoglierli. Occorre fare un cammino di maturazione reciproca. Occorre che i valori fondamentali che stanno alla base delle diverse culture (perché tutti hanno una cultura specifica) vengano evidenziati, diventino oggetto di confronto, di dialogo.

Quindi io credo che la questione sia molto semplice. Che si mettano le condizioni per un dialogo in cui viga la reciprocità. Ci sono passi che l’uomo dell’occidente deve fare verso questi fratelli e passi che questi fratelli devono fare nel tentativo di immedesimarsi almeno nelle linee fondamentali della cultura, dell’antropologia e della socialità europea. Senza questo saremo senz’altro degli estranei con la paura poco o meno esplicita che in un certo momento una parte si mangerà l’altra, come mi sembra storicamente inevitabile.

D – Da questo punto di vista la Chiesa insiste sul diritto delle migrazioni ma dovrebbe insistere anche sul diritto di abitare nella propria terra…

R – Io l’ho sempre detto, sostengo che bisogna creare qui come in patria degli atteggiamenti, delle posizioni culturali e politiche che consentano di andare a fondo delle situazioni di crisi che hanno determinato questo esodo epocale, questo esodo biblico. Ma come dice giustamente la domanda, bisogna anche che l’occidente vada in questi posti, dialoghi con questi paesi ammettendo le proprie colpe . Soprattutto senza fissare unilateralmente le condizione dell’accoglienza e le modalità di svolgimento di questa accoglienza e quindi anche reagendo quando coloro che sono stati accolti vivono in un atteggiamento eversivo nei confronti della cultura e della tradizione della cultura che li

ospita.

Certamente non si possono fare i contatti con queste culture radicalmente diverse se non con una benevolenza che non è assolutamente un sentimento. La benevolenza è la consapevolezza di una comune origine che è la domanda di senso.

D – Tutte le religioni sono uguali?

R – Non che tutte le religioni sono uguali, è vero che c’è una esigenza comune connaturata nella natura dell’uomo (avrebbe detto San Tommaso D’Aquino), su questa esigenza comune si deve lavorare qui come là. E questo lavoro, qui come là, può accadere solo se c’è un reciproco rispetto e la volontà determinata di emarginare tutti coloro che rendono impossibile questo dialogo.

D – La comunità internazionale si sta impegnando abbastanza per la cessazione della guerra e per aiutare il popolo siriano?

R – Io sono scandalizzato perché la Comunità Internazionale non si è mai impegnata e non ha fatto mai niente di significativo per far finire la rete degli scafisti. Mi viene il sospetto che sia da una parte e dall’altra lucri su questo. La civiltà occidentale ha fatto le crociate per impedire le schiavitù.

Noi non siamo capaci per questa sorta di irenismo di assumerci le responsabilità di quelle che il Papa S. Giovanni Paolo II ha chiamato ‘le interferenze umanitarie’. Qui si fa semplicisticamente il discorso ‘guerra sì’, ‘guerra no’ che sono modi così rozzi di porre il problema che si dovrebbe aver vergogna da una parte e dall’altra, compreso dalla parte ecclesiastica. Oggi il problema quali sono le forze che possono interferire nella vita dei singoli paesi favorendo la rinascita di un rispetto reciproco e di una benevolenza reciproca.

D – Ma bisogna aver rispetto della volontà del popolo, perché sembra che in Siria, l’identità del popolo sia dimenticata e cancellata…

R -Sono accordissimo, nell’anno della Misericordia io spero e mi auguro che tutti facciano delle esperienze di ripresa positiva della vita, di fiducia nella positività dell’esistenza, di amore alla propria responsabilità e di apertura ai fratelli che ci circondano e che da parte di ha l’onere del bene comune possano essere messe in atto tutte le iniziative che possano favorire l’esperienza della Misericordia.

di Patrizio Ricci

Fonte: http://www.culturacattolica.it



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